L’attesa è frustrante, per giunta fa caldo.
Non poteva essere altrimenti a giugno. Ammucchiati come sardine fra
metallo e plastica. Il bus che mi porta in giro si è riempito
velocemente. Salgono tutti stressati e affannati. Il sudore che
esala dagli indumenti parla per loro.
Fortunatamente ho preso posto. Nel bel mezzo del bus
dove si accalcano tutti, lato finestrino. La giornata è
meravigliosa. Splende il primo sole dell’estate che promette bene
per l’avvenire. Sono eccitato e non so perché.
La primavera lascia il posto all’estate, al caldo
opprimente che fa spogliare le ragazze. I seni cominciano a vedersi
nella loro interezza sotto le magliette. E si vedono bene i
capezzoli turgidi che sembrano invitarti a succhiarli. E tu li
guardi timido e voglioso. E non ti fermi lì. Scendi giù e posi gli
occhi sui fianchi e le cosce nude sorrette a volte da piccoli tacchi
che aiutano a zampettare meglio. Non sai se ridere quando vedi le
tette che ballano a ogni passo delle ragazze che ti camminano da
tutti i lati. Non sai dove buttare gli occhi, ti accontenti di
guardare, ma vorresti avvinghiarti e prenderle lì, anche
sull’autobus. E c’è sempre quella che fra le altre ti provoca di
più. Uno sguardo, un movimento, il profumo del suo sudore. Vorresti
che si avvicinasse a te, e si aggrappasse alla sbarra di metallo
sopra la tua testa così che puoi sbirciare di tanto in tanto aldilà
della canottiera. Ti guarda e insiste e tu lì, sul bus, pieno di
autocontrollo. Dovresti trovare il coraggio di attaccare bottone e
poi cominciare tutta la trafila, quando quello, e solo quello, che
ti interessa al momento è fartela lì stesso. Vorresti semplicemente
dire: "Ciao, sei molto carina, vuoi venire a casa mia, ti offro un
caffè freddo?". Ma non lo puoi dire, devi convincerla con dolcezza,
anche se dopo si rivela un’assatanata. E’ la civiltà che lo impone.
La morale e tutto il resto. Allora avviene che vi guardate, vi
capite. Tutte e due volete quello, ma chi comincia a dirlo?
E se poi mi scambia per una facile?
E se poi mi scambia per un maniaco?
La guardi insistente, lei ansima, ma vuoi credere che
non sia a causa del caldo, scosta i capelli, si agita, si muove e
ogni tanto ti guarda con fare superiore. Non riesci a non fissarti
per un momento sui seni e sulla piccola protuberanza dei capezzoli.
Maglietta chiara, si vede tutto. Pensi che l’abbia messa di
proposito. L’estate è un continuo ribollire di sangue e sperma. E
vorresti gettarglielo in faccia lì sul bus. Sei eccitato anche tu
dal caldo. Ma come fai? Non si può domare questo istinto animale, ma
l’uomo si è allenato per secoli per arginare questa forza. E ha
costruito una serie di barriere morali che impediscono alla Bestia
di sprigionare la sua energia. Incatenata ruggisce dentro, implode.
Cominciano le smorfie, le labbra si stringono in un angolo, poi
nell’altro. I denti, in mancanza del seno e dei capezzoli, cercano
di mangiucchiare quello che trovano, anche le unghie oltre alle
povere labbra. Il respiro si fa irregolare e il cuore batte per il
caldo o per l’eccitamento? Fatto sta che la ragazza comincia a
sventolarsi con un giornale che ha per le mani e non riesce a stare
ferma. Ti verrebbe da dirle: "Se vuoi sederti perché non ti siedi
qui?", indicando il tuo pene con le mani e ridendo di gusto con la
faccia soddisfatta e maliziosa. Ma non lo fai, non hai voglia di
attaccare bottone e cominciare a fare l’attore, solo per portartela
a letto. Perché sai che non sarà solo così. Magari non ti piace
neppure, se ci parli. Tu vuoi solo scopartela e basta. Soddisfare
quel piacere quando ti giunge. Che sia lei o un’altra è pressoché
indifferente. Guardi ogni ragazza che entra nel bus e anche quelle
fuori che sgambettano o corrono per paura di perdere qualche corsa.
Guardi le signore come le ragazzine. Sei proprio un maiale. Ti
andrebbe bene di tutto purché te la diano e poi non chiedano altro.
Quella che ti è più vicino è più comoda ed è pure bella, scosciata,
con un seno che sta su come un balcone. Intuisci che da tempo non è
stato toccato da mani che non fossero le sue. Andrebbe rimodellato
con un po’ di pazienza e molta saliva. E intuisci anche un’altra
cosa… che ha un bel culo… vorresti dirle: "Scusa ti puoi girare un
attimo, mi fai vedere il tuo culo?". Ma non lo puoi dire. Questo e
altro puoi dire e anche fare, ma solo dopo che l’hai conosciuta. In
intimità tutto è concesso, ma fino a allora non puoi osare dire o
fare proprio nulla.
Tenti di distrarti e guardi fuori. Ti viene il
torcicollo. Il bus non parte e tu vuoi arrivare, non hai meta
alcuna, ma vuoi arrivare da qualche parte. Sei uscito per fare un
giro, prendere aria, anche se calda, e soprattutto per vedere le
ragazze, ma questo non te lo dici apertamente. Non puoi.
A un tratto ti accorgi che la gente del bus si
concentra a guardare da un lato e borbotta qualcosa di disgustoso e
di riprovevole. Ti sistemi meglio al tuo posto e cerchi di trovare
il motivo di tutto questo ribollire. E lo trovi su una panchina.
Esattamente i motivi sono due. Un uomo e una donna. Sulla
cinquantina entrambi. Sono due barboni. Per loro, estate e inverno
non contano, come non conta la morale. Hanno dei vestiti addosso che
per il periodo sono molto pesanti. Ancora non hanno fatto il cambio
stagione. Ma a quanto puoi vedere si propongono di farlo proprio
adesso. Senti qualcuno nel bus che dice: "Erano seduti tranquilli un
momento fa e poi…". E poi non riescono a continuare a parlare,
bloccati. Si inceppano, non osano.
L’uomo ha i capelli lunghi color sale e pepe, con una
barba sfatta da mesi. La donna è di un biondo spazzatura, più che
sporco. Arruffata e magra. Ai lati della panchina sono le loro cose,
cioè un paio di buste grandi a testa. E ai loro piedi un brik di
vino scadente. Con quel sole, alle tre del pomeriggio, vestiti come
se fosse inverno, bevono il vino invece dell’acqua! Fanno quello che
gli pare, fottendosene di tutte le leggi che hanno creato gli
uomini. Sono avvinghiati, le lingue ogni tanto scappano dalle bocche
che colano saliva mista a vino. Sulla barba rimane sospesa, per un
attimo, un filo di bava che poi si stacca spiaccicandosi sulla
panchina. La donna cerca di avvinghiare l’uomo con le gambe oltre
che con le braccia. Sembra sbranarlo. Una passione travolgente,
della stessa entità della mia, solo, libera. Fluida e disonesta. La
donna si toglie la giacca e ride all’uomo mostrando denti mancanti.
L’uomo fa per pulirsi la bocca con la manica della sua giacca prima
di togliersela a sua volta, non staccando gli occhi dalla donna.
Sorride anche lui scuotendo vivamente la testa in un vistoso sì
prolungato. Riprendono da dove avevano lasciato. Comincia a farsi
vuoto intorno a loro. Si scostano tutti, ma non distolgono lo
sguardo verso chi pronuncia il suo istinto. Nessuno osa fermarli,
dirgli alcunché. Qualcuno ride, i più giovani, altri sono disgustati
fino alla nausea, i più vecchi. Io li guardo ammirato e sorrido
guardando la ragazza del bus ogni tanto. Il barbone si sta eccitando
come si deve finalmente. La donna, tra strette e baci che sembrano
succhiare l’anima, riesce nell’intento. L’uomo la stacca d’impeto da
sé e con gli occhi pieni di sangue e vino le mette una mano sulla
testa costringendola ad abbassarla sul suo grosso coso. La donna
all’inizio è riluttante, ma l’uomo diventa una bestia,
incontrollabile e insiste. La donna fa per scostarsi e allontanarsi,
forse a causa di uno strascico di morale non ancora cancellata del
tutto. Ma si arresta subito. L’uomo barbuto allora sorride e sta al
gioco. Con la sua mano ruvida e nera di sporco, la invita ad
avvicinarsi di nuovo. La donna si siede bofonchiando qualcosa e
scuotendo la testa. L’uomo le strizza il seno e lo bacia, anche se è
nascosto ancora dalla maglietta. Cerca di mettere una mano sotto per
raggiungerlo nella sua nudità, ma abbandona l’impresa impacciato.
Allora ritorna a baciarla, succhiandogli il collo e quando raggiunge
di nuovo la bocca ricompare la mano sulla testa come guida ai suoi
piaceri. Anche se non si sente, si avverte dai movimenti sismici
della barba che l’uomo sta ansimando e sbuffando. Non ce la fa più.
Prende la testa della donna e la porta in basso mentre si ripiega
all’indietro per rilassarsi e aspettare di godere. La donna fa per
resistere, ma l’uomo non c’è più. E’ sparito. Gli occhi chiusi lo
hanno trasportato in un’altra dimensione. E’ diventato un’altra
cosa. Con l’altra mano apre la cerniera dei pantaloni e dice
qualcosa di carino alla donna, immagino, perché la vedo ridere. Poi
lei scompare tra le gambe di lui con movimenti oscillanti e
ondulatori. Sul viso dell’uomo compare un sorriso che vuole
competere con quello del sole. Le vecchie bigotte a questa scena non
reggono più e tentano di coprirsi il volto fingendo di andarsene, ma
non lo fanno. Continuano a guardare cercando di coinvolgere
verbalmente gli altri nel disgusto che esse provano, vecchie custodi
dell’antica morale, mentre i barboni sguazzano nel piacere. A un
tratto la donna prende in mano la situazione. Ha lavorato molto e
ora si merita il giusto premio ambito. Un grosso pene si erge nella
sua vigorosità. Un lavoro di fino, la bionda senza denti gli ride in
faccia continuando ad accarezzare questa scultura di carne. L’uomo
si sveglia ancora dormiente avvertendo l’interruzione ai lavori.
Solo a quel punto la donna si alza, si sfila le mutande e alza
appena la gonna per fiondarsi su quel grosso bestione, cavalcando il
piacere a occhi chiusi verso l’ignota e irraggiungibile felicità.
Senza freni e senza briglie.
Per quanto mi riguarda ritorno a me stesso, dentro il
bus, con a fianco una puledra che sgambetta e trasuda sesso. Cerco
di non guardarla, se no mi trasformo in straccione anche io. Vorrei
prendermela e mettermela sopra e gareggiare con il barbone a suon di
botte di cazzo, picchiare il culo della mia puledra per farla
correre di più mentre mi cavalca, ma non si può fare.
Io non sono un barbone, sono una persona per bene.
Quella che mi sta a fianco non è una puttana.
Per lo meno non è la mia.
Ancora.