Da quanto tempo la guardava? Da guanto tempo
la desiderava? Giorni, mesi, anni, non importava, a lui parevano
secoli. Secoli e secoli di continua tortura, di infinita prigionia
auto inflitta. Nella realtà erano passati solo otto mesi; lei si era
trasferita in marzo, e ora era ottobre. Un orribile ottobre, pieno
di untuosa pioggia newyorchese. Ancor più patita in quel
maledettissimo appartamento al quarto piano di uno dei peggiori
quartieri di New York, il First Heaven, dove devi stare attento a
tirare dritto senza mai incrociare lo sguardo sbagliato. In fondo
era già qualcosa avercelo, un tetto; seppur pieno di infiltrazioni e
scarafaggi... non poteva pretendere di più con i soldi che
guadagnava facendo il fattorino al ristorante coreano dietro
l’angolo. Il signor Wù, Wong, o come diavolo si chiamasse, non
faceva che insultarlo con la sua vocina da castrato. Ma a lui non
importava. Non gli importava se guadagnava una miseria, se il suo
capo era uno stronzo o se la bellezza di sei gallerie lo avevano
cacciato senza neanche fargli aprire la cartella dove teneva i
disegni... nell’ultima gli avevano addirittura sputato addosso. Ma a
lui non importava. Finche poteva vederla, tutto il resto diveniva
relativo; erano otto mesi che andava così. Lui, un ragazzo di
vent’anni portati con sofferenza, magro e alto. Anche se fare il
fattorino in bici, girando per mezza città per quel cazzo di locale
lo manteneva abbastanza in forma. I capelli erano con un taglio che
un paio di mesi prima si sarebbe definito corti; ora troppo lunghi,
fin sopra le sopracciglia. Ma in fondo neanche di questo gli
importava, non al momento, almeno. La osservava sempre, fin da quel
sette marzo, quando aveva visto i suoi occhi lacrimare e il suo
cuore spaccarsi per averla solo intravista alla finestra di fronte,
un piano più in basso, al terzo. L’aveva guardata sempre da allora.
Sempre. Aveva anche percepito il suo tipo di uomo, ne aveva portati
quattro in quell’appartamento; tutti abbastanza simili
nell’abbigliamento e nei modi; il terzo lo vide per due mesi a casa
di lei, poi era semplicemente scomparso come gli altri, andandosene
per la sua strada... le piacevano alti, coi capelli e gli occhi
chiari... magari anche con una buona cultura; lei probabilmente
faceva la barman, si chiamava Samantha, Samantha Mcsay... crede...
non ne aveva la certezza, benché avesse imparato a leggere il
labiale, tra loro c’è una distanza di circa dieci, undici metri e
due vetri da finestre; quando pioveva era impossibile anche solo
osservare la strada senza affacciarsi. Il ragazzo si chiamava Jhona
Thus, un nome particolare, dato dalle origini canadesi del padre.
Già, lui la guardava sempre. Ma presto avrebbe smesso. L’idea di
quello che stava per fare lo perseguitava. Lui non voleva farlo.
Doveva. L’aveva osservata, contemplata, analizzata per otto mesi,
carpendo ogni sua mania, ogni suo vizio, ogni suo atteggiamento... a
cominciare da come si muoveva, da come camminava, ormai era lui
stesso a scandire il tempo dei suoi ritmi... presto avrebbe
terminato di tessere il suo bozzolo, ormai ne era certo, non mancava
molto. Infatti accadde circa tre giorni dopo halloween, ormai non
aveva più bisogno di guardare. Persino da girato poteva sapere cosa
Samantha facesse in quell’istante, quali fossero i suoi pensieri, le
sue voglie... gli mancava solo un filo per completare la sua
crisalide... e sapeva dove trovarlo. Scese in strada, attraversando
il marciapiede ancora fresco di pioggia, e girando il vicolo con la
pittoresca scritta in spray “SUck ThIs Bitch” si tovò dal signor Wù;
arrivando davanti al locale dieci minuti esatti prima dell’apertura,
passando dallo stretto spazio lì di fianco si ritrovò sul retro,
dove le provviste ballavano con i topi ancora fradici d’acqua; il
basso e calvo omino stava cercando invano di sollevare una cassa
piena di bottiglie pesanti almeno il doppio di lui, sforzandosi
talmente tanto tutto infagottato nel suo stretto gilet arancione,
mostrava le pulsanti vene sul suo collo. Fu questione di un secondo,
Jhona, con indosso ancora il paio di jeans logori e la sua felpa
bianca bucherellata del giorno prima, prese il grosso tubo in ferro
che aveva notato accanto il cassonetto già dal primo giorno, arrivò
dietro il proprietario del lercio ristorante “cucina del dragone”, e
mentre questi si girava dicendo: “cosa diavolo ci fai qui?! Il tuo
turno non...”, Jhona gli sbatté il tubo sulla parte destra del
volto, in un’orribile suono seguito da alcuni denti che andarono a
colpire il muro; il suono fu simile a del legno ovattato che si
spacca. Senza neanche cambiare la sua neutra espressione, brandì il
tubo con due mani, e stavolta fece piombare il grezzo metallo
direttamente dall’alto, in un altro orrendo suono, stavolta meno
attutito. Il signor Wù si inginocchiò per un momento, poi, perdendo
copiosamente sangue dalle ferite si accasciò in terra, disteso sulla
pancia. Il ragazzo prese da dietro il cassonetto un telo di plastica
azzurro, subito dopo aver buttato il tubo macchiato di rosso dalla
ormai gocciolante estremità, e lo coprì; in quel momento iniziò a
piovere. Dopodiché prese il corpo, ora celato da quel telo mortuario
improvvisato, e lo poggiò sulla carriola lì a fianco, nel mentre che
la pioggia faceva defluire il sangue in un tombino a circa un metro
da loro, Jhona, entrando dalla porticina di servizio che dava sul
vicolo, mise quel che restava del suo ex datore di lavoro nel
refrigeratore dietro il bancone, lasciandolo cadere tra i
“bastoncini di sesamo” scaduti quattro mesi prima e una scatola di
“Biscotti vero drago! Solo per campioni!”, tutto ciò non prima di
avergli strappato una catenina metallica attorno al collo, che
terminava in una chiava semi arrugginita, con la quale aprì
lentamente la cassaforte nascosta dietro la targhetta “non si fa
credito”. C’erano sei o settemila dollari, li prese ponendoli
delicatamente in una busta che si infilò sotto la felpa; si lavò le
mani e il volto, entrambi macchiati di sangue non suo; appese il
cartello (dall’interno, facendo attenzione a non muovere la tendina
dietro la porta) "in ferie", e tornò sul retro, dove aveva piovuto
quel tanto che bastasse a pulire il sangue. Si accese una sigaretta.
Una di quelle del signor Wù, che trovò sul bancone, e guardò il
cielo... “Ci vorranno giorni prima che se ne accorga qualcuno, a me
ne bastano soltanto tre...”, finì la sigaretta e si diresse verso
casa, ancora fradicio e colpevole, con l’ultimo filo che gli serviva
ben saldo tra l’addome e la felpa. Salì in fretta le scale, in
quell’edificio contenente non più di cinque o sei monolocali grandi
come celle e umide come cessi, l’ascensore aveva la targhetta
“GUASTO” dal primo giorno che si era trasferito lì da Boston,
mandando a puttane l’università d’arte per venire nella “Big Apple”
a inseguire i suoi sogni di fama e grandezza; non gli ci era voluto
molto a capire come andavano le cose, o avevi un calcio nel culo per
sfondare, o appena ci provavi il calcio ti arrivava sui denti...
aveva mandato al diavolo anche la famiglia per questa scelta, le
ultime parole che suo padre gli disse al telefono furono “parassita”
e qualcosa come “dopo tutti i sacrifici che...” poi lui aveva messo
giù, pensando solo che gli avrebbe spedito l’invito per la sua prima
mostra, un pensiero piuttosto infantile, ma lui al tempo ci credeva
davvero... quello stesso ragazzo pieno di sogni e aspettative che
lasciava la sicurezza dell’università in cerca del successo, ora
sedeva sul suo semidistrutto materasso, con le mani fresche di un
omicidio, contando a torso nudo il denaro ricavato dal suo
sanguinoso gesto. Già... aveva appena ucciso un uomo, ma in fondo
neanche di questo gli importava. Ormai era pronto a tessere il
proprio “bozzolo”, solo questo contava. In tutto erano settemila e
quattrocento sedici dollari, ne prese duemila posando gli altri in
un foro nel muro dietro l’armadio, dove aveva buttato la felpa sulla
quale si potevano ancora scorgere delle macchioline rossastre, e se
ne mise una blu notte senza cappuccio, con la scritta “Good man”, e
uscì velocemente con in sottofondo le bestemmie russe del signor
Dimitri, il padrone di casa, che abitava di fianco a lui, un tipo
simpatico, se non lo si incontra da sobrio. Tornò tre ore dopo, con
i mezzi per crearsi la sua “crisalide”…
Il giorno dopo, intorno alle quattro di pomeriggio, il
signor Dimitri si trovava davanti alla porta di Jhona, urlando e
battendo il pugno destro, con il sinistro reggeva una bottiglia
mezza vuota di Vodka, con cui ogni venti secondi si abbeverava,
sgocciolando sulla sua già sudicia canottiera; era un uomo sui
cinquanta, portati in modo orribile, completamente calvo e con una
barba a chiazze irregolari, tra la canottiera e i pantaloncini si
protendeva la sua gonfia pancia da alcolizzato; urlava, mischiando
insulti in russo a intimidazioni in un’inglese sgrammaticato e
tozzo, qualcosa del tipo: “appri questa cazzo di portia, brutto
figlio di...” e “oggi! E oggi, cazzone, devi paghiare!”, batté
violentemente per altri cinque minuti, dopodiché si sentì il rumore
dell’arrugginito chiavistello che scattava, e la porta che si apriva
molto lentamente. “Piezzo di coglione, e miezzora che chiamo, dove
caz...” il signor Dimitri dovette fermarsi un attimo a guardare bene
il volto del ragazzo che gli aprì; era un ragazzo alto, coi capelli
biondi e alcune ciocche castano chiaro, con due occhi azzurri come
il mare, e il corpo leggermente abbronzato; portava dei jeans
aderenti neri senza cintura e una camicia bianca sbottonata, alcune
ciocche gli ricadevano sul viso; i suoi tratti erano quelli del
ragazzo ormai privo di sogni che abitava lì da circa un anno e
mezzo, al quarto piano di un appartamentino in First Haven, eppure,
allo stesso tempo di quella vuota persona non vi era più traccia; il
signor alcolizzato stava per imprecare di nuovo, adattandosi allo
stato d’animo che gli portava la vodka, ma fu subito zittito dal
gesto di Jhona, che gli porse alcune banconote da cento... quella
specie di cella senza riscaldamento costava trecentosettantacinque
dollari, all’inizio erano solo duecento, ma quel vecchio sovietico
andava chiedendone, anzi, pretendendone, sempre di più;
semplicemente, quando lo si pagava, a volte diceva: “altri vienti” e
o lo si pagava o si decideva di andarsene; il giorno prima che si
trasferisse Samantha, Jonny, così lo chiamava suo fratello, aveva
appena pagato il terzo “altri vienti”, e stava per andarsene quando
la vide; aveva ancora in mano la cornetta del telefono, stava per
cedere alla tentazione di chiamare suo padre e scusarsi, quando la
vide... in quel momento nella sua mente, anzi, nella sua stessa
anima, qualcosa si ruppe.
Il signor Dimitri stava contando i soldi, ancora
davanti a Jhona, con la ferma intenzione di pretenderne “altri
vienti”, ma quando fu sul punto di dirlo, le parole gli si
bloccarono in gola, e qualcosa dentro di lui gli disse di non farlo,
che, per una volta era meglio evitare, era un qualcosa diverso dalla
vodka, qualcosa non molto dissimile dall’istinto; ma lui non gli
diede retta, si schiarì la gola, e gli urlò “ALTRI VIENTI,
FROCIETTO”; Jhona lo osservava senza battere le ciglia, fermo come
una statua, pareva come privo di respiro... “MI HAI SIENTI…” ma fu
nuovamente interrotto dal ragazzo, che gli porgeva una banconota da
venti dollari, che gli fu letteralmente strappata dalle mani, “e la
priossima volta ne voglio cinquanta!!” disse quest’ultimo mentre si
girava, gonfiandosi il petto d’orgoglio, poiché in quella testa
costantemente annebbiata dai fumi dell’alcol e dall’ipocrisia,
quello che aveva appena fatto era un atto di forza. Ma appena gli
ebbe voltato le spalle, si rese conto dell’errore da lui appena
commesso; vide il braccio sinistro dalle unghia curate di quella
persona così simile a Jhona passargli attorno il petto, vide (e
sentì) una lama secca e lucente penetrargli le carni del fianco
destro, sgorgando in un fiotto di sangue, sentì la bottiglia
cadergli dalle mani e spaccarsi in terra; vide uscire e rientrare
quel coltello altre diciannove volte, “sei TU che avevi chiesto
altre vienti” gli sibilò una voce nella mente mentre moriva,
accasciandosi sul suo stesso sangue... si girò di scatto, facendo
spaccare la vodka per terra, credendo nella veridicità di ciò che
era appena accaduto; sull’uscio vi era ancora il ragazzo dai capelli
chiari che lo fissava, ora rivolgendogli un orrendo sorriso amaro;
il signor Dimitri si toccò con la mano il fianco, senza trovarvi
nulla di così anomalo, oltre forse a constatare di essere ingrassato
ancora... in quell’istante si chiuse la porta in un semplice
schiocco della serratura; il signor Rascij, questo era il suo
cognome, corse verso il suo appartamento, pallido e sudaticcio, con
l’espressione di chi aveva appena visto la morte, e in un certo
senso, fu così.
Circa tre ore dopo, Jhona si trovava davanti a un
locale chiamato “my first kiss”, indossava la stessa camicia di quel
pomeriggio, sbottonata solo sul colletto, abbinata con dei jeans
scuri ai lati, tenuti su da una cintura con il marchio “Black Holy”
in metallo; la giacca era poggiata sulla schiena e lui la teneva con
due dita della mano sinistra; ora i suoi capelli erano completamente
pettinati all’indietro, e osservava l’insegna al neon del locale
mentre fumava una “May fu sigarets”, appartenuta al defunto gestore
del “Cucina del dragone”. Ma quella era un’altra vita; una vita che
aveva ucciso come aveva fatto con il signor Wù; in fondo i bruchi si
costruiscono i bozzoli per divenire farfalle, e anche lui si era
costruito un bozzolo, anche se con delle tinture e delle lenti
colorate; i bruchi inoltre usano anche una parte dei loro organi per
produrre il bozzolo, così aveva fatto lui, bruciando tutti i suoi
disegni e strappando una parte della sua vecchia vita per
permettersi quella serata; ma i bruchi, una volta divenuti farfalle,
vivono un giorno solo... e lui sapeva anche questo...
Aveva scoperto che Samantha faceva davvero la barman;
lo aveva saputo circa tre giorni prima, mentre lei parlava al
telefono con la madre, le aveva visto pronunciare: “sì... sì... va
bene, te l’ho detto, la prossima settimana mi licenzio dal M.f.Kiss...
no, non è vero che...”, questo gli era bastato; conosceva quel
locale, era a circa quattro isolati, gli aveva fatto una consegna di
“pollo alla cantonese” solo il giorno precedente... e ora stava
conversando con Samantha, come se nulla fosse; lei aveva appena
iniziato il turno, ed era troppo presto perché vi fossero molti
clienti, così era uscita a fumarsi una sigaretta... fu tutto molto
semplice, in apparenza anche piuttosto naturale... era bastato un
“hai da accendere” da parte di Jhona a innescare la conversazione;
gli disse di chiamarsi Noha J., e ora parlavano del più e del meno
come vecchi amici... tutte le storielle, i commenti, persino i ritmi
di quella conversazione erano stati pensati e programmati nel
dettaglio, da quello che in un'altra vita era un pittore fallito.
Parlarono sino all’arrivo dei primi clienti, quando lei dovette
entrare e incominciare il suo lavoro; lui fece in modo di essere
intravisto da lei all’interno del locale per tutta la serata,
provocandola con lo sguardo, sparendo per lunghi attimi... fu come
un gioco, la attirava e si sottraeva, la provocava e poi
scompariva... durante la serata aveva anche ordinato un paio di
birre con tono freddo, Jhona odiava la birra, ma quello non era
Jhona, non più almeno; il “My first kiss” incominciò a svuotarsi di
gente verso le due, ed entro le tre già si stavano spegnendo le
luci, Samantha cercò per qualche minuto Noha con lo sguardo tra i
pochi clienti rimasti, ma non vedendolo fu presa da una leggera
tristezza; lo rivide dieci minuti dopo, era davanti al M.f.kiss,
appoggiato a una macchina, mentre la guardava accennando un sorriso
con una “may fu sigaret” fra le labbra... lei rimase un secondo
sorpresa, dopodiché accennò a un sorriso e gli si avvicinò dicendo
solo “hai da accendere?”, e lo baciò togliendogli la sigaretta dalle
labbra...
Quando si separarono sotto casa della ragazza,
scambiandosi i rispettivi numeri di telefono, erano già le
quattro... Noha mentì, lui un cellulare non ce l’aveva più, lo aveva
impegnato due mesi prima... lei stava già per scomparire dentro a
quel grosso portone, quando all’improvviso si girò, baciandolo di
nuovo prima, un bacio inaspettato, più caldo e passionale di quello
di prima, quasi fosse il suo “first kiss” alla vita... dopodiché lei
entrò dentro il vecchio portone, abbandonando uno a uno i sensi del
ragazzo, finché non scomparve anche il suo odore... trenta minuti
dopo J. si trovava sul ponte “blue a square”, aveva preso un taxi al
quale aveva allungato altri “vienti dollari” (per usare
un’espressione del signor Dimitri) chiedendogli con garbo di
sbrigarsi; stava seduto sul cornicione, tranquillo e pronto a
andarsene, con l’espressione di chi sta andando a dormire; lo sapeva
che sarebbe andata così, sapeva che per lui quel tipo di vita non
era possibile; i bruchi non possono arrivare ai fiori, e per questo
che diventano farfalle, ma poi, non sopportando di dover tornare
esseri striscianti, scelgono di morire con ancora quelle fragili ali
indosso... lui la vedeva così, in questo modo sciocco e infantile,
sapeva che non era vero, ma lui ci credeva lo stesso... fu questione
di un istante, chiuse gli occhi, e si abbandonò al vuoto,
sprofondando nel buio del fiume con ancora la sigaretta ben salda
tra le labbra... poi, infine, si spense anche l’ultima scintilla...
Ma ancora tutto questo non è ancora accaduto.
Ma andrà così, non potrà andare diversamente, andrà
tutto esattamente così, nulla di diverso... nel momento in qui Jhona
si sarà abbandonato alla sua più grande voglia, si realizzerà tutto
questo. Nel momento in cui smetterà di lottare alle sue tentazioni e
si lascerà trasportare dal desiderio; non ancora, forse; ma presto,
molto, molto presto. In fondo è un essere umano, ed è questo che
distingue le varie persone, non il denaro o la cultura, ma solo il
tempo che ci mettono a cedere alle loro tentazioni...