| "Poi, quando sarò morto, non
potrà non pensare: quello stupido vecchio dorme sotto questi
piedi bellissimi. Sto ancora calpestando le ossa di quel
povero vecchio sotto terra" |
Tanizaki Jun'ichiro
Tokyo, 24 luglio 1886
Atami, 30 luglio 1965
Scrittore giapponese nato a Tokyo da una famiglia della
medio-borghesia, frequentò l'università fino all'interruzione degli
studi nel 1910 (per problemi economici o per la difficoltà di
adattarsi al rigido ambiente universitario) decidendo poi di
dedicarsi completamente alla letteratura. E' considerato uno dei
massimi scrittori erotici e feticisti orientali.
E' lo scrittore del '900 giapponese che più strenuamente ha difeso
l'autonomia della fantasia. Alla base del suo mondo artistico c'è il
bello in tutte le sue più infinite sfumature, che lo scrittore
raggiunge giocando con l'umorismo, il patetico, l'orrido, il
grottesco, l'ironico, il sentimentale, creando così un suo mondo di
bellezza tutto particolare, da scoprire attraverso le pagine della
sua vasta produzione.
Fu molto precoce perché, a soli 8 anni, scrisse una
poesia in cinese classico che sconcertò il suo insegnante. Un suo
amico ebbe modo di ricordare che a 12 anni discutevano insieme a
Kant e Shakespeare.
Già dalle prime opere di Jun'ichiro, si comincia a
delineare una figura femminile, spesso protagonista, intrisa di un
erotismo decadente, con sfumature di masochismo e feticismo. Nel
1910 pubblicò "Shisei" ("Il tatuaggio"), un'opera che lascia nel
lettore soprattutto la sensazione dell'atmosfera decadente in cui è
ambientata e che stabilisce per la prima volta l'ideale femminile di
Tanizaki: una donna bella dai piedi delicati ma dal carattere vivo.
Anche "Hyofu" ("Tromba d'aria") fu pubblicata nel 1911, ma fu
censurata perché troppo impregnata di depravazione. Racconta,
infatti, di un giovane artista che, esausto per la frequentazione
delle prostitute, decide di liberarsi da questo vizio intraprendendo
un viaggio nel nord del Giappone, ma è talmente ossessionato dal
sesso che arriva a desiderare un lebbroso incontrato su un tram.
Nel 1912 pubblica "Akuma" ("Il diavolo"), da cui derivò
il termine akumashugi (diabolismo) per indicare questo modo di
vivere e scrivere, ormai tipico di Tanizaki.
Nel 1914 uscì "Jotaro" che Sato Haruo definì come "Il
ritratto di Dorian Grey" di Tanizaki. E' un'opera impregnata di
erotismo, edonismo e anche masochismo, a cui si aggiunge il famoso
feticismo per il piede femminile che ossessionò Tanizaki per tutta
la sua vita e che lo portò a scrivere, nel 1919, un'opera intitolata
"Fumiko no ashi" ("I piedi di Fumiko"), in cui si sviluppa una
tematica feticista che lo accompagnerà nell'intera sua opera.
I suoi detrattori l'hanno definito un semplice
edonista, dedito soltanto al piacere e al culto della bellezza
femminile, un artista vuoto senza un suo pensiero. Sicuramente il
bello e il piacere sono temi fondamentali della sua opera, ma non
gli unici.
Nel 1928 scrive "Manji" ("La croce buddista"), un racconto nel
racconto nel quale la voce principale appartiene a Sonoko, mentre
quella che di tanto in tanto si innesta è del Maestro, lo scrittore
che tiene la fila della narrazione e che, evidentemente, si fa
portatore delle vicende che Sonoko gli va confessando. Giappone:
città di Osaka, fine '800. Sonoko è una giovane donna, sposata con
un avvocato e senza figli. Per pura noia si iscrive a una scuola, un
Istituto Tecnico Femminile, e frequenta un corso di pittura
giapponese. Dopo qualche tempo, a causa di un suo dipinto della dea
Kannon, iniziano a circolare delle voci secondo le quali tra Sonoko
e un'altra giovane studentessa, Mitsuko, esiste un legame
particolare: "Divenni oggetto di numerosi pettegolezzi e in breve
tempo si diffuse un'infame calunnia: che io nutrissi per Mitsuko un
amore da lesbica e che tra noi esistesse una relazione". Le due
donne, in verità, non si conoscono neppure ma, proprio per via di
tali maldicenze, iniziano a parlare e a frequentarsi. Il loro
rapporto, nell'arco di qualche tempo, diviene realmente profondo e
appassionato: tra Sonoko e Mitsuko nasce una relazione. Un segreto
da tener nascosto e che viene vissuto con morbosità quasi ossessiva.
Mitsuko è capricciosa, bellissima, indolente, scostante. E Sonoko,
un po' più grande d'età, ne subisce tutto il fascino, indebolita da
ciò che prova. La storia però si complica sia perché il marito di
Sonoko ha dei seri sospetti sul legame tra sua moglie e la sua nuova
amica, sia perché Mitsuko una sera mette in allarme la "sorella
maggiore" (era un'antica abitudine degli omosessuali chiamarsi
"sorella maggiore" e "sorella minore" - o "fratello maggiore" e
"fratello minore") inducendola a raggiungerla in una locanda per
aiutarla. In tale circostanza Sonoko scopre che la sua amante ha un
uomo. E' con lui che parla ed è lui a spiegarle l'urgenza di
quell'incontro. Ovviamente Sonoko è turbata dagli eventi e capisce
che la ragazza si è presa gioco di lei. La mattina successiva,
sentendosi offesa e oltraggiata dal comportamento ambiguo
dell'amante, decide di tornare alla sua normale vita coniugale: non
vuole più avere a che fare con Mitsuko e le sue spudorate menzogne.
Ma la passione per la bella fanciulla è profondissima e non si
cancella con facilità nonostante innumerevoli sforzi e tentate prese
di posizione. La storia si evolve in maniera piuttosto inaspettata.
il circuito delle verità, scoperte o confessate, e degli inganni,
nascosti o manifestati, si rigenera pagina dopo pagina. La
diffidenza sembrerebbe scontata, anche per il lettore che, al pari
della protagonista, non sa mai cosa attendersi dai personaggi e
nutre una sorta di sconcerto di fronte a situazioni che vengono a
essere puntualmente smentite o alterate da eventi nuovi. Nonostante
gli sforzi e i buoni propositi, il desiderio e la passione che
Sonoko nutre per Mitsuko la conducono al di là di ogni sopportabile
comprensione. Una voragine che, dopo qualche tempo, inghiotte e
coinvolge anche il marito. I due coniugi, a un certo punto,
divengono succubi delle manie, dei morbosi controlli e della gelosia
della ragazza. L'epilogo, come intuibile, si risolve in una
tragedia. Un finale teatrale e dai toni fortemente patetici.
Incuriosito dall'occidente e dai suoi costumi, o forse dall'esotismo
di paesi lontani che non conobbe mai direttamente, iniziò una fase
di occidentalizzazione che terminò nel 1923 con il tragico terremoto
di Tokyo. Successivamente ebbe un ripensamento e si avvicinò ai
costumi tradizionali del Giappone. Anche i suoi interessi letterari
si riportarono ai classici e pubblicò la versione moderna del "Genji
monogatari" di Murasaki Shikibu.
Negli anni successivi compose quelli che vengono
ritenuti dalla critica i suoi capolavori: "Sasanne Yuki" ("Neve
sottile"), terminato nel 1948 e "Kagi" ("La chiave", 1956), che
consiste nelle esplicite descrizioni dell'attività sessuale di un
professore e di sua moglie.
Non c'è nient'altro al di là del tema sessuale. Del
1961-62 è "Futen rojin nikki" ("Diario di un vecchio pazzo"), dove
ancora una volta il tema sessuale è presente, ma ora il protagonista
è ormai un uomo anziano, quindi l'opera acquista anche toni ironici.
E' come se Tanizaki avesse raggiunto una maturità tale da vedere i
suoi temi ormai con distacco, tanto da farli apparire comici.
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