Il viaggio di Erotokritos
di Aldo Di Grecia


    
Erotokritos aveva deciso di fare quel viaggio in Sardegna per andare a trovare il suo caro amico Angelo, conosciuto ad Atene, e che non vedeva più da tanto tempo. Angelo, dopo cinque anni di lavoro nella consociata Ateniese di una multinazionale Italiana, era ritornato nel suo paese natale Orgosolo in Barbagia.
     Erotokritos era arrivato in tempo con un taxi al porto di Civitavecchia per l’imbarco sul traghetto che l’avrebbe portato a Olbia.
     Rimase a lungo affacciato al parapetto del traghetto a guardare il movimento di TIR, auto, motorini, passeggeri a piedi, che si affannavano verso il boccaporto, spesso sollecitati dai marinai incaricati delle fasi di imbarco.
     Alcuni passeggeri arrivarono quando le funi di attracco erano già state sganciate dal molo, urlando ai marinai di aspettare saltavano sulla piattaforma ormai in movimento con le loro valigie, altri rimanevano a terra bestemmiando contro il traffico della città che li aveva fatti ritardare fino a perdere il traghetto; il prossimo sarebbe partito la sera successiva.
     Erotokritos sorrise: questa partenza gli ricordava  le partenze per le isole dal porto del Pireo che  sono una delle cose più caratteristiche e folcloristiche in Grecia.Gli venne alla mente la frase che i Greci ripetono quando incontrano gli Italiani: una faccia una razza!!
     Alla fine, quando la nave, lasciato il porto aveva già superato i faraglioni, si diresse verso il sedile dove aveva lasciato il suo zainetto, controllando lo scontrino delle valige grandi lasciate giù nella stiva.
     Sul sedile accanto al suo si era seduta una bella signora alta, vestita di nero, con una camicetta di seta e un foulard che le copriva il capo, lasciando intravedere una massa significativa di capelli corvini.
     Doveva trattarsi di una vedova, diretta in qualche paesino dell’isola. Chissà?
     Erotokritos , la salutò quasi di sfuggita: "Buongiorno".
     "Buongiorno", rispose la signora.
     Sprofondarono immediatamente nel silenzio, rotto dagli annunci gracchianti del personale di bordo sui sistemi di sicurezza che li avrebbe accompagnati per almeno mezz’ora.
     Erotokritos la osservava; il suo corpo era florido e abbondante, aveva una pelle lucida e morbida; si poteva dire una donna interessante.
     Avrà avuto forse quaranta anni? No, qualcosa in più, ma era rimasta bella e piacente; chissà da quanto tempo era vedova?
     Il suo viso esprimeva serietà, con qualche traccia di tristezza; era forse depressa per la sua vita in qualche villaggio isolato dell’interno, senza divertimenti o persone con le quali condividere la propria esistenza?
     No, non poteva essere una contadina, il profumo che emanava quando si spostava leggermente sul sedile, aveva la fragranza fresca che hanno le persone della borghesia che si lavano molto spesso; i contadini Greci, ma varrà anche per quelli Italiani, quando venivano in città si portavano appresso l’odore della natura, qualche volta fin troppo intenso, confuso con l’odore del sudore di ascelle mal lavate da tempo.
     La donna si era mossa appena ed aveva con quel movimento sfiorato con la sua gamba quella di Erotokritos; l’aveva immediatamente ritratta di qualche centimetro, così vicina comunque che a Erotokritos parve di sentire attraverso il suo pantalone il calore delle sue gambe nude .
     Il moto ondulatorio del traghetto sul mare con onde forza quattro, dava gradualmente sonnolenza e un rilassamento che prese anche Erotokritos.
     Le sue gambe si aprirono lentamente e quella sinistra andò a colpire quella della donna; ora le gambe aderivano perfettamente fra di loro, ginocchio contro ginocchio, polpaccio contro polpaccio.
     Erotokritos sentiva ora intensamente il calore di quella bella gamba morbida passare attraverso la stoffa di cotone del suo pantalone e trasmettergli quasi una scossa, un fremito di novità.
     La donna non si muoveva, la sua gamba rigidamente ancorata al pavimento, come se non avesse sentito quel contatto, o forse le faceva piacere?
     Sfruttando il moto del traghetto, Erotokrito volle capire di più.
     Al ritmo delle onde laterali, incominciò a premere ritmicamente con maggiore forza con la sua gamba su quella della donna; lei non si muoveva; era comunque sveglia, con lo sguardo rivolto in avanti oltre i sedili anteriori, a seguire le immagini senza suono del televisore, posto sul lato anteriore del salone.
     Erotokritos prese coraggio.
     Fece scivolare la propria mano destra tra sé e il fianco della vedova. Sentì al di là della gonna,sotto le sue dita la rotondità morbida, il bordo delle mutandine, la piega turgida della natica.
     Non esplose uno schiaffo improvviso, anzi la vedova rimaneva come impassibile.
     Erotokritos si scosse come da un incantesimo, sentì improvvisamente il bisogno di aria fresca di respirare la brezza marina; salì sul ponte e rimase per circa mezz’ora a osservare l’orizzonte del mare.
     Quando Erotokritos fece ritorno alla sua poltrona constatò che la signora era ancora immobile e silenziosa nella poltrona accanto alla sua.
     Proviamo altro, disse fra sé, cercando di capire fino a quale limite poteva spingersi con la bella sarda.
     Sedendosi, fece come se l’ondeggiare della nave gli avesse fatto perdere l’equilibrio; con la mano si appoggiò completamente sul ginocchio della donna. La sua mano avvinghiava ora completamente la carne bianca di quel ginocchio nervoso, per poi risalire gradualmente lungo la coscia morbida.
     La donna emise in quel momento un piccolo verso, quasi un guaito; era di soddisfazione o era una tenue lamentela per respingere quel coraggioso Greco?
     Forse ci stà, e se poi mi pianta una grana con la polizia di bordo?
     Erotokritos, voleva ora osare di più; doveva sapere a ogni costo.
     Si sedette e spinse la mano destra sulla poltrona della signora, tra la sua schiena e il sedile, incominciò a muovere la mano su e giù lungo la schiena, soffermandosi sui rilievi delle vertebre e delle scapole.
     La donna guardava sempre davanti a sé, verso la parte anteriore del salone, sembrava immersa in pensieri di ordine superiore.
     Erotokritos, trovò alla fine un passaggio tra la camicetta e la gonna e sentì a quel punto il calore della carne, e, risalendo con la mano trovò il gancetto del reggiseno.
     Gli parve che la donna avesse come un brivido quando la sua mano risaliva lentamente dal fondo schiena su su fino alla base del collo.
     La donna aveva ora chiuso gli occhi come assopita tra il cullare della nave e quel massaggio gradevole alla schiena. Lui imprimeva alla propria mano movimenti lenti in risalita e poi, nella discesa, fermandosi e imprimendo piccole pressioni alla  pelle della donna tra l’indice e il pollice; tirava poi dolcemente i piccoli lembi di carne di quella schiena morbida.
     Che fare ora? Mica poteva continuare a lungo con quel massaggio, doveva pensare a qualcosa di più impegnativo.
     I loro sedili si trovavano nell’ultima fila del salone, due file più avanti una copia di isolani che fumavano senza mai voltarsi o parlare e, nei sedili a fianco due bambini di forse sei o sette anni, sicuramente i loro figli, che si agitavano in continuazione, saltando talvolta sulle poltrone, lanciando a Erotokritos e alla donna delle occhiate furtive attraverso il reggicapo del sedile; ai bambini, lui e la donna potevano sembrare marito e moglie.
     La mano di Erotokritos si spostò a quel punto gradualmente dalla schiena al fianco della donna, la gonna permetteva il passaggio della sua mano che non era massiccia, aveva dita lunghe e affusolate.
     I fianchi della donna erano morbidi e rotondi, la mano avanzò scivolando sul ventre, che al contatto si mosse come se quella intimità lo facesse sussultare, poi sollevando il bordo elastico della mutandine di pizzo, si trovò tra le pieghe delle cosce nel buio fitto di una foresta di peli .
     La donna, parve gradire, al punto che con mosse lente, mentre la mano timorosa di Erotokritos rimaneva immobile tra quelle umide pieghe, allargò le cosce per permettergli una maggiore facilità di movimento.
     Ora era girato quasi completamente verso la donna, che, senza che lui se ne avvedesse, si era allentata la cerniera laterale della gonna.
     Erotokritos, poteva muovere la sua mano incontrando la piega centrale del sesso della donna e poi giù fino alle montagne rosse che circondavano il buio fitto di quella valle oscura e generosa. Incominciò a muovere la mano con movimenti continui sfiorando con l’indice la protuberanza del clitoride e poi sfiorando con mano l’intero avvallamento, inserire l’indice giù in fondo nella vagina per poi ritornare a ripetere con dolcezza l’operazione con le dita sempre più sature degli umori femminili che provenivano da quelle meravigliose profondità.
     La donna era ora sua complice, tenendo ancora gli occhi chiusi, si lasciava andare a ritmici sospiri che sottolineavano l’aumento dell’eccitazione fino allo spasmo del godimento finale.
     Alla fine la donna emise un Ahhhh… come di liberazione, e parve come se in quel momento si fosse risvegliata da un sogno. Si scostò di quel tanto su sedile per far capire a Erotokrito che era ora di finirla; quasi a schermirsi. Egli ritrasse subito la mano, quasi si sentisse ora inopportuno, invadente, conscio di aver osato tanto con una sconosciuta.
     La nave stava ora rallentando per entrare nella baia e attraccare a Olbia.
     "Scusa… io… volevo dire… potremmo scambiarci il numero di telefono… hai una mail… io vado a Orgosolo da un mio amico… ma vivo ad Atene", disse Erotokritos.
     Lei si ricompose, aggiustò la camicetta all’interno della gonna, senza timore di apparire sguaiata, si infilò la mano all’interno della gonna per mettere a posto le mutandine che si erano raccolte e scivolate lungo le cosce, poi si alzò e disse: "Io scendo ora a Olbia, ma vivo a Orgosolo; vede, quando siamo partiti da Civitavecchia, ho visto che era una persona sola; ho capito che lei aveva bisogno di affetto e poiché sono una persona generosa, ho pensato bene di farla sentire meno solo durante la traversata. Non pensi ambiziosamente a qualcosa di irrealizzabile; io sono vedova, ma ho due figli da far crescere e studiare. Quello che lei ha avuto da me è una cortesia, una gentilezza. Non mi cerchi per nessun motivo. Addio".
     Erotokritos, sospirando, la vide uscire dal boccaporto nel sole di Olbia, scomparendo presto tra la folla degli isolani e dei turisti.







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