| "Qui non istorie, bei tappeti o
arazzi veder si ponno, né cantar divino, che fa gli Orlandi
furiosi e pazzi. Non di Damasco, né di panno fino addobbati
versetti, ma sol cazzi, che torrebben la foia all'Aretino" |
Niccolò Franco
Benevento, 13 novembre 1515
Roma, 11 marzo 1570
Impiccato come bestemmiatore impenitente, sacrilego e ostile agli
insegnamenti di Santa Romana Chiesa. Nato da modesta famiglia,
rivelò presto un ingegno precoce unitamente a un carattere ribelle,
sprezzante dell'autorità, irriverente e ostinato. Come molti
ribelli, pagò con la vita l'audacia della sua ribellione e della sua
brama di trasgressione. E sebbene, come temperamento e come indole,
non fosse certo una persona simpatica o capace di ottenere grande
fiducia, fu comunque un martire del libero pensiero, anzi, della
libera poesia, sacrificato sul patibolo da un potere clericale
oscurantista e repressivo che negli anni a seguire, con le
persecuzioni di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galielo
Galilei, si sarebbe macchiato di altri crimini contro la filosofia,
la scienza e la cultura italiana.
Non appena gli fu insegnato a leggere e a scrivere, si gettò a
capofitto nello studio in maniera assolutamente da autodidatta.
Imparò il latino ma si rifiutò di leggere gli scrittori
edificanti, preferendo i poeti erotici e gli scrittori proibiti come
Marziale, Petronio e Catullo. Disprezzò la cultura e la poesia
accademica, prediligendo invece quella anticlassicistica e
popolaresca di autori come il Pulci, il Berni e il Ruzante.
Sin da adolescente condusse una vita scapestrata e
ribelle, rivelando un temperamento sensuale e bizzoso: fuggì più
volte di casa, vivendo di espedienti, frequentando taverne e
postriboli, condividendo i suoi giorni con bari, meretrici e
furfanti, e campando di truffe, borseggi e ribalderie.
Trasferitosi a Napoli verso il 1532 in cerca di
fortuna, ma non sapendo come sbarcare il lunario, tentò di
ingraziarsi l'alta società partenopea scrivendo un libro di galanti
e raffinati epigrammi in lingua latina, esaltanti i pregi e la
bellezza di Isabella di Capua, moglie del viceré spagnolo. Il libro,
intitolato "Hisabella", fu stampato a spese dello stesso Franco, ma
vendette poche decine di copie. Una di queste, con dedica dello
stesso autore, fu inviata al viceré e alla di lui consorte: il
Franco venne elogiato e ottenne un paio di inviti a corte, dove poté
sedere al banchetto reale e declamare i propri versi di elogio, ma
senza ottenere quell'impiego stabile che invece sperava.
Deluso, nel 1535 lasciò Napoli e salì al nord,
raggiungendo Venezia, la Regina dell'Adriatico. Qui, scrisse e fece
stampare il "Tempio d'Amore", un poemetto galante, in ottave, di cui
esaltò i pregi di tutte le più belle patrizie della Serenissima.
L'opera fu apprezzata, oltre che dalle dame a cui era
dedicata, anche da alcuni nobili, i quali aprirono al Franco le
porte degli ambienti letterari veneziani: accademie, cenacoli, ville
patrizie in cui la poesia e il teatro erano di casa.
Fu in quegli ambienti che Franco conobbe Pietro
Aretino, il mordace scrittore toscano denominato Flagello dei
Principi, che all'epoca era all'apice della sua fama.
L'Aretino, uomo amante della buona tavola e delle belle
donne, maldicente e puttaniere ma estremamente generoso con gli
scrittori che cercavano di farsi conoscere, prese presto a ben
volere il giovane beneventano, sia per la sua arguzia e i suoi motti
di spirito, sia perché gli si offriva sempre come compagno di
bisbocce tanto in taverna quanto nelle bische e nei postriboli.
Perciò, lo assunse come suo segretario, lo ospitò nella
sua casa sul Canal Grande e lo volle come compagno inseparabile di
bagordi, orge e avventure goliardiche.
Ma i temperamenti dei due scrittori erano troppo simili
perché potessero andar d'accordo a lungo: erano entrambi vanitosi,
maldicenti, desiderosi di primeggiare e di essere al centro
dell'attenzione, ragion per cui, dopo un paio d'anni di fraterno
sodalizio, cominciarono a litigare e a lanciarsi feroci ingiurie
reciproche.
Il successo delle "Lettere" dell'Aretino, pubblicate nel 1537,
indusse il Franco (che nel frattempo aveva già scritto, oltre al
"Petrarchista", i "Dialoghi piacevoli" sperando di eguagliare i
"Ragionamenti" aretineschi) a scrivere e a far stampare le "Epistole
Vulgari", nel vano tentativo di emulare il suo rivale-protettore.
Ma l'Aretino, che mal sopportava concorrenti e rivali,
e per giunta nella sua stessa casa, reagì cacciando il Franco dalla
propria dimora, accusandolo di essere un ingrato, uno sfacciato e un
irriverente.
Risentito, il Franco riversò contro l'Aretino, la sua
casa e i suoi servi, fiumi di ingiurie e di insulti tanto ripugnanti
e squallidi da causargli un'aggressione: infatti, si racconta che
uno dei servi dell'Aretino lo attese di notte in una calle e, mentre
il Franco rientrava solo e ubriaco nella locanda dove aveva preso
alloggio, l'energumeno lo aggredì a coltellate e lo sfregiò, e
soltanto l'intervento di alcuni avventori della locanda, allarmati
dalle grida del poeta beneventano, poté impedire che il servo del
Flagello dei Principi vendicasse nel sangue gli insulti diretti
contro il suo padrone.
Timoroso per la sua stessa sopravvivenza, il Franco si
decise a lasciare Venezia qualche settimana dopo l'aggressione, nel
giugno del 1539, rifugiandosi prima a Casale Monferrato (dove aveva
qualche conoscenza aristocratica), e poi a Mantova, presso i
Gonzaga.
A Casale, il Franco scrisse "La Priapea", che fece
stampare nel 1541, una sorta di poema costituito da duecento sonetti
pornografici in cui, esaltando il Priapo, il dio latino della
fertilità dal fallo gigantesco, ne approfittò per lanciare attacchi
violentissimi contro l'Aretino, che venne denigrato come sodomita,
ateo, borioso, scialacquatore, ricattatore di nobili e di principi,
stupratore di pulzelle e pedofilo.
A Mantova, invece, potendo contare sull'appoggio dei
Gonzaga, provò a riconciliarsi con la cultura accademica e
umanistica, ma non tralasciò di scrivere nuove velenose poesie
contro l'Aretino, raccolte poi nel volume dal titolo "Rime contro
Pietro Aretino", che prolungarono oltre ogni limite l'astiosa
polemica, ormai tutta personale, tra i due poeti un tempo amici.
Ma il Franco era uno spirito irrequieto: non trovandosi
bene neppure a Mantova, riprese a peregrinare, trasferendosi
dapprima in Calabria, dove soggiornò per qualche tempo, poi
nuovamente a Napoli, dove tentò invano di farsi assumere a servizio
di qualche nobile in qualità di segretario. Infine, esasperato, nel
1568 si recò a Roma, la città dalla quale avrebbe dovuto tenersi più
alla larga.
Infatti, nel corso degli anni, il Franco era divenuto
sempre più ostile alla Chiesa cattolica e al clero. Pare che a
Casale avesse incontrato alcuni riformati aderenti al luteranesimo e
che i lunghi colloqui con costoro avessero esasperato la sua
avversione per il Papato e la Chiesa di Roma. Già a Mantova, e poi
successivamente in Calabria e a Napoli, il poeta aveva attaccato
pubblicamente la Chiesa e il Papa, giungendo addirittura a dire che
i lanzichenecchi, durante il terribile Sacco di Roma del 1527, non
avevano ammazzato abbastanza preti e cardinali.
A Roma, sentendosi oppresso dall'atmosfera di
esasperante bigottismo che gravava sulla città (si era ormai in
piena Controriforma) e vedendo come la repressione pontificia
seminava vittime non solo tra eretici e bestemmiatori, ma anche tra
ubriaconi e meretrici, il Franco commise il grave errore di pensare
che, in qualità di poeta e letterato, poteva dire tutto ciò che gli
passava per la testa, senza doverne rendere conto alle autorità
ecclesiastiche.
Si lanciò così in una serie di furiosi e veementi attacchi verbali e
scritti (fu riconosciuto autori di mordaci pasquinate) contro il
Tribunale della Santa Inquisizione, contro l'alto clero romano e
contro i pontefici Paolo III e Paolo IV, ragion per cui, nel corso
di quello stesso anno, venne fatto arrestare proprio
dall'Inquisizione.
Incarcerato per due lunghi anni, fu sottoposto a duri
interrogatori e a torture, e alla fine, non avendo ritrattato
nessuna delle accuse che gli vennero mosse, né avendo manifestato
volontà di pentirsi, venne condannato come eretico e impenitente
bestemmiatore e impiccato, nel 1570, su uno dei ponti che conducono
a Castel Sant'Angelo.
Quella di Niccolò Franco fu un'esistenza temeraria e
aggressiva, violenta e ribelle simile, sotto alcuni aspetti, a
quella di altri geni dell'arte di quel turbolento periodo, come
Giordano Bruno e Caravaggio.
Le sue opere letterarie sono importanti perché
avversano la poesia classicistica cinquecentesca e il petrarchismo
di stampo bembesco, e perché esaltano una poesia vitalistica e
irrazionale, fatta di sesso e di irriverenza, di ribellione al
potere ecclesiastico e all'egemonia culturale delle accademie.
L'insofferenza del Franco per la cultura accademica e
classicistica fu spietata: il Bembo, l'Ariosto, il Castiglione, il
Della Casa furono per lui simboli di una cultura dominante da
combattere e da annientare, così come il Petrarca divenne l'oggetto
dei suoi strali più velenosi e delle sue prose più dissacranti.
|

Home

Torna agli Autori |