Incontri sull'adriatica
di Nello Agusani


    
Era un bel single, Adriano: quarantenne, abbronzato e piacente; soddisfatto del suo lavoro di pubblicitario e geloso della sua indipendenza. Vestiva casual griffato, frequentava spettacoli, mostre, serate mondane; non gli mancavano certo le avventure galanti. Ma, ahimè, qualcosa era cambiato: ultimamente aveva subito più d’una delusione in campo sentimentale.
     Nelle ultime relazioni si era sentito un uomo-oggetto, alla stregua di uno scottex usa e getta, per dirla alla maniera di un post-femminismo estremo. Ormai si trovava a sostenere, con amarezza, che era sempre più difficile intrecciare rapporti positivi nella sfera sentimentale.
     Si rendeva conto che in genere i rapporti con le partner si limitavano alla sfera sessuale, mentre interessi, affinità e sensibilità comuni risultavano spesso assenti. Così era successo nelle storie più recenti con Laura, un’insegnante bruna e passionale, e con Marina, una dirigente amministrativa bionda, algida e razionale.
     Tali esperienze, da un lato lo lasciavano insoddisfatto, ma dall’altro lo mettevano al riparo da insidie maggiori e non reversibili, come un rapporto troppo serio e duraturo il cui esito finale poteva diventare il matrimonio.
     In fondo, appariva meno problematica la ricerca consapevole di incontri del tipo toccata e fuga, con donne fisicamente attraenti, senza coinvolgimenti in grattacapi sentimentali o cerebrali.
     D’altronde - se ne rendeva conto - le sue aspettative erano contraddittorie: non voleva sentirsi intrappolato da vincoli e obblighi, ma nello stesso tempo soffriva per il vuoto e la banalità che inevitabilmente seguivano a rapporti superficiali, anche a causa del suo egoismo.
     Allora tanto valeva limitarsi alla sola sfera sessuale: donnine o più precisamente prostitute? Questa sembrava la discutibile conclusione!
     Tormentato da questi pensieri, ormai diventati chiodi fissi, una calda sera di giugno stava tornando da Milano Marittima verso casa sua, a Ravenna. Sulla statale di tanto intanto apparivano le note lucciole dell’Adriatica, che si esibivano con abbigliamento alquanto succinto, o per meglio dire inesistente.
     Erano giovani ragazze africane, forse nigeriane, e dei paesi dell’est europeo; le più erano giovanissime. Alcune - complice il trucco pesante - parevano maschere sinistre pronte ad affrontare l’ennesima notte di lavoro.
     L’abbigliamento e le pose volgari, del resto, non erano certo invitanti e la voglia di fermarsi gli si smorzava, senza contare che aveva letto sulla stampa locale le proteste degli abitanti di quelle zone per le scene degradanti, gli schiamazzi e i rischi d’incidenti causati dalle numerose e improvvise fermate di automobilisti o camionisti.
     Qualcuno in Questura aveva avanzato una proposta: si poteva arginare il fenomeno annotando le targhe delle auto dei clienti delle lucciole, per inviare a casa un verbale per intralcio al traffico. Così anche le mogli e gli altri familiari potevano essere messi al corrente delle bravate notturne dei loro congiunti…
     Lui era libero da vincoli familiari, tuttavia riteneva che tale pubblicità non gli avrebbe giovato presso certi ambienti, come lo Yachting club di Marina di Ravenna o il Circolo del Tennis di Milano Marittima. Così si era detto: no, no, meglio andare oltre, e aveva ignorato i vari gruppi di lucciole incontrati lungo la statale.
     Più oltre, nei pressi di Mirabilandia, in un’area di sosta a fianco della strada, appena schiarita da un lampione, intravide una ragazza. Era giovane, alta, snella, lunghi capelli neri, di carnagione mulatta, poco truccata e vestiva in modo più sobrio rispetto alle altre: una maglietta di cotone e un paio di jeans volutamente consumati.
     Sembrava una delle tante belle ragazze che si incontrano nelle discoteche di Marina di Ravenna, non certo in quella famosa ed elegante da cui proveniva lui quella sera, il Pineta-DeLuxe di Milano Marittima.
     Fu combattuto, ma poi vinse la curiosità: rallentò, senza  frenare in modo brusco, e fece marcia indietro per portarsi di fronte alla ragazza.
     Ora che la osservava da vicino si confermava l’avvenenza che aveva notato dall’auto in corsa. Chiese impacciato alla ragazza se era disponibile e a quanto ammontava il prezzo per avere la sua compagnia.
     "Trenta euro è la tariffa in auto, cinquanta per altre richieste, mentre in interno il prezzo aumenta del costo della camera; sono disponibile solo a rapporti protetti", rispose e volle chiarire, "sono prezzi bassi a causa della concorrenza che c’è in questa statale affollata".
     La sua voce roca faceva pensare si trattasse di una forte fumatrice.
     A fronte della chiarezza di tale listino prezzi restava solo il problema della scelta: optò per l’auto, che aveva a portata di mano. La ragazza, esperta del luogo, gli indicò di avanzare di cinquecento metri, di svoltare nel primo viottolo a destra e di fermarsi dopo un centinaio di metri in un piccolo spiazzo protetto da alcuni alberi.
     Eseguì quanto richiesto e portò la sua BMV nel luogo indicato. Per rompere il ghiaccio, la ragazza gli si rivolse così: "Mi chiamo Gilberta, in quanto alla prestazione tieni presente - se possiamo darci del tu - che io di preferenza sono passiva, ma posso essere anche attiva, vedi tu…".
     Adriano ebbe un sussulto, era certo di avere udito i termini “attiva” e “passiva”, ma non capiva bene la situazione; gli venne un dubbio e posò la mano sulla guancia della ragazza sentendo sotto il fard un principio di peluria rasata.
     Fissò poi il collant, che era apparso sotto i jeans slacciati. Splendeva solo un quarto di luna e il buio non lo aiutava: gli sembrò di notare una protuberanza, ma non ebbe il coraggio di toccarla.
     Andò in crisi, cominciò a sudare; riuscì tuttavia a chiedere: "Ma tu sei un uomo o una donna?".
     "Sono un viado, o meglio un transessuale", rispose quella che era sembrata una ragazza, e aggiunse: "il mio nome sarebbe Gilberto, sono brasiliano, ma esercito col nome d’arte Gilberta".
     Adriano era impacciato, immobile; Gilberta gli si rivolse con dolcezza e nello stesso tempo con orgoglio: "Non ti vergognerai mica a intrattenere rapporti con un trans, noi siamo più intelligenti di quelle altre che hai visto poco fa… e forniamo prestazioni meno noiose".
     "Non ne discuto, ma io non sono preparato a questo, del resto ero indeciso se fermarmi o meno per avere un incontro con una donna professionista… Facciamo così: non devi sentirti umiliata, voglio conoscerti e parlare con te. Se ti sta bene, più avanti c’è un bar notturno, ci fermeremo a bere qualcosa. Poi ti riporterò qui e ti pagherò per il tempo che hai trascorso con me".
     Gilberta, meravigliata dalla proposta certamente insolita, accettò incuriosita e in fretta si rivestì.
     Adriano riavviò l’auto, fece manovra e si riportò sulla statale, poi girò a destra, verso Ravenna. Nei pressi di Ponte Nuovo si fermò e parcheggiò l’auto davanti al bar notturno.
     Entrarono, in quel momento c’erano pochi avventori, si sedettero a un tavolo distante dal banco, più defilato degli altri.
     Poco dopo si presentò la barista, Adriano ordinò una grappa di Sangiovese; volse uno sguardo a Gilberta, anche lei chiese la stessa consumazione.
     Le grappe furono servite: Adriano bevve subito la sua e ne ordinò un’altra, mentre Gilberta la sorseggiò più lentamente: per lei il sapore era assai aspro.
     "Adesso puoi raccontarmi la tua storia, se vuoi…", chiese Adriano offrendole una Muratti.
     "È una storia come tante: sono nata a Rio de Janeiro, la mia famiglia era numerosa e abitava nelle favelas, ovviamente. Fin da piccola, a differenza dei miei fratelli, aiutavo mia madre e mia sorella nei lavori domestici, mi piaceva farlo. Mio padre era un uomo violento, lavorava molto e si ubriacava. Mi picchiava, non voleva che mi dedicassi ai lavori femminili. Un giorno cercò di violentare mia sorella. Io lo odiavo e, per reazione, volevo essere una donna…".
     "Questo desiderio è derivato solo dall’odio verso il padre o pure da un istinto fisico?", la interruppe Adriano, che ignorava certi meccanismi, ma era curioso di capire.
     "Forse è stata una reazione nata dall’odio verso mio padre e, di contro, dal forte legame affettuoso per le donne della mia famiglia, madre e sorella. Negli anni successivi ho iniziato a provare disagio per i miei attributi fisici maschili. Non li sentivo naturalmente miei, perché la sensibilità e la personalità erano quelle di una donna".
     "Come pensi di risolvere tale situazione?".
     "Ritengo che si possa risolvere solo con un intervento chirurgico che mi modifichi gli organi sessuali, da maschili a femminili, così il corpo sarà in pace con il mio sentire…".
     "Quest’intervento dove si fa? Avrà un costo notevole…".
     "Si può fare a Rio de Janeiro o a Casablanca; lì ci sono delle equipe mediche specializzate; sì, certo, il costo è molto elevato. È per questo che mi prostituisco, per accumulare il denaro per l’intervento…".
     "Ammesso che tu raggiunga quest’obiettivo, poi saresti capace di condurre un’esistenza normale come donna e smettere di fare la vita?".
     "Questo è il punto più critico. Certo, vorrei smetterla con questa vita, ma non sono proprio sicura di farcela, perché in ogni caso dà vantaggi economici e ti fa sentire desiderata, ma ci proverò… Magari potrei scegliere un mestiere delicato, tipicamente femminile, come infermiera, manicure oppure massaggiatrice, forse riuscirei meglio…".
     "Meglio l’infermiera! Occorre però aver conseguito il diploma della specifica scuola".
     "Ho conseguito il diploma, ma non ho mai svolto la professione…".
     "Be', c’è sempre bisogno di infermieri, molti che lavorano in Italia provengono dall’estero, dipenderà dalla tua volontà…".
     "Paradossalmente la mia volontà è rafforzata dalle persone volgari che mi prendono in giro e ridono del mio nome femminile, ma se riesco a fare l’intervento sarà regolarizzato all’anagrafe e da Gilberto diventerà Gilberta a tutti gli effetti", intervenne con foga quello che ormai si era rivelato il sensibile e fragile amico “trans”.
     "Toglimi una curiosità! Chi sono i vostri clienti? Perché vengono con voi?", gli chiese Adriano, meravigliando la sua interlocutrice per l’interesse che dimostrava, superiore a ogni aspettativa.
     "Qualcuno capita per caso, com’è avvenuto con te, anche se non si è trattato di una prestazione fisica ma di un incontro intellettuale", rispose sorridendo e volle precisare, "la maggior parte sono uomini sposati, stanchi dei rapporti di routine con la propria moglie, non mancano neppure i giovani col gusto della trasgressione. In genere, superata una certa diffidenza, i clienti sono soddisfatti; di noi apprezzano sensibilità e delicatezza".
     A questo punto Adriano aveva esaurito la sua curiosità, conoscendo aspetti esistenziali per lui sconosciuti fino a quel momento. Data l’ora tarda, propose di riportare Gilberta nella sua piazzola: "Vuoi proprio tornare al lavoro? Preferisci invece che ti porti a casa?".
     "Preferisco tornare al lavoro, devo incrementare i miei risparmi per far fronte al costo dell’intervento, come sai".
     Adriano pagò le consumazioni alla barista e risalirono in auto per tornare al punto in cui si erano conosciuti.
     Durante il viaggio di ritorno Adriano non resistette a porre un’ulteriore domanda: "Le lucciole hanno il loro protettore. Voi siete sole. Non correte dei rischi? Non temete violenze fisiche?".
     "Non siamo soggetti a rischi particolari, o meglio corriamo gli stessi rischi di tutti quelli che sono in giro fino a tarda notte. I magnaccia non aspirano a proteggerci, anzi si vergognerebbero di avere a che fare con noi. Qualche giovane teppista, come i naziskin, a volte si diverte a offenderci o a minacciare violenze fisiche, ma finora qui sull’Adriatica non abbiamo subito imboscate o pestaggi", gli rispose Gilberta.
     Stimolata dalla domanda volle aggiungere: "Siamo sottoposti ai controlli dei documenti e del permesso di soggiorno; spesso la polizia ci porta in Questura. Ho cercato di tutelarmi: sono regolarizzata, svolgo saltuariamente attività lavorative, mi sottopongo periodicamente agli esami sanitari e vado solo con maggiorenni consenzienti. Ho preso in affitto un appartamento qui vicino, a Lido di Savio, pago puntualmente l’affitto e non ricevo gente in casa. Così vado d’accordo con il proprietario e gli inquilini, che sono gentili con me…".
     Erano giunti alla meta: "Bene, sei una persona positiva, mi ha fatto piacere conoscerti", si congedò Adriano consegnandole una banconota da cinquanta euro.
     Gilberta oscillò lievemente la mano, a mo’ di saluto, ma anche di gratitudine, e tornò nella propria piazzola di lavoro...







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