I due amici all'happy hour
di Nello Agusani


    
Era prossima l’ora di chiusura nella pizzeria Casa mia di Reggio Emilia, un martedì sera di metà luglio. Gli ultimi avventori, fra cui Angelo e Gianni, si attardavano nel giardino interno per godersi finalmente il fresco della serata. Può portarci altre due birre Corona ghiacciate, in bottiglia?", chiese Gianni, rivolgendosi al cameriere.
      "Dovete berle in tempi non troppo dilatati, data l’ora", obiettò questi, accogliendo l’ordine di malavoglia.
     "Ci accompagneranno per dieci minuti con le ultime chiacchiere", lo rassicurò Angelo.
     Poco dopo il cameriere portò le birre, Gianni prese subito la sua e - sentendo che era ben fredda - iniziò a berla con gusto.
     Angelo, impegnato a scorrere la cronaca regionale del “Resto del Carlino”, ritirò la propria dopo qualche attimo. Aveva trovato un titolo; lo lesse ad alta voce: "A Ravenna si discute del modello Marina e della politica degli Happy hour".
     "Sarebbe a dire?", chiese Gianni.
     Angelo gli sintetizzò a suo modo il concetto: "L’Happy hour è l’ora felice dell’aperitivo, in cui prendi due paghi uno, ma nelle località marinare esprime pure un’idea di marketing più ampia: la spiaggia come centro d’aggregazione. Nella bella stagione essa diventa il luogo in cui conversare, giocare, pranzare, leggere, ascoltare musica, ballare e - al limite - prendere il sole e fare il bagno. Gli operatori, tuttavia, stanno discutendo dei diversi problemi che sorgono, per eccessivi schiamazzi, furti, droga...".
     "Spiega tu, studente d’Economia, a un operaio magazziniere come me, di cosa si lamentano: anche in riviera - come dappertutto - la massa porta qualche complicazione ma anche grandi incassi, o no?", lo interruppe Gianni.
     "Si tratta di un turismo mordi e fuggi, con il pieno limitato ai fine settimana. Ci sono polemiche fra le diverse categorie: i bagnini lamentano meno clienti da lunedì a giovedì. Ristoratori e discoteche ce l’hanno coi bagni, che organizzano feste in spiaggia e fanno ristorazione. I residenti sono irritati per il traffico caotico, la sporcizia, la musica ad alto volume fino a tardi e i troppi ubriachi in giro", chiarì Angelo.
     "Allegria!", esclamò Gianni; poi rivolto all’amico: "Ti propongo di buttarci anche noi, qui si combina poco… Cosa ne dici di passare questo fine settimana a Marina di Ravenna? Fra i tanti giovani ci sono molte ragazze; magari si riesce anche a cuccare!".
     "Questo non lo so…", rispose con finta modestia Angelo, che comunque aderì: "Io sono disponibile, ho sostenuto tutti gli esami e posso partire anche subito".
     "Andiamo con la mia macchina; porto la tenda canadese, il sacco a pelo e un po’ di fumo", colse al volo Gianni, che puntualizzò: "Partiamo venerdì, io finisco di lavorare alle dodici e trenta. Passo a prenderti e mangiamo un panino lungo il viaggio. Ti va bene, se ritorniamo domenica verso sera?".
     Angelo assentì e chiesero il conto, che divisero alla romana.

     All’ora stabilita del venerdì Gianni, con la sua Micra, si presentò a casa di Angelo; viaggiarono in compagnia di un intenso traffico fino a Bologna e oltre. All’uscita dal tranquillo ramo autostradale per Ravenna, si ritrovarono su un largo stradone. Marina di Ravenna era vicina, come annunciava la segnaletica.
     Avanzavano ad andatura moderata, accodati a tutte le altre auto dirette verso il mare, mentre la corsia opposta era vuota e rifletteva come uno specchio la calda luce del pomeriggio.
     A sinistra i silos argentati luccicavano fra le gru e i capannoni del porto; le ciminiere e le tubazioni nella zona industriale sembravano davvero cattedrali nel deserto. A destra, solo campi assolati sui quali si stendeva l’interminabile coltre gialla delle stoppie di grano trebbiato.
     L’aria calda, appena mitigata dal vento, entrava di getto attraverso i finestrini aperti; l’afa sembrava insopportabile, quando iniziarono ad apparire i primi pini: l’odore di resina, mescolato a quello della salsedine, si fece più intenso. Su ambo i lati del viale ora si affacciava la pineta, con i suoi profumi.
     A una grande rotonda individuarono la strada del lungomare dove si trovava il camping Rivazzurra, consigliato loro da amici.
     Scelsero una piazzola libera ai bordi dell’area e montarono la tenda. Gianni propose: "Prendiamo anche un bungalow con due posti letto, non si sa mai, se troviamo due ragazze…".
     "Va bene; in ogni caso, dormiremo più comodi", convenne Angelo.
     Alla reception lasciarono i documenti, pagarono per due notti l’affitto del bungalow, oltre alla sosta della tenda e dell’auto. Chiesero anche indicazioni sui ritrovi in cui non potevano mancare: street bar e bagni di tendenza.
     I bar li individuerete sul lungomare, per la ressa che si trova davanti a ognuno. I bagni dove si fanno gli Happy hour  e le feste in spiaggia sono: il Conchiglia beach e il Totem, questa sera; l’Eva a go-go e il Laura C, domani sera", precisò quello che sembrava il responsabile.
     "È meglio lasciare l’auto nel campeggio: nei fine settimana non si circola", aggiunse il suo collaboratore.
     S’incamminarono lungo la principale arteria, il Viale delle Nazioni. Dopo cinquecento metri, sulla sinistra, il primo street bar da non perdere era segnalato da un grande assembramento di giovani, seduti su sgabelli o in piedi attorno ad alti tavolini. Avevano occupato anche il marciapiede e parte della strada pedonale.
     "Ci facciamo un aperitivo e ascoltiamo un po’ di musica", propose Gianni, trasportato dalla voce di Vasco Rossi, che dominava nonostante il brusio e le voci alte dei giovani.
     "Va bene", accettò Angelo, che aggiunse: "Si potrebbe assaggiare pure qualche stuzzichino".
     Dopo una decina di minuti si liberò un tavolino e ordinarono.
     "Qui vedo solo gruppi affiatati stretti ai tavoli, giovani che parlano e ridono assieme, sembrano tutti amici. Non saremo tagliati fuori, noi?".
     "No, non temere, c’inseriremo anche noi, abbi pazienza".
     Si alzarono e continuarono la passeggiata sul viale fra bar, pizzerie, osterie, discoteche, finché giunsero davanti a un locale, sul quale campeggiava l’insegna La taverna Bukowski.
     "Possiamo tornare più tardi oppure domani, ora propongo di andare in un bagno alla ricerca del fresco", propose Angelo, che aveva visto l’amico incuriosito.
     "Va bene, ma toglimi una curiosità: Bukowski è un cognome polacco? Chi era? Più avanti c’è un locale intitolato a Hemingway, che conosco, ma Bukowski?".
     "Non mi pare il caso né il luogo per farti una lezioncina, ma se t’interessa posso assicurarti che era scrittore e poeta, d’origine tedesca, stabilitosi in California e morto a metà degli anni Novanta. Pensa che beveva una ventina di birre al giorno e frequentava prostitute e barboni. Ha descritto in modo crudo e quasi compiacente la vita degli emarginati. Fra le sue opere che ho letto, mi ricordo bene Storie di ordinaria follia, un bel libro di racconti".
     "Quanti giovani ritieni che lo conoscano, fra quelli che frequentano il locale?".
     "Mah, non ha importanza, è uno dei tanti paradossi. I valori di Bukowski erano la trasgressione e la libertà, ora però rischia di divenire un’icona del marketing, un simbolo consumistico suo malgrado! I giovani che lo frequentano rientrano in questo target; d’altra parte non tutti quelli che portano Che Guevara sulla maglietta hanno letto i suoi diari".
     "Accidenti come parli bene, e quante cose sai; se io fossi io in gamba come te, sai quante ragazze avrei!".
     "Ho l’impressione che mi sopravvaluti: per quanto riguarda le ragazze, senz’altro!", lo consolò Angelo; dopodiché continuarono la camminata di buona lena.
     "Siamo ormai al molo, i bagni li abbiamo alle spalle, ci conviene ritornare sui nostri passi", propose Gianni, che si era accorto di quanta strada avevano percorso.
     Camminarono nel senso opposto, finché videro un cartello che indicava: Bagno n. 34 – Conchiglia Beach; vi giunsero tramite uno stradello in mezzo alla pineta, guidati dalla musica.
     Sotto il porticato, davanti al bar, era sistemata l’attrezzatura del dee jay, ai lati quattro potenti amplificatori e tutt’intorno una moltitudine di giovani sparsi ovunque: sulla spiaggia, fra le dune, sulla battigia.
     Alcuni ballavano e si agitavano su una pista di legno - troppo piccola per il bisogno - collocata davanti al dee jay, che aveva messo sul piatto la canzone di Ligabue Happy hour. La musica si spandeva in tutta la spiaggia e copriva gli altri suoni provenienti dai bagni vicini.
     "Siamo a casa", commentò ironico e compiaciuto Gianni.
     Alludeva al rocker emiliano loro concittadino, mentre nell’aria si udiva:

     …Sei già dentro l’happy hour – vivere vivere
     costa la metà – quanto costa fare finta
     di essere una star? sei già dentro l’happy
     hour – vivere vivere solo la metà –
     e la vita che non spendi che interessi avrà?
     Si può però morire vivendo sempre e solo
     per sentito dire – si può però morire –
     per la fame che non hai…

     Si diressero al bar per ordinare una birra rossa, che bevvero al banco; il barista ne servì un’altra, siccome si era in pieno Happy hour. Pagarono in tutto dieci euro.
     Gianni osservò che ai lati dello stabile vi erano grandi contenitori di plastica pieni di bottiglie e lattine. Fece un breve calcolo a mente e sbottò: "Ci pensi! Mille giovani qui riuniti, che bevono birra per cinque euro a testa, fanno cinquemila euro di incasso, senza contare le altre consumazioni. Ma questi bagnini, che si arricchiscono in poche serate, le tasse le pagano? Io le subisco tutti i mesi in busta paga!".
     Angelo cercò di farlo ragionare: "Gli incassi variano molto dai bagni di successo a quelli marginali, i costi del personale e dei canoni demaniali sono alti. Come avviene per le altre categorie, penso che molti denuncino il reddito effettivo, altri importi inferiori. Lasciamo tali considerazioni all’Agenzia delle Entrate e andiamo piuttosto a sederci fra le dune".
     Si allontanarono una cinquantina di metri. La distanza permetteva loro di dominare tutta l’area davanti al bar e di distinguere le figure: alcune erano ferme, altre si muovevano guidate dal ritmo, mentre risate e grida arrivavano smorzate, assieme alla musica.
     L’entusiasmo salì quando il dee jay presentò il complesso Le Vibrazioni, che si esibiva dal vivo. Suonò ad alto volume i propri brani rock ispirati agli anni ‘70 e ‘80.
     I due amici erano attratti però da un’altra atmosfera: quella naturale della notte in spiaggia. Di fronte a loro le onde s’infrangevano sulla battigia e la schiuma era illuminata dal plenilunio; un vento leggero portava finalmente un poco di refrigerio.
     Si guardavano soddisfatti per l’atmosfera, purtroppo interrotta dai pusher che si avvicinavano per spacciare la loro merce. Un napoletano aveva proposto pasticche di extasy, un tipo con la faccia da malavitoso offriva cocaina a prezzi scontati, due maghrebini: hascish e marijuana.
     Si avvicinarono due ragazze: "Tesorucci, diteci che avete un po’ di coca, ben tagliata, su un compact!", si rivolsero loro. Alla risposta negativa, insistettero: "Neppure qualche pasticca?".
     "Ehi, ragazze mie, ci date sotto di brutto! Volete rovinarvi!", le apostrofò Gianni con tono ironico da fratello maggiore, che tuttavia non le infastidì. Aggiunse poi: "Noi siamo bravi figlioli; abbiamo solo un po’ di pakistano nero, di quello buono, con le cartine e il tabacco. Potete farvi due canne con noi, se volete. Poi, se restate, si va a dormire insieme in campeggio".
     "Non  possiamo, siamo con amici, eventualmente sarà per domani sera al bagno Laura C., c’è una festa", disse una delle due, la più alta, dai capelli bruni.
     E se ne andarono.
     "Guarda che soggetti ci devono capitare!", commentò Angelo.
     I due amici restarono ancora un po’, sdraiati sulla sabbia: in fondo era bello ascoltare la musica e guardare le stelle in silenzio. A un certo punto l’assembramento davanti al bagno era diminuito e l’orologio segnava le due: decisero di andare a dormire.
     Il mattino seguente si svegliarono verso le undici, riposati; avevano dormito, entrambi comodamente, nei due letti del bungalow. Con una bella doccia e qualche gargarismo si sentirono pronti per la nuova giornata che li aspettava: iniziarono dalla colazione nel bar del campeggio.
     Decisero quindi di andare verso il porto e passeggiare sulla palizzata del molo: volevano prendere aria. Si avviarono sul fianco del canale per ammirare le diverse varietà di pesci, che erano esibite in bella mostra all’interno delle paranze appena rientrate. Purtroppo, non potevano comprare quell’invitante pesce fresco, neanche in campeggio avevano l’attrezzatura per cucinarlo…
     La voglia però era forte ed ebbero la stessa idea: chiedere a un pescatore dove si poteva mangiare del pesce bellecotto, a un prezzo non troppo elevato.
     "Volete mangiarlo fresco e spendere poco?", propose loro l’interpellato, con un tono che non lasciava dubbi: era esperto dei luoghi, anche culinari.
     All’ovvia risposta affermativa, egli indicò loro di proseguire a destra, dopo le pescherie. Lì avrebbero trovato due locali che eseguivano la vendita di pesce al cartoccio, vale a dire già cucinato e con trattamento fai da te.
     Il servizio fu semplice ma completo: il tutto consegnato in vassoi di stagnola con posate di plastica e tovaglioli di carta. Si spostarono in un locale attiguo, dove erano a disposizione dei tavoli: uno era libero.
     Gianni stese la tovaglia di carta, mentre Angelo si diresse al bar e tornò con i bicchieri e due bottiglie fresche, una di vino bianco frizzantino, l’altra di minerale. Appena seduti, gustarono il tutto soddisfatti, grazie anche al buon appetito.
     Angelo ritornò al bar per ordinare caffé e grappini; il costo del pranzo fu diviso equamente, ma si affidarono all’esito del gioco a carte per il pagamento delle ultime consumazioni. La partita a briscola fu vinta da Gianni e Angelo dovette pagare gli extra.
     Ripresero poi a camminare, diretti verso i bagni. Scelsero quello della sera precedente, già sapevano che ci si poteva appartare fra le dune - e perché no? - rimediare una parvenza di abbronzatura.
     Di giorno lo scenario era completamente diverso, specie la clientela, ora rappresentata da famiglie con bambini, coppie e piccoli gruppi, abbastanza tranquilli. Si agitavano solo alcuni bambini, intenti a rincorrersi, e un gruppo di giovani, che urlavano giocando a racchettoni.
     I nostri, sdraiati al sole, leggevano: Angelo un libro portato da casa, Gianni un quotidiano sportivo. Il caldo si fece sentire: s’immersero allora nell’acqua limpida e giocarono come due adolescenti, spruzzandosi a vicenda.
     Tornarono infine al campeggio: dovevano prepararsi per la serata. Una doccia, un panino al bar e subito alla reception per chiedere informazioni sul bagno Laura C. Ripresero così la camminata, fumandosi una sigaretta.
     L’atmosfera era simile a quella del bagno della sera precedente, con la differenza che qui non c’erano le dune e il dee jay metteva sul piatto dischi di musica afro, brasiliana, caraibica. Andavano alla grande i reggae di Bob Marley e taluni revivals sudamericani, come Tequila.
     Il pubblico era più eterogeneo: molti erano gli extracomunitari con treccine rasta, estasiati nella danza; alcuni accompagnavano il ritmo con sensualità e disinvoltura, attirando l’attenzione degli altri giovani.
     Si avvicinarono al bar, davanti al quale si era formata una notevole ressa; vedendo, che non si servivano birre ma coca e rhum, liquori e cocktails, ad Angelo venne un’idea: "Ci facciamo un mojito, per entrare nell’atmosfera? Ti va? Era il cocktail di Hemingway!".
     "Lo conosco, ma vai a trovare la menta fresca in questo ambiente caotico!", osservò Gianni.
     L’avevano, così pure la granatina; ordinarono allora i due mojito, che furono preparati e miscelati davanti a loro secondo la ricetta. Anche i bicchieri, capienti e larghi, erano adatti: neppure Hemingway avrebbe potuto obiettare!
     Con calma sorseggiarono il cocktail e chiesero il secondo, per berselo in un luogo defilato. Angelo rimase deluso vedendo che, per motivi pratici, questa volta era stato servito in bicchieri di carta. "Pazienza!", borbottò.
     Uscirono fuori delle zone del ballo e del bar, dove si trovava la maggior parte dei giovani, e si sedettero sulla sabbia. Sentivano la musica provenire dalla zona illuminata davanti a loro; potevano ascoltarla distesi, fumando e ammirando luna e stelle.
     Anche qui le visite dei pusher costituivano una caratteristica, ma fortunatamente l’offerta si limitava ad hascish e marijuana. Siccome il loro  pakistano era quasi finito, ne approfittarono per acquistarne un po’: si dovettero accontentare del marocchino.
     Mentre stavano per farsi una fumatina con l’hascish acquistato, ecco apparire le due ragazze della sera precedente. Arrivate innanzi a loro, si presentarono: Michela, bruna e alta, era la più giovane. L’altra si chiamava Evelyn ed era bionda.
     "Possiamo unirci a voi? Questa sera siamo sole e accettiamo l’ospitalità", propose Michela.
     "Volevamo proprio fumare: state con noi!", fece Gianni, accendendo le due canne che aveva preparato.
     Angelo lo imitò; a quel punto le due ragazze guardarono indecise: era fuori di dubbio che intendevano aderire, ma dovevano scegliere il compagno con il quale dividere il fumo.
     Qualche attimo d’esitazione e Michela si sedette accanto ad Angelo, Evelyn vicino a Gianni. Ogni coppia si scambiava la canna, alternando una tirata a testa: aspiravano lentamente, per trattenere il fumo più a lungo.
     L’intento di rafforzare in loro sensibilità e comunicativa riuscì, se alla fine della fumata si sdraiarono sulla sabbia, iniziando a scambiarsi tenerezze e a baciarsi.
     La passionalità, tuttavia, non era sia massimi livelli: più che un convegno amoroso doveva sembrare un rituale, se poco dopo Gianni propose: "Facciamo il bagno, è bello di notte, cosa dite?".
     Accettarono e si diressero verso la battigia che risplendeva lucida, illuminata dalla luna.
     L’acqua poteva spaventare, così scura, ma era calda e invitante; del resto altri nottambuli si erano già immersi e nuotavano. Loro stavano riuniti per non perdersi nel buio e giocavano tuffandosi a turno in mezzo agli altri tre. Sembravano quasi felici, mentre si rincorrevano e si spingevano, sollevando spruzzi luminosi.
     Il bagno si protrasse per un quarto d’ora. Risaliti sulla battigia, avvertirono il freddo sulla pelle bagnata; erano sprovvisti di teli per asciugarsi, così i ragazzi proposero una corsa. Dovettero interromperla poco dopo: le ragazze stentavano a tenere il passo e si reggevano a fatica sulle gambe.
     I vestiti asciutti, appena indossati, sembravano già umidi; ora era davvero tardi, ci si doveva recare a dormire. Pure nel corso della camminata di venti minuti fino al campeggio le ragazze si lamentarono per la distanza, a loro dire considerevole.
     Raggiunsero in silenzio la piazzola e con un’occhiata di intesa i due amici si separarono: Angelo e Michela in tenda, Gianni ed Evelyn nel bungalow.
     La domenica mattina, verso le undici, si ritrovarono soli: le due ragazze erano partite in punta di piedi, senza svegliarli, lasciando un biglietto. Recitava: "Ci spiace; eravamo fatte dure. La prossima volta andrà meglio, vi lasciamo i nostri indirizzi e i numeri di cellulare".
     Angelo e Gianni risero e, a quel punto, tanto valeva confidarsi: entrambe le ragazze si erano addormentate subito per la stanchezza, così come si erano coricate, con gli abiti addosso.
     Nel pomeriggio, tornando a Reggio Emilia, a un certo punto del viaggio, Gianni propose: "Inizia tu, Angelo, a dare un giudizio su questo fine settimana nella mitica Marina di Ravenna. Io posso anticiparti che le camminate chilometriche ci hanno fatto bene e spero di aver perso qualche chilo".
     "Non vorrei fare analisi sociologiche, come abbiamo letto nel Resto del Carlino prima di partire. È davvero un casino, penso però che ci torneremo presto!", gli rispose Angelo.
     Gianni soddisfatto: "Approvo!", e strizzò l’occhio all’amico.







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