Il ladro di sesso
di Elcapoblanco


    
Rimase ancora qualche attimo tra l'incoscienza e la realtà.
     In bocca e nel naso aveva sempre quel sapore acre, sembrava una di quelle cose che usano per addormentarti prima di essere operati. Ed era sgradevole. Intontita cominciò a muoversi piano, ma si accorse che i piedi erano legati e così le mani. I movimenti erano ridotti al minimo, però le legature non gli facevano male, erano sì abbastanza strette, ma morbide. Dove era? Cosa ci faceva lì? Che cosa era successo? Poi a un tratto si accorse di essere completamente nuda, un piccolo brivido le percorse la schiena, il silenzio regnava sovrano intorno a lei. Eppure in quella stanza non era sola, un uomo stava odorando un paio di mutandine, mentre la fissava. I suoi occhi percorsero quel corpo per intero, soffermandosi sul pube e sulle areole dei seni, ammirava soddisfatto quella preda. Ciò che aveva sognato per anni ora si era trasformato in realtà. Ce l'aveva fatta. Solo ora dimenticava gli appostamenti e lo studio delle persone, delle loro abitudini, le ore passate a segnare orari e giorni, chi frequentavano e chi no. Non ci era voluto molto a trovare donne sole, ci era voluto di più a perfezionare tutta quanta la strategia per arrivare all'obiettivo. Aveva cercato e trovato donne carine, senza grandi problemi, sole, questa era la prima e inviolabile regola.
     Mise a posto con cura le mutandine con il resto del vestiario della donna, quella femmina era una donna che teneva alla propria pulizia e al proprio corpo e questo aveva fatto piacere all'uomo.
     Osservò ancora quel corpo, a stento riusciva a trattenersi dal fiondarsi su di esso con la sua bocca famelica, si passò la lingua sulle labbra, ora si era svegliata, si dimenava su quel lettino, non riusciva a distogliere lo sguardo dalla cavità delle cosce e da quel frutto maturo, quel frutto che di lì a poco avrebbe riversato quel celestiale liquido. Ma prima c'era una cosa da fare, anzi due. Si mise sulla testa una maschera di gomma e si avviò verso la sua preda.
     Sulla maschera all'altezza della bocca vi era situato un dispositivo elettronico che alterava la voce, ne fuoriuscivano parole metalliche senza accenti o flessioni. La donna si accorse del movimento nella stanza e, non cercando di mascherare la paura, chiese con un filo di voce chi ci fosse lì.
     L'uomo prese uno sgabello lì vicino, lo portò accanto al lettino, vicino alla testa della donna e si mise a sedere. Parlò.
     “Ora io ti leverò la benda dagli occhi, non urlare, le domande le faccio io, ti chiederò alcune cose, rispondi precisamente e non succederà nulla, se mi aiuterai faremo presto e presto dimenticherai tutto, fai un gesto con il capo se mi hai capito”.
     La donna scosse il capo più volte e l'uomo gli levò il bendaggio. Una luce bianchissima gli provocò un forte dolore agli occhi, era necessario richiuderli e abituarsi gradatamente alla luce, ma quando fu in grado di vedere nitidamente, voltò il capo alla sua sinistra e si trovò faccia a faccia con il suo carceriere, guardare quella maschera e urlare fu un tutt'uno. Cominciò a imprecare contro di lui, maledicendolo, ma l'uomo gli rimise il bendaggio agli occhi e in più staccò un pezzo di nastro e lo mise sulla bocca della donna.
     “Non serve che urli, qui nessuno è in grado di sentirti, la casa più vicina è a cinquanta chilometri, e ci vengono solo di estate, ora è vuota, se fai così mi arrabbio e non sarò gentile come sono stato finora, non hai considerato che se avessi voluto violentarti lo avrei già fatto, mi bastava solo farti dormire un'altro po'. Ma non l'ho fatto, per cui ora ti calmi, poi potremo continuare a parlare”.
     Detto questo l'uomo uscì dalla stanza, richiuse la porta dietro di sé, si levò la maschera, i guanti, andò al frigo, guardò dentro e prese un succo di pompelmo, lo versò in un bicchiere, vi aggiunse del Jack Daniels e si mise a sedere. Sperava che la donna si calmasse presto, il fattore tempo era cruciale. Mentre pensava a questo, prese il telecomando e accese il televisore: su Animal Planet una leonessa si apprestava ad andare a caccia nella savana dell'altopiano del Serengeti. Lui pensò per un attimo alla leonessa nell'altra stanza, meravigliosa, e bevve a piccoli sorsi.
 
     Era trascorsa una buona mezz'ora quando spense il televisore. Si alzò, si rimise la maschera, i guanti e rientrò nella stanza dove si trovava la donna. Lei stava singhiozzando in silenzio. La osservò per un po' di tempo, poi riprendendo lo sgabello che aveva scansato tornò a sedersi, accanto al lettino e alla sua occupante.
     “Spero che tu ti sia calmata, fare così non serve a nulla se non a peggiorare le cose e tu non vuoi che le cose peggiorino, non è vero?”.
     La donna assentì col capo, il respiro si fece più regolare, l'uomo le tolse il bavaglio, il bendaggio e la guardò.
     La donna lo guardò a sua volta e poi chiese, cercando di non urtare il suo interlocutore.
     “Chi sei, cosa vuoi da me, cosa ci faccio qui?”.
     “Le domande come ho detto prima le faccio io, prima rispondi e prima finiamo, non hai nulla da preoccuparti”.
     “D'accordo, facciamola finita, dimmi cosa vuoi, non ne posso più di stare qui legata”.
     “Oltre a qualche crisi di nervi, che ogni tanto ti prende, hai altre malattie?“.
     La donna rimase scioccata, solo lei e quell'anziano dottore che gli prescriveva dei calmanti sapevano del suo problema. Come faceva quest'uomo a saperlo?
     “E tu oltre che in testa, hai altre malattie che dovrei sapere? Forse sei un serial killer, sei comunque malato sicuramente per fare tutto questo alla gente”.
     Gli sembrò quasi che l'uomo sorridesse sotto la maschera, poi lui gli fece vedere il bavaglio e lei allora si costrinse a stare calma.
“Oltre a quel problema che anche tu sai, non ho altro, sono sana come un pesce”.
     “Lo vedo”, disse l'uomo percorrendo con lo sguardo tutto il corpo, “ma volevo che me lo dicessi tu, e io non sono un serial killer, anche io come te sono sano, forse non bello come te, ma sano sì. E questa roba che prendi ti distrugge lo stomaco”.
     Non credeva a ciò che vedeva, nella mano destra l'uomo teneva i suoi calmanti, cioè quelli che erano rimasti nel flaconcino.
     “Sei perfino entrato in casa mia, vero?”.
     “Sì, sono entrato in casa tua, ho trovato questi calmanti in bagno, dietro la crema da sole, ma non ho trovato altro se non la casa di una donna sola”.
     “Ma veniamo a noi, ora io ti dirò cosa voglio da te, ti sembrerà un po' strano, ma se acconsentirai sarà una cosa veloce e, sono sicuro, per te anche estremamente piacevole, dopo di che ti riporto a casa e presto dimenticheremo ciò che è successo qui. Parola d'onore, se per te vale qualcosa”.
     “Una violenza carnale non sarà mai piacevole, come puoi credere che le donne godano a essere violentate? Lo sapevo che non eri del tutto sano, visto che...”.
     “Ma io non ti voglio affatto violentare, non è questo che voglio da te, e soprattutto non voglio che ci sia alcun tipo di violenza”.
     “Certo, ma intanto sono legata a questo cavolo di lettino, nuda con un mostro travestito da maniaco, chiunque mi vedesse cosa penserebbe, che stiamo giocando a dottore e malato?”.
     “Eppure anche in questi frangenti sai essere spiritosa, questo significa che la mia scelta è stata delle migliori, non potevo trovare una donna migliore per questo scopo, sei molto bella, sana e per lo più spiritosa, non potevo avere di più di questo”.
     “Basta non ce la faccio più, dimmi cosa vuoi”.
     “Ora mi piaci, e ti dirò molto lentamente cosa voglio da te, in modo che tu capisca perfettamente, fatto questo sarai libera, forse più di prima, sta solo in te decidere come”.
     “Essere libera dopo morta non mi interessa granché, chi mi dice che dopo che ti sei divertito, non mi sezioni come un bue e spandi i pezzi del mio corpo a destra e a manca?”.
     “Nessuno, ma non lo farò, puoi stare sicura, del resto non hai molta scelta, però voglio dirti una cosa, io ti libero per poter fare al meglio quello che voglio, come vedi non sono un carnefice violento o sanguinario. Sarai in grado di muoverti liberamente come meglio credi”.
     Detto questo l'uomo si alzò dallo sgabello, si portò vicino alla porta e, mentre digitava una serie di dieci numeri, disse alla donna che cosa avrebbe voluto da lei quella sera.
     Un forte rumore metallico risuonò lungo i battenti della porta, la combinazione si attivò all'instante, quella stanza avrebbe potuto essere la tomba per entrambi, senza che nessuno all'esterno si fosse accorto di qualcosa.
     “Ho digitato una serie di dieci numeri, praticamente è impossibile indovinarla, se hai qualche idea di come farmi fuori dopo che sarai libera pensaci bene, non uscirai mai più di qui”.
     Invece la donna stava pensando alla richiesta dell'uomo, era così strana e inverosimile da non crederci affatto. Cosa aveva in mente quell'individuo? Non credette nemmeno fosse vero che lui stesse liberandole i polsi, i piedi, ma quando alzò un braccio lo trovò libero e a stento frenò le lacrime. Muovendo gli arti superiori e inferiori il sangue ridiede tonalità ai muscoli indolenziti, lentamente si mise a sedere sul lettino, solo allora si accorse della stazza dell'uomo che aveva davanti a sé. Era imponente, giudicò all'incirca un metro e novanta o forse di più. In silenzio davanti a lei, nonostante portasse quello strano vestiario, si deduceva che era atletico, e mostrava una calma agghiacciante.
     “Fammi capire bene, tu vuoi farmi un bagno, vuoi lavarmi tutto il corpo, farmi un massaggio orientale e poi dopo mi riporterai a casa, tutto qui?”.
     La testa dell'uomo fece un cenno di assenso.
     Per tutta risposta la donna gli si scagliò addosso, con le unghie che cercavano il volto sotto quella maschera, ma l'uomo bloccò i polsi così fulmineamente da far gemere di dolore la donna. Divincolandosi lei cercò di liberarsi, ma era l'unica a muoversi, lui era calmo e alla fine lasciò i polsi. Lei allora si portò sul lettino, si raggomitolò e cominciò a piangere. Incurante di tutto ciò l'uomo andò di fronte a un pannello situato alle spalle della donna premette un interruttore, il rumore dell'acqua si fece man mano più forte mentre dietro a una tenda una enorme vasca con idromassaggio si riempiva. L'uomo allora scostò la tenda, in un ripiano scavato nel muro c'erano allineati dei flaconi, non recavano etichette, tantomeno il contenuto, li prese uno alla volta, versò un po' di quel prodotto nella vasca, qualcuno poche gocce, qualcun'altro un po' di più. Dopo poco si era formata nella vasca una schiuma abbondante e molto profumata, il vapore fuoriusciva dall'acqua calda spandendo intorno un profumo intenso. L'uomo si tolse i guanti e si accertò della temperatura, voleva che fosse giusta, soddisfatto andò dalla donna e molto delicatamente la prese tra le braccia, la portò sulla vasca e immerse le gambe malferme nell'acqua.
     Si spogliò a sua volta, rimanendo solamente con la maschera sul volto e un paio di slip neri, poi entrò con lei, accanto alla vasca vi erano delle spugne morbidissime e di diversi colori. Ne prese una, la impregnò di un sapone delicato di profumo e, senza fretta, cominciò a lavare la schiena alla donna. Passò il corpo in lungo e in largo. Gli alzò le braccia e lavò le ascelle, per i piedi cominciò dalle dita, poi il plantare, risalì sulla gambe lentamente, una per una, senza fretta, poi la spugna si fermò sul pube un attimo, allora lui le alzò una gamba e la fece poggiare sul bordo della vasca.
     Buttò la spugna fuori in terra, prese un altro flaconcino, si versò un po' di contenuto sul palmo e si frizionò con energia entrambe le mani. Cominciò con il lavare l'esterno del pube, la donna ebbe un sussulto, non piangeva più ora. Forse non era un mostro, forse dopo l'avrebbe lasciata andar via. Ora le dita si addentrano nella cavità femminile, mentre un'altra mano risale il solco delle natiche.
     Ma quel lavaggio non è brutale, né vizioso, è rilassante, mentre lui le passa le dita dentro e fuori per lavarla, lei si accorge dei propri capezzoli, diventati enormi, eccitati.
     Lui smette sul più bello, quasi a saperlo, prende in mano un tubo flessibile, apre l'acqua e il volto della donna sognante viene riportato bruscamente alla realtà, l'acqua è fredda. Lui un po' goffamente si scusa, non voleva, ora è tornata calda. Con un balsamo molto aromatico le lava i capelli, li massaggia con cura e il massaggio si estende alla testa, al collo, alle spalle e ai seni. Quei bocconcini turgidi scorrono fra le dita, sensibili, aspettano il ritorno di quel tocco, di quel passaggio. Ma ritorna l'acqua a portar via il sapone e, con esso, i pensieri di sesso e di liquidi seminali. E riviene sollevata, come se fosse una foglia, trasportata su un morbido tappeto, asciugata con cura, dappertutto. Quasi si spaventa quando a occhi chiusi sente il phon sui capelli, materializzato dal nulla nelle sue mani.
     Ma il getto di aria calda la rincuora e richiude gli occhi.
     Però ha visto la sua enorme erezione, gli slip sembrano esplodere da un momento all'altro, ma lui non ci fa caso. Le sue mani alzano i capelli, delicatamente, si spostano sul capo a cercare zone rimaste umide, finché il ronzio cessa e lei apre gli occhi. Lui la guarda soddisfatto e ora anche lei lo guarda attentamente, si accorge delle cicatrici sulle spalle e una sul petto. Un petto asciutto, guizzante, anche se non ha l'aspetto di un culturista, ha dei muscoli estremamente sviluppati, delle braccia possenti, un addome impressionante.
     E un cazzo notevole. Se è delicato dopo come è stato finora, forse questo brutto sogno avrà un finale migliore.
     Per oggi vietato camminare, riviene sollevata in aria con facilità estrema, stavolta però sente quel turgore sotto la coscia, caldo, duro e avverte l'umido fra le sue cosce. Viene depositata su di un lettino più grande e più morbido. L'uomo la copre con una coperta morbida, profumata al sandalo e si assenta per un attimo. Ma lei lo guarda, gli vede prendere da un parte una bacinella, versarci qualcosa dentro, forse olio, dal colore sembrerebbe. Aggiunge altre due cose, una liquida, una in polvere e, rimestando il tutto, torna da lei.
     Ora gli dice: "Rilassati e chiudi gli occhi, penserò a tutto io".
     Lei non riesce più a distinguere i profumi, ciò che sente emanare da quella bacinella è una cosa meravigliosa, è un qualcosa di divino mai sentito prima. Ma che cos'è?
     Lui ha le mani imbevute di quel liquido profumato, le solleva i piedi, uno se lo appoggia sul petto e comincia a massaggiare l'altro, partendo dalla pianta del piede, in mezzo alle dita, al collo e poi al polpaccio, è bella una delicatezza così unica in una forza così spaventosa. Arriva sopra al ginocchio e si ferma, comincia con la stessa flemma l'altro piede. Con calma, metodico, non lascia un centimetro di pelle, non dimentica posti e lo fa con una cura estrema. Non si sente il suo respiro, non si sente il rumore di ciò che fa, il silenzio il suo credo.
     Ora tocca alle cosce, lui si sposta di lato, si è già inumidito le mani con quella pozione miracolosa, stimola i muscoli di una coscia, poi quell'altra, stavolta il pube appena lo sfiora, risale lungo la pancia di lei, inumidendo ancora le dita dentro al recipiente, ora è sui seni, turgidi, si arrendono al tocco, rispondono mostrando lucidi la loro eccitazione, si gonfiano in un eccesso di piacere, quasi a volersi staccare dal corpo.
     Ma ancora una volta viene riportata alla realtà, non bruscamente, ma con leggerezza, quelle braccia la girano con naturalezza e il massaggio ricomincia, forte ma delicato, lieve ma deciso.
     Sa certamente dove mettere le mani, conosce i fasci di nervi sparsi sul corpo, alterna pressione e contatto leggero, tonificando e risvegliando punti dormienti, il corpo risponde al tatto rilasciando un senso di benessere. Per l'ennesima volta viene girata, ora è con la schiena sul lettino, viene portata più avanti, il pube e i glutei sono al di fuori del bordo. Sì, scopami fino a farmi morire, infilami la tua mazza, sono pronta, chiavami. Vengono portati due aggeggi regolabili, lui le solleva i piedi e li appoggia sopra, li regola in modo che lei non abbia difficoltà di movimento. Ora è accanto al suo viso, le mostra un foulard nero, lei vorrebbe dire di no, ma lui calmo le sussurra: “Fidati”.
     Lentamente lui le solleva il capo, gli passa intorno agli occhi la benda, l'ultima cosa che lei osserva è l'eccitazione di lui, nel suo membro, sembra essere divenuto ancora più enorme. Poi il buio.
     Lei divarica ancora di più le gambe, è pronta, lo vuole. Ora.
     Il silenzio è irreale, delle gocce di acqua cadono nella vasca, il loro rumore invade la stanza, poi un altro rumore, capisce cos'è.
     Lui si sta levando la maschera e la posa in terra, questo è il rumore dello sgabello che viene spostato, ora è di fronte a lei. Lui si siede.
     Ora lei sente solo il proprio respiro, è conscia del fatto che la sua femminilità è esposta al suo sguardo, ma stranamente non se ne vergogna, ma si offre. Poi un tocco la fa sobbalzare, è stata solo sfiorata, poi un altro, in un'altra parte del corpo, poi si susseguono, ma questi punti la portano a un'eccitazione animalesca, poi un dito le sfiora il collo, prosegue fino all'attaccatura dei seni, lieve, come una piuma, si porta su di un capezzolo e gioca.
     Poi senza staccarsi dal corpo, giunge all'altro seno, disegni segreti conquistano quell'emisfero, ora il respiro di lei è più pesante, sente la sua bocca sulla caviglia del piede, un piccolo tocco di lingua.
     Quelle labbra avanzano centimetro dopo centimetro, risalgono le gambe in un'estenuante marcia di lievi baci e impercettibili colpi di lingua, le mani dell'uomo ora sono sui seni, a circoscrivere la perfetta rotondità. Poi come è iniziato li lascia a se stessi, le mani si portano sul ventre di lei, un lieve tocco intorno all'ombelico, un odore forte arriva alle narici dell'uomo, e con lo sguardo vede ciò che vuole, piccole goccioline imperlano le labbra della vagina, i baci arrivano alla fine della coscia, ma non vanno sul sesso di lei.
     Non ancora. Si sente elettrizzata, non aveva mai provato nulla del genere, il sesso fino ad allora era stato un'accozzaglia di orgasmi disperati, violente penetrazioni, masturbazioni miste a pianti liberatori. Ma questo tocco è un'altra cosa, è un altro pianeta.
     Come a capirla, lui porta le sue labbra sopra il sesso di lei, inizia con delicatissimi baci, la lingua esce, tocca, si ritrae, in un gioco estremo, assapora con golosità gli umori, gusta estasiato il sapore, giocando con il clitoride, e poi affonda con la lingua dentro, quasi con violenza a voler liberare qualcosa, riesce e la ripenetra più lentamente e continua incessante questa penetrazione, l'orgasmo arriva devastandola in sussulti quasi incontrollabili, non è uno solo, si susseguono a catena, un'eruzione dopo l'altra. L'uomo beve da lei, si sazia del suo liquido, goccia dopo goccia, arriva anche per lui, violento, il pene estratto dallo slip schizza impazzito, violaceo, le vene lucide sul cazzo hanno spasmi, i fiotti di sperma si lanciano suicidi sul pavimento, uno dietro all'altro. Poi dopo i respiri, i gemiti e le eiaculazioni feroci, lentamente, tutto torna alla normalità.
     Lei si sente stremata, stanca, l'uomo le fissa i seni turgidi che si alzano e si abbassano, vede la lingua di lei, un attimo sospesa nel vuoto per tornare poi nell'umida caverna, fra i denti bianchissimi.
     Lei si toglie il nero foulard lentamente, l'uomo è di fronte a lei, con la maschera sul volto la sta fissando. La fa scendere dal lettino e la porta alla vasca.
     “Lavati con questo, dappertutto, fai con calma, dopo ti riporto a casa”.
     “Stai mentendo vero? Tu non hai intenzione di riportarmi a casa, ora cosa succederà? Devi dirmelo!”.
     “Non succederà nulla, è finita qui, lavati”.
     La donna lo fissa ancora per un attimo, poi si gira verso la vasca e comincia a farsi la doccia.
     Quando finisce lui la sta aspettando accanto al lettino, da una parte degli asciugamani puliti, inodori, dall'altra i suoi vestiti, piegati con cura.
     Stavolta non ci pensa lui con il phon, come ha fatto prima, si asciuga da sola e si riveste, sotto il suo sguardo freddo.
     Prima di indossare la giacca si friziona ancora i capelli, quando si gira verso l'uomo, lui è a un metro da lei e le porge un bicchiere.
     “Bevi“.
     “Cos'è?”.
     “Un sonnifero”.
     “Non ho intenzione di bere, qualunque cosa sia”.
     “D'accordo”.
     Lei si immagina una reazione violenta, invece l'uomo le deposita in terra il bicchiere. Prende lo sgabello vicino al lettino e si porta con esso davanti alla porta, poi si siede come nulla fosse.
     Ora è lei a fissarlo, lui è la calma fatta persona, non ha aggiunto nulla, non ha fatto scenate, ha preso quel rifiuto come cosa normale.
     Cammina per la stanza, lui la osserva, le braccia incrociate, non muove un muscolo che è uno. Poi prende una decisione, allunga il passo e si porta accanto al bicchiere, lo raccoglie e con esso va verso di lui, si ferma a un metro e guardandolo tracanna il liquido d'un fiato. L'uomo si alza calmo, come sempre, lei scaglia il vetro in terra e lo sfida con lo sguardo. Passa poco tempo, quando comincia a girargli la testa, le gambe improvvisamente si fanno pesanti, sta per perdere l'equilibrio, ma lui la sorregge subito.
     “Lasciati andare, non combattere”.
     “Levati la maschera, ti prego”.
     “Non posso, dormi ora, tra poco sarà tutto finito”.
     Le sembra di vedere i suoi occhi dietro la maschera, poi il buio.
     L'adagia lentamente sul lettino, la osserva ancora un attimo, si toglie i guanti, con un dito le sfiora quel volto fiero, poi togliendosi la maschera si china sul volto e gli da' un bacio lieve sulla fronte.
     Lei apre gli occhi e al buio gli pare di vedere un volto di un uomo.
     Anche lui se ne è accorto, gira la testa di scatto, cercando di soffocare una bestemmia. Questo proprio non ci voleva. Questo cambia tutto. Ora è lui a girare per la stanza come un animale in gabbia, lo riconoscerà se lo rivede? Lo avrà visto bene per fare un identikit preciso? E soprattutto, lui è disposto a rischiare così tanto?
     Si avvia alla porta, la apre, non c'era nessun codice da indovinare, si ripete quel tonfo metallico che entrambi avevano sentito prima, azionando la maniglia dall'interno la chiusura centralizzata viene disattivata, chiudendo invece basta cliccare su zero e da fuori nessuno aprirà, ma dall'interno si esce comunque. Semplice.
     Gli altri numeri non servono a niente, ma se vengono cliccati suonano come se veramente servissero a qualcosa. Si toglie gli indumenti che ha addosso, va in bagno e fissa il volto che ha davanti, un goccia di sudore gli scende dalla tempia sul volto.
     Ha deciso. Correrà il rischio. Sotto il lavello c'è una valigetta, la prende, la apre estraendo una parrucca bionda, un paio di baffi quasi dello stesso colore, indossa il tutto e si guarda allo specchio per vedere il risultato, è buono, vi aggiunge un paio di occhiali da sole, mentre fuori è nuvoloso, ma che importa.
     Si riveste con un altro abito, non è nero come l'altro, pantaloni di velluto marroncini, un golf avana e sopra una giacca di pelle chiara. Estrae da un cassetto una pistola e due caricatori, più un silenziatore, rapidamente controlla l'automatica, inserisce un caricatore poi se la mette dietro, tra i pantaloni e il maglione. Il caricatore rimasto trova posto con il silenziatore nella tasca interna della giacca. Da un altro cassetto prende dei documenti falsi, osserva la foto e si guarda riflesso, sono molto simili, andranno bene.
     Mezz'ora dopo è in viaggio verso la città, la velocità dell'auto familiare è normale, rispettando i limiti non dai nell'occhio, a bordo, in bauliera la donna dorme profondamente. Non sa se le ricerche della donna siano iniziate, tutti sapevano che faceva uso di calmanti e tranquillanti, almeno quei pochi che la conoscevano direttamente, e loro sapevano che viveva sola, usciva poco, se non per cose di necessità. Chi avrebbe creduto a quella donna affetta da continui attacchi di isteria e pianti dirompenti, con i nervi sempre a fior di pelle, se poi qualcuno le avesse creduto cosa trovavano, per confermare le sue affermazioni?
     Si scacciò dalla mente quei pensieri, costeggiò la periferia della città fino a quando non arrivò in vista del grande centro medico, diresse ai parcheggi più vicini a esso, ne trovo uno che faceva al caso suo, dei grandi platani oscuravano in parte la luce dei lampioni creando ombre abbastanza grandi da nascondere una macchina come la sua, spense il motore. Si era avvicinato al parcheggio solo con le posizioni accese, in modo che la macchina fosse riconoscibile il meno possibile. Attese ancora un po', intorno regnava il silenzio, ogni tanto qualche folata di vento, nulla di più, a quell'ora della notte era difficile trovare qualcuno in giro, non aveva incontrato nemmeno una pattuglia, per ora, quasi tutto era filato liscio come l'olio. Dopo un quarto d'ora scese dall'auto, prelevò la donna dal bagagliaio e la mise sotto un platano, la coprì con una coperta, estrasse la pistola e inserì sulla canna il silenziatore, puntò l'arma alla testa della donna, la mano non tremava, era sicura, molto più di chi invece teneva l'arma.
     Alla fine abbassò la pistola, estrasse il silenziatore, e si rimise in tasca il tutto, sfiorò con un dito la guancia della donna e risali in macchina. I parcheggi più lontani dall'ospedale erano dotati di cabine telefoniche, da una cabina chiamò la polizia, alterò la voce quel tanto per non farsi riconoscere, spiegò frettolosamente di aver visto una donna che dormiva nei parcheggi adiacenti all'ospedale, mentre lo faceva vedeva in lontananza il punto dove aveva scaricato la donna, nessuno era nelle vicinanze. Alle domande insistenti dell'operatore abbassò il telefono, poi chiamò l'ospedale che vedeva di fronte, disse che una persona stava lamentandosi, spiegò il punto esatto e rimise al suo posto la cornetta, usando dei guanti non aveva lasciato impronte. Risalì in macchina e attese l'arrivo di qualcuno. Passò forse un minuto, dalla clinica uscirono tre persone in abiti bianchi, infermieri, uno di loro spingeva una barella, cominciarono a controllare la zona loro descritta dall'operatore, avevano delle torce e con queste controllavano nelle vicinanze delle piante, poi uno di loro gridò e fece cenno agli altri di averla trovata. L'uomo risalì in auto e lentamente partì a fari spenti, a circa un chilometro dal centro medico incontrò una macchina della polizia che si stava dirigendo sul punto della chiamata.
     Ripercorse nel senso inverso quel breve viaggio, mise l'auto in garage e salì in casa. Si tolse la finta barba e i baffi, ripose il tutto dentro la valigetta, occhiali compresi. Entrò in un'altra stanza che era ubicata sopra quella della vasca, dentro era stato allestito un centro di registrazione, con monitor, impianti che registravano e tutto l'occorrente che serviva, quattro telecamere all'interno della stanza avevano operato ininterrottamente per più di quattro ore, due puntavano sulla vasca e due sul lettino, mise indietro le registrazioni, poi gli diede il via, si osservò mentre lavava la donna, nel suo volto trapelava paura ma anche eccitazione.
     Nello stesso momento un detective della sezione persone scomparse riceveva una chiamata, l'agente della pattuglia lo informava del ritrovamento della donna presso l'ospedale, in questo momento veniva sottoposta a visite e controlli. Era svenuta ma viva. Il detective ringraziò e si alzò dal letto. Fece una rapida doccia, per la barba optò un'altra volta, si vestì e andò nell'angolo della squallida abitazione dove aveva un cucinotto, tentò di farsi un caffè, ma era finito, come il bourbon la sera prima. Decise di uscire con il sapore di merda in bocca, forse alla clinica medica avevano un po' di caffè. Prima di partire si fece una sigaretta, con cartina e tabacco, come sempre ce ne metteva troppo e a volte troppo poco, l'unico risultato era che il tabacco fuoriusciva da dove lui aspirava ed era tutto uno sputare a destra e a manca. Questa volta però non venne male, soddisfatto l'accese e partì.
     Uno dei dottori di guardia di notte alla clinica stava visitando la donna, era coadiuvato da due infermiere, aveva già constatato che la donna dormiva sotto l'effetto di qualcosa, anche se non sapeva cosa, non riteneva che la paziente si drogasse, durante la visita non aveva trovato nel corpo segni di aghi, sembrava a prima vista una donna in salute, che stava semplicemente dormendo.
     Il detective arrivò all'ospedale, parcheggiò vicino all'entrata e si diresse dentro, chiese informazioni alla reception e poco dopo era a sedere davanti alla stanza della donna, senza caffè.
     Dopo mezz'ora il dottore uscì ridendo con un'infermiera, vide il distintivo prima di vedere l'uomo, il sorriso tentennò ancora un po' poi sparì del tutto.
     “Avrei da farle alcune domande che riguardano la donna”.
     “Venga da questa parte, potremo parlare più comodamente”, indicava un ufficio dove i medici si riunivano o compilavano cartelle cliniche. L'infermiera si congedò dal dottore e salutò il suo interlocutore e si avviò nel senso opposto all'ufficio. Il medico fece accomodare il detective dentro e prese due tazze per caffè.
     La seconda infermiera era ancora con la donna, aveva estratto due piccole quantità di sangue dal braccio destro, per le analisi e stava aspettando la sua collega per dargli le provette destinate al laboratorio. Il dottore era stato categorico, non lasciare sola la donna.
     “Che cosa ti hanno fatto, piccola mia”.
     L'infermiera si era chinata sulla donna, gli diede un bacio sulla bocca e la sua mano entrò sotto la coperta per accarezzarle un seno, poi passò a quell'altro.
     “Lo sai che sei proprio una gran figa?”.
     Tolse la mano dai seni della donna e andò alla porta, aprì silenziosamente e guardò fuori, sentiva il dottore e il poliziotto parlare, della sua collega neanche l'odore. Richiuse e si portò di nuovo dalla paziente, vide che dormiva ancora profondamente, abbassò la coperta fino alle ginocchia, completamente nuda, la ammirò per qualche instante, poi si chinò su di lei e baciò un seno, la mano si portò fra le cosce, con delicatezza le inserì un dito nella fessura, in modo lento ma continuo, fino a farlo scomparire tutto dentro, il capezzolo sotto la sua lingua era grosso, estrasse il dito e se lo portò alla bocca, era umido, ne assaggiò gli umori e mugolò per il piacere.
     “Oltre a essere bella sei anche molto saporita, come sarebbe bello fare colazione ogni mattina con la tua fica sulla mia bocca”.
     Si ripulì il dito completamente, ammirando quel corpo, osservando quei seni muoversi sopra il respiro, toccò i suoi e li strinse forte, con un desolato respiro ricoprì il corpo, ma non riusciva a togliere gli occhi da quella donna, si portò vicino a quel volto, le aprì piano la bocca e penetrò con la lingua fino a toccare la sua. La titillò per qualche secondo, era proprio una bella figona, da bere.
     Basta, smettila o ti metterai nei guai, pensò l'infermiera, pensa che bello però che sarebbe, poter scegliere donne o ragazze, averle qui in clinica, addormentate e te che voli di fica in fica a bere quel nettare, visto che anche nel sonno si hanno gli orgasmi, chissà se riuscissi a vivere bevendo solo gli umori vaginali?
     A quel pensiero lei si leccò le labbra, che bella fantasia e sorrise.
     Toccò ancora una volta quei seni da sopra la coperta, immaginando la donna che la ritrova fuori dalla clinica e con una gonnellina corta le chiede se vuole la sua fica. Se la immagina con un piede alzato e il pube in bella mostra, mentre con due dita si allarga le grandi labbra. Decide di smettere di giocare e andando verso la porta sposta con un piede i vestiti della donna, da una giacchina fuoriesce il tubetto dei tranquillanti, lo raccoglie e mentre sta guardando di cosa si tratta entra la sua collega.
     “Guarda cosa aveva in tasca”.
     Quella che è entrata prende il tubetto, legge il prodotto, poi sicura: “Sarà meglio avvisare il dottore, glielo faccio vedere, dovevi frugare prima tra i vestiti, era un compito tuo, controlliamo se ha ancora qualcosa”.
     La verifica è veloce, viene trovata una patente, pochi spiccioli e qualche appunto su dei foglietti, nient'altro di utile.
     “Porto tutto al dottore, forse la polizia può trovare qualcosa tra questi biglietti, tu rimani qui, se si sveglia chiama”.
     Il detective accettò di buon grado il caffè, era ottimo e caldo, era quello che ci voleva, quando anche il dottore si fu accomodato gli chiese in che condizioni fosse la donna.
     “Direi in ottime condizioni, non ha ferite, non ha segni di violenza, ho esaminato il corpo attentamente, non ho visto un livido o un'ecchimosi che fosse uno. Praticamente sta dormendo beata, devono aver usato qualcosa di forte, oggi per rendere innocua una persona ci sono molte cose, basta far ingerire un liquido e uno si sveglia il giorno dopo”.
     “La donna a prima vista si droga?”.
     “A prima vista direi di no, non ho visto buchi da nessuna parte, ho disposto all'infermiera comunque un prelievo, quando avrò il risultato tossicologico potrò essere più preciso, anche se credo di non trovare nulla”.
     “Nella giornata di ieri, si è presentata in centrale una sua amica”, esordì il detective, “dicendo che aveva un appuntamento con la donna, lei aveva un colloquio di lavoro per uno studio di avvocati, l'amica l'avrebbe accompagnata, ha insistito che non avrebbe mai rinunciato a quell'incontro, per cui era convinta che gli fosse successo qualcosa, inoltre ci ha detto che stava passando un brutto periodo, aveva perso il lavoro, era già avvocato in uno studio legale, ma per non so quale motivo è stata licenziata sei mesi fa”.
     L'infermiera bussò e senza attendere oltre entrò nell'ufficio, in mano aveva gli effetti della donna.
     “Dottore, in una tasca aveva queste”.
     Il medico prese il tubetto delle pillole, le riconobbe.
     “L'amica della donna aveva ragione, queste sono per lo stress e sono molto forti, non doveva passare dei buoni momenti”.
     Il detective prese dalla infermiera gli effetti della ricoverata, controllò la patente e vide che si trattava esattamente della persona che stavano cercando. Osservò gli appunti, si trattavano per lo più di studi legali, dove poter chiedere lavoro. Nulla di interessante.
     Ma lui sapeva che la donna era la vittima numero cinque, altri quattro casi molto simili a quello erano già successi in quella città.
     Stesso modus operandi, donne sole, molto belle, giovani, qualcuna in difficoltà, sparite nel nulla e riapparse da un'altra parte, un giorno dopo, al massimo un giorno e mezzo, nessuna con segni di violenza, sembrava fossero andate a far visita a un parente e tornate.
     E nessuna voleva parlare di quello che era successo in quel lasso di tempo, dicevano di non ricordare niente, ma mentivano, ne era sicuro. Chi le aveva rapite? Cosa aveva fatto loro? Perché non volevano tornare sull'argomento? Quando aveva visto la donna in questione, sapeva già perché era stata scelta e sapeva anche che sarebbe stata trovata. Lui le chiamava: le dormienti.
     L'uomo aveva un cd in mano, lo mise nel dvd che aveva davanti, lo visionò per intero, quasi un'ora di registrazione, nella vasca, nel lettino, i gemiti liberatori della donna, di lui si vedeva una sagoma sfuocata, anche questa copia era venuta molto bene.
     Estrasse dal dvd il dischetto, lo inserì in una copertina di plastica, uscì di casa diretto verso la città, la sua ultima conquista presto avrebbe avuto posta da visionare.
     Il detective voleva parlare con la donna che era stata dimessa, dopo risvegliata non aveva detto quasi nulla, si era chiusa in un silenzio a oltranza, però non prendeva più pillole per andare avanti, aveva rifiutato ogni tipo di farmaco, anche perché non aveva bisogno di parlare con un esperto che tratta la psiche delle vittime di abusi e violenze nemmeno a parlarne. Lo rifiutava in modo assoluto. Il medico fece notare al detective che la vita della donna pareva per quanto strano essere migliorata sotto ogni aspetto.
     La mattina prima aveva lasciato la clinica in compagnia dell'amica, aveva insistito per tornare a casa sua, nonostante la polizia non avesse caldeggiato questa ipotesi, una pattuglia sostava davanti all'abitazione della donna. Le due donne in casa ebbero un veloce battibecco, quella che era stata in ospedale non voleva mangiare, l'amica insisteva che era meglio se mangiava qualcosa, facendo notare l'orologio, disse che se partiva subito avrebbe trovato in fondo al quartiere quello che faceva al caso loro, eccellenti ravioli al sugo, un vino italiano di ottima qualità e una porzione di carne abbondante, con verdurine grigliate, più un dolce squisito.
     Senza attendere la risposta l'amica, prese le chiavi della macchina e la borsa, uscì mentre dall'interno della casa gli dissero di non prendere tanta roba. In strada disse all'agente che si sarebbe recata quasi alla fine dell'isolato per compere e che sarebbe tornata subito. Lui la assicurò che non si sarebbe mosso di lì. Mentre la donna saliva in auto non vide il postino che riscendeva a piedi lungo le abitazioni dalla parte della vittima. L'uomo distribuiva depliant di super market con le offerte del mese, in mezzo al fascio da consegnare aveva una custode da cd, sotto il cd c'era un foglietto.
     Arrivò sotto casa della donna e suonò il campanello, colei che gli aprì prese con noncuranza il depliant e ringraziò, il postino le disse che questo mese le offerte erano proprio da considerare, ringraziò e se ne andò. Salutò con un braccio l'agente che lo guardava, dopo un attimo gli ricambiò il saluto e tornò a parlare con la moglie al cellulare. In casa la donna guardò il depliant con il cellofan, fece per buttarlo, quando all'interno sentì un rigonfiamento, aprì e trovò il cd. Aveva la netta sensazione di sapere del contenuto, corse fuori in strada, guardò in ogni direzione, l'agente scese dall'auto e gli corse incontro, chiedendo se era tutto a posto.
     La donna annuì, del postino non c'era più traccia. Rientrò in casa.
     Quando l'amica tornò, si misero a mangiare, lei assaggiò i ravioli, che apprezzò, mangiò poca carne, ma non rifiutò il dolce, il colore del cacao magro sopra era molto invitante. Bevve due bicchieri colmi di vino e si sentì scaldare il viso, stava anche pensando al contenuto del cd. Nel frattempo telefonò il detective, voleva parlare con lei, sarebbe arrivato in poco tempo a casa sua.
     Lei per tutta risposta le disse che andava a trovare dei cugini in un altro stato, stava preparando le valigie, voleva fare quel viaggio sempre rimandato, ora era l'occasione giusta, anche per dimenticare, aggiunse poi che non avrebbe parlato con lui. Il detective tentò una strenua resistenza ma lei chiuse il telefono. Verso le quattro si congedò anche l'amica, non accettò di passare la notte da lei, disse che stando sola avrebbe superato tutto meglio e poi fuori c'era la polizia, nessuno si sarebbe avvicinato. Gli spiegò della bufala che aveva rifilato al detective, dicendo che era stanca di sentir parlare di quello che era successo a lei, di voler restare un po' sola, l'amica annuì e la salutò.
     In casa aveva un solo impianto per vedere i cd ed era in camera davanti al letto, aprì la custodia e prendendo il dischetto vide anche il biglietto, lo aprì, all'interno c'era un numero di nove cifre.
     Inserì il cd nel combinato e accese il televisore, dopo poco lei si vide nella vasca e una sagoma indistinta la stava lavando con cura.
     Si guardò sul lettino durante il massaggio e dopo, di lui solo le braccia per qualche attimo, e poi i gemiti suoi a fermare l'attimo di quell'apoteosi.
     Si accorse dei capezzoli duri, di ciò che voleva il suo sesso, di cosa desiderava in quel momento, prese il foglietto e dal telefono sopra al comodino digitò quel numero, si accorse perfino di essere emozionata da ciò che stava facendo. Suonò tre volte.
     “Salve”, risposero all'altro capo del telefono.
     La voce ora non era modificata, ci rimase un po' male.
     “Potrei far intercettare dove sei e in cinque minuti avresti addosso tutta la polizia della città”.
     “E' molto improbabile, io ti sto rispondendo da una cabina pubblica, chi credi che troveranno al loro arrivo?”.
     “Eri il postino, vero?”.
     Silenzio.
     “Sei stato un gran bastardo a lasciarmi lì di notte, se passava qualche maniaco?”.
     “Nessuno ti si è avvicinato, prima dei soccorsi”.
     La donna aveva immaginato quella voce centinaia di volte, ora la sentiva, calda, profonda e rassicurante.
     “Dimmi cosa vuoi da me, perché mi hai portato questa roba?”.
     “Sei tu che mi hai chiamato, o sbaglio?”.
     “Sì, ti ho chiamato io”.
     “Se non hai niente da dirmi, non importa, a proposito ho un amico che ti vorrebbe a lavoro nel suo studio, gli ho parlato di te, ha detto che ti vuole incontrare quanto prima. Ti contatterà presto”.
     “Gli hai parlato di me?”.
     “Non come credi, in via ufficiosa”.
     Lei non voleva che i discorsi finissero sul suo lavoro. Si decise.
     “Voglio che risucceda”, disse con un filo di voce.
     “Non ho capito bene cosa hai detto”, rispose l'uomo.
     “Hai capito benissimo, se credi che ti implori hai ragione, lo desidero quanto te, ora sei soddisfatto?”.
     “Sì, ora sono soddisfatto, ma lo sarò ancora di più quando sarai nella vasca”.
     “Io credo di amarti”.
     “Questo non è amore, lo sappiamo bene tutti e due”.
     “Dimmi cosa devo fare e lo farò”.
     “Non devi fare nulla. Penserò a tutto io”.
     “Non dimenticarti la maschera e quel coso che trasforma la voce”.
     “Non dimenticherò nulla”.
     “Ti vedrò mai in volto?”.
     “Avrebbe senso?”.
     “No”.







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