Il bosniaco del baretto
di Nello Agusani


    
Sdraiata sulla spiaggia libera a ridosso delle dune, in un pomeriggio di fine maggio, Alessandra leggeva un libro. Il sole stava calando, ma il suo calore sulla sabbia era ancora intenso; lei lo percepiva con le dita dei piedi, che fuoriuscivano dal telo sul quale era adagiata.
     Si sarebbe addormentata: la posizione era propizia e l’ora quella da lei preferita. A un tratto il benefico venticello fresco, che spirava dal mare, s’intensificò: un mulinello di sabbia le inondò viso e capelli.
     Nuvole plumbee in movimento stavano coprendo il sole, che riemergeva a sprazzi. Decise che era meglio andare e raccolse le sue cose riponendole nel borsone di tela; si avviò quindi sul sentiero che portava alla strada.
     Raggiunta la sua moto, parcheggiata davanti al residence ex-Colonia della Croce Rossa, fu indecisa se tornare in città o raggiungere il centro di Marina di Ravenna.
     L’ora non era tarda, sperava ancora di incontrare degli amici, così scelse di percorrere il lungomare. Attraversando la località, per arrivare fino al molo, dovette affrontare l’intenso traffico dei turisti della domenica che rientravano in città. D’altronde, il maltempo si era annunciato così repentinamente...
     Le venivano incontro, in modo disordinato: auto, moto e biciclette; a un tratto anche un autobus, che invase la sua corsia; ma lei non si spaventò più di tanto e continuò ad avanzare.
     In prossimità del centro, sbarrato dal divieto d’accesso, svoltò a destra. Fiancheggiò il mare, la cui vista era impedita dal cantiere Marinara in pieno sviluppo, ma ancora chiuso, in attesa dell’inaugurazione.
     Perplessa contemplò la distesa di nuove costruzioni (blocchi d’appartamenti, torri, piazzette), che doveva prefigurare la Marina di Ravenna del futuro. Oltrepassato il cantiere e l’Hemingway café, giunse nel piazzale del molo.
     Attorno al parcheggio, accanto a ristoranti e a negozi, poteva scorgere nuove costruzioni di legno, verniciate in grigio-azzurro, che erano state progettate da architetti locali affascinati dai tipici edifici delle località marine statunitensi. Qui lasciò la moto e proseguì a piedi; superato il Circolo velico, ecco finalmente il baretto sul molo.
     All’esterno del locale risultavano occupate quasi tutte le sedie di plastica sparse fra la parete del bar e il muretto davanti al canale Candiano, come pure gli alti tavolini tondi per le consumazioni in piedi o seduti su uno sgabello.
     Ordinò un martini dry con gin e ghiaccio. Col bicchiere in una mano e una piccola ciotola d’arachidi nell’altra, muovendosi lentamente, tornò a osservare i tavolini a ridosso del bar. I primi quattro erano occupati da diversi clienti e coperti da numerose consumazioni.
     Sul quinto era appoggiato un solo bicchiere di birra, davanti al quale stava un uomo alto e magro, che aveva capelli biondo-castani, occhi verdi e la barba piuttosto incolta.
     Poteva avere sui trentacinque anni; portava jeans sdruciti dall’uso, non certo invecchiati per moda, e un giaccone di panno blu alla marinara.
     Alessandra accennò un saluto indicando che intendeva servirsi del suo tavolino. L’uomo assentì con un sorriso e spostò al bordo la sua birra per far posto al martini dry.
     "Prego, signorina…", si rivolse con accento straniero e - avendo capito che la ragazza si stava interrogando sulla sua nazionalità - aggiunse: "Sono bosniaco, mi chiamo Ismet Delacic".
     A quel punto la ragazza gli allungò la mano e si presentò: "Mi chiamo Alessandra. Lei parla bene l’italiano, da quanti anni è in Italia?".
     "Grazie, sono più di dieci anni", rispose l’uomo, "ho lasciato il mio paese nel 1993 e ho vissuto in Austria e Germania. Nel 1996 sono entrato in Italia… è una storia triste… vuole proprio che la racconti?".
     Alessandra annuì e girò le spalle al bar. Voleva godersi lo scenario del Candiano e ascoltare l’uomo con uno stato d’animo più rilassato.
     Lui capì e le fece posto. Ora contemplavano entrambi il canale davanti a loro, largo un centinaio di metri, con l’acqua verde e azzurra increspata dalle onde che la corrente muoveva rapida dal mare verso l’interno.
     Sulla destra si stagliava il molo, che i ravennati chiamano la palizzata, forse perché in passato la struttura si reggeva su pali di legno. Essa si stende per quasi un chilometro in mezzo al mare e consente un’ariosa e benefica passeggiata; più avanti, nel punto in cui termina, si poteva notare che cielo e mare assumevano colori più densi e saturi.
     Sulla sinistra, nella direzione del tramonto, scintillavano i riflessi argentati delle onde, mentre in cielo nuvole cupe oscuravano il sole ormai calante. Dietro, in lontananza, le ciminiere della zona industriale si distinguevano appena, in mezzo alla foschia fuligginosa.
     "Cosa faceva in Bosnia?".
     "Il meccanico, addetto alla riparazione di motori industriali. Abitavo a Konjic, una piccola città vicino a Sarajevo. Due mesi dopo che avevamo deciso di diventare indipendenti dalla Jugoslavia, con il referendum del 1992, le forze serbo-bosniache hanno creato una repubblica autonoma con capitale Pale. Il loro esercito ha iniziato la pulizia etnica contro di noi, musulmani bosniaci, e molti giovani - anch’io con loro - sono accorsi a Sarajevo per difendere la capitale...".
     Alessandra ascoltava con attenzione e allo stesso tempo osservava i diversi quadretti che componevano lo scenario davanti a loro. Alcuni piccioni sul muretto beccavano le patatine e le arachidi gettate dagli astanti, finché due gabbiani atterrarono nei pressi con una rapida planata per insidiare loro il cibo.
     Il canale era solcato da diversi natanti sulla via del rientro: una barca, con la vela gonfia del forte vento, scivolava silenziosa e veniva superata da un gommone, il cui potente motore provocava sbalzi e rumorosi tonfi sull’acqua. Poi, all’improvviso, il traffico si fermò al fischio ripetuto che annunciava l’ingresso nel canale di una petroliera, guidata da due rimorchiatori collegati con grosse funi a poppa e a prua.
     Sul largo marciapiede davanti al bar, il traffico pedonale si era intensificato: si avvicendavano bambini in bicicletta, coppie a passeggio e pescatori che trainavano carretti colmi di attrezzi.
     "Signori, fate attenzione! Non può durare questo vento di levante, fra poco viene giù la bora", fece un burlone un po’ alticcio, che si era fermato davanti al bar. Portava un berretto di lana azzurro e fumava la pipa, sembrava proprio un pescatore. Poco dopo riprese: "Madonna, che pataca! Questa è super! Voglio dire pataca nel senso di balusa, avete capito, signori?".
     In effetti, stava arrivando una bellissima bionda, alta e truccata, con un cappello a tesa larga, appariscente.
     Ismet aveva interrotto il suo racconto e acceso una sigaretta.
     Alessandra all’epoca era ancora bambina, ma in seguito aveva letto qualcosa su quegli avvenimenti. Volle mostrarsi curiosa e stimolarlo, utilizzando le proprie conoscenze, pur modeste: "Ma a difendere Sarajevo, non c’erano i caschi blu dell’Onu?".
     "Sì, dovevano dissuadere l’intervento dell’esercito serbo-bosniaco, ma non erano in grado di fermare i cecchini serbi che sparavano senza interruzione, causando morte e distruzioni. Bisognava snidarli e neutralizzarli in fretta: distruggevano tutto e tutti! Ho visto cadaveri di civili crivellati di colpi, feriti sanguinanti da più parti, persone menomate. Sarebbe stata dura anche la rinascita, probabilmente, con tutti quegli edifici sventrati: scuole, case e fabbriche", affermò provato. Poi aggiunse: "Pensavo di incontrare enormi difficoltà a reinserirmi nella vita civile; temevo di non farcela e così me ne sono andato. Grazie alla qualifica di rifugiato politico, ho potuto passare le frontiere e ad arrivare prima a Vienna, poi in Germania, dove ho fatto diversi lavori. Là non mi sono trovato bene: mi mancava il sole, il mare, il clima mediterraneo! Allora ho deciso di venire in Italia; dopo brevi soggiorni, a Milano e a Bologna, sono giunto a Ravenna nel 1997".
     Alessandra  aveva seguito con attenzione e bevuto il suo drink; si accese una sigaretta e gli chiese: "Che attività svolgi a Ravenna?".
     "Ho lavorato all’isola d’acciaio, nelle perforazioni, per una ditta appaltatrice dell’Eni. In seguito nei cantieri navali, qui a Marina di Ravenna. Sono attività redditizie, ma anche faticose e usuranti. Così ho deciso di mettermi in proprio".
     A fronte di quest’ultima e sintetica affermazione, Alessandra non trovò il coraggio per chiedergli ulteriori chiarimenti.
     "Ora parlami un poco di te… cosa fai?", le chiese il bosniaco.
     "Sono iscritta all’Università di Bologna al secondo anno della facoltà Scienze della comunicazione; dovrei conseguire la Laurea triennale".
     "Bene, la comunicazione è importante, anche se oggi non è tanto facile parlarsi fra Occidente e Oriente, fra cattolici e musulmani…".
     Alessandra lo interruppe per convenire con lui: era rimasta colpita dall’osservazione semplice e spontanea, ma al tempo stesso puntuale: "Hai ragione", ammise, "ma noi trattiamo per lo più aspetti tecnici, codici semantici, semiotica e altre cose complesse; l’aspetto culturale, purtroppo, rientra in poche materie, come Sociologia e Antropologia".
     Si era fatto tardi e numerosi clienti se n’erano andati, mentre altri resistevano apparentemente tranquilli. Il vento era cresciuto, le nuvole ora parevano ancora più scure e la luce scarseggiava. Nella vicina caserma della Capitaneria di Porto era stato acceso il faro: il suo cono di luce iniziava a stagliarsi in lontananza.
     Alessandra si accorse che era tardi e stava salutando Ismet. Questi si soffermò un attimo, quindi azzardò: "Cosa ne dici - posso darti del tu? - se una di queste sere ci vediamo per una cena a base di pesce? Posso offrire io!".
     "Non vorrei approfittare, il pesce costa molto…".
     "Non ti preoccupare, ora lavoro in proprio e guadagno bene! Così possiamo continuare la nostra conversazione… Va bene se fissiamo un appuntamento per mercoledì o giovedì sera? Ci possiamo incontrare qui, a quest’ora…".
     Alessandra era indecisa, non che temesse chissà quali incognite, ma lo conosceva appena e non aveva ben capito che attività svolgesse. Per non urtarlo, tuttavia, accettò.
     "Va bene, qui al baretto, alle otto di sera, ma bisogna fare venerdì, perché giovedì sono ancora a Bologna. Decideremo dove cenare. Preferisco un posto economico, magari potremmo comprare il pesce al cartoccio e mangiarlo al Circolo dei Pescatori".
     "Come vuoi tu; l’importante è stare bene in un posto tranquillo e continuare la conversazione".
     Così si salutarono con un accenno d’abbraccio e Alessandra se ne tornò a Ravenna in moto, sperando di non incorrere nel temporale che ancora minacciava.

     Durante la settimana Alessandra fu impegnata all’Università, partecipò alle ultime lezioni e studiò per preparare gli esami imminenti. Il tempo che le restava lo riempiva con la solita routine, fatta di trasferimenti dalla facoltà a Piazza Maggiore, dal proprio appartamento a casa d’amici. Verso il tardo pomeriggio erano d’obbligo i bar di tendenza, per l’aperitivo; se rimediava la compagnia, risolveva la cena in un’osteria con due veloci e comode bruschette. Era la vita degli studenti bolognesi!
     Venerdì mattina non riuscì a concentrarsi nello studio, perché pensava all’appuntamento al baretto e alla cena con Ismet. Nel pomeriggio volle prendere il treno per Ravenna prima del solito, quello in partenza da Bologna sulle quattro del pomeriggio, per arrivare a casa presto e potersi preparare con calma.
     In treno si sedette in uno scompartimento vuoto: voleva leggere senza disturbo il libro che aveva portato con sé, ma si distraeva e in fondo era felice di perdersi in quel paesaggio che le veniva incontro velocemente dal finestrino.
     Giunta a casa, uscita dalla doccia indossò un abito color fucsia, un attimo di trucco e di profumo, poi raccontò qualcosa ai genitori su come aveva trascorso la settimana a Bologna.
     Uscì in fretta, buttando lì, mentre si avviava alla porta: "Ciao pa’, ciao ma’! Non ceno in casa. Devo incontrare gli amici in pizzeria per il compleanno di un’amica. Non farò troppo tardi".
     Prese la moto, com’era ormai sua abitudine, per ovviare al traffico e al divieto di parcheggio nel centro di Marina nei fine settimana. Dopo mezz’ora, al baretto trovò ancora due sedie vuote, verso il Candiano; ordinò l’aperitivo della casa e si sedette per sorseggiarlo con calma: era in anticipo di un quarto d’ora.
     Dalle casse acustiche appese fuori del bar usciva, a volume abbastanza alto, la voce di Paolo Conte; il barista aveva inserito nel lettore CD una raccolta delle prime canzoni del cantante.
     Dopo Un gelato al limon, Bartali, La topolino amaranto, che non aveva potuto godersi - per il rumore assordante provocato e da un quartetto impegnato in una partita di “calciobalilla” - fu la volta di Via con me.
     Finalmente la partita era finita; ora poteva seguire le parole che, avvinghiate al ritmo coinvolgente, risuonavano così: 
     Via, via, vieni via di qui,
     niente più ti lega a questi luoghi,
     neanche questi fiori azzurri…
     via, via, neanche questo tempo grigio
     pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti.
     Via, via vieni via con me
     entra in questo amore buio,
     non perderti per niente al mondo…
     via, via, non perderti per niente al mondo
     lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di te…
   
     La canzone era terminata, come pure l’aperitivo; volse lo sguardo all’orologio: erano le nove… Ismet era in ritardo!
     Dapprima temette che le fosse andata buca, poi, pensandoci bene, le parve strano: l’interesse che aveva mostrato per la serata l’era parso sincero… Dentro di sé pensò a qualche problema, che poteva averlo costretto ad arrivare in ritardo.
     Preparandosi ad aspettare un’altra mezzora, prese in mano svogliatamente una copia del “Resto del Carlino”, che giaceva su una sedia vicina, e prese a sfogliarlo.
     Passò in rassegna la parte nazionale del giornale, dominata dalla politica e dell’economia, come l’instabilità del Governo e la lotta all’evasione fiscale, notizie che non la interessavano più di tanto. Passò allora all’inserto di cronaca locale, che iniziava con il capoluogo, Ravenna, e continuava con i principali comuni della provincia.
     Subito, nella prima pagina, un titolo a caratteri cubitali la fece trasalire: "Bosniaco si uccide dopo una sparatoria con la polizia"; il sottotitolo recava: "era ricercato per rapine che compiva armato di un cutter".
     Il corrispondente del giornale riportava che il bosniaco, il cui nome era Ismet Delacic, aveva dei precedenti e veniva controllato da polizia e carabinieri: si sospettava fosse l’autore solitario di diverse rapine.
     All’inizio della settimana ne aveva effettuate due in città: lunedì sera aveva razziato l’incasso di un supermercato e martedì pomeriggio il contante presso una filiale della Cassa di Risparmio. Nel compiere quest’ultima rapina aveva agito a viso scoperto, si era fatto riprendere dalle telecamere della banca e la Questura lo aveva identificato.
     L’articolo proseguiva affermando che da mercoledì le sue foto erano state distribuite alle forze dell’ordine; giovedì mattina la Polizia ferroviaria  aveva notato un individuo, con caratteristiche somatiche simili, scendere da un treno alla stazione di Ravenna.
     Un agente aveva intimato l’alt, ma l’uomo era fuggito nelle strade laterali e in prossimità di un piccolo parco si era inoltrato fra le piante. Due volanti, in pattuglia nel centro della città, dopo aver ricevuto via radio la segnalazione, lo avevano raggiunto.
     Gli avevano ordinato di arrendersi, inutilmente: lui aveva iniziato a sparare con una pistola Magnum 357; i poliziotti avevano risposto con una raffica di colpi da più direzioni.
     Vedendosi ferito e circondato, dopo un attimo d’esitazione, il bosniaco - inginocchiatosi a terra - si era sparato un colpo in bocca. Non voleva trascorrere il resto della vita in carcere...
     Alessandra depose il giornale, restò immobile e mesta per qualche minuto, poi se n’andò.







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