Marta era nevrotica e irragionevole. Ma questo
poco m’importava, anzi, a volte mi piaceva anche che fosse così. Il
problema vero era che da un po’ di tempo non riuscivo a farle avere
un orgasmo. Questo la infuriava parecchio. Era sempre più
imbestialita. Così, alla fine, non è venuta più a cercarmi. In casa
mi avevano staccato il gas. Il telefono squillava poco e quelle
poche chiamate erano o per pubblicità o qualcosa da pagare. Poi mi
staccarono anche quello. In fondo, a Marta, non le sono mai
piaciuto.
Me ne sono fregato e sono andato a trovarla. Erano
settimane che non ci vedevamo né ci sentivamo. La solitudine mi ha
perseguitato per tutta la vita. Ma la solitudine sessuale è la più
tragica, proprio non la sopporto.
Quando Marta mi ha aperto la porta neanche un sorriso
né uno sguardo sorpreso sul suo volto. Impassibile. Mi ha accolto
freddamente e io lì, sulla soglia come un coglione. Era sola e aveva
una vestaglia trasparente che lasciava intravedere le sue tette sode
e il suo perizoma nero. Solo a guardarla mi è diventato duro. Così,
senza grossi scrupoli, ne ho approfittato, l’ho tirato fuori e
gliel’ho mostrato. Forse, ho pensato, me lo guarda e si eccita. Il
mio cazzo è bello grosso, duro, lungo ventuno centimetri, palpitante
e voglioso. A esser sinceri vado fiero del mio arnese. Ma quella
baldracca di Marta era un pezzo di legno isterico. Ha avuto una
reazione delle sue.
"Che cazzo fai, Biondo! Ti è andato di volta il
cervello?! Rimettilo subito dentro! Non fare il pervertito".
Non potevo arrendermi. Era tremendamente sexy. Ho
tentato di avvicinarmi a lei col cazzo in mano. Ma lei si è adirata.
È diventata rossa in viso e ha cominciato a farmi la predica.
"Ehi, Biondo, per favore non fare lo stronzo. Stai
calmo. Ho capito che sei eccitato e ti piaccio un casino ma tu a me
no! Cerca di calmarti. Rassegnati. Rimetti quel coso dentro e
vattene".
"Dai Marta, parliamone. Ti ricordi come stavamo bene
insieme, io e te? Scopavamo e andava tutto liscio. Senza pretese.
Senza cuore. Solo sesso e divertimento", le ho detto, rimettendo
l’uccello nelle mutande.
"Ma allora sei proprio una testa dura! Ti ho detto
mille volte che non ti voglio più vedere. Gli uomini non mi
piacciono, lo capisci o no?! Quante volte te lo devo ripetere?
Mi-piace-la-figa, i-cazzi-mi-fanno-schifo. Vattene via!".
Ci sono rimasto di merda. In realtà già ne sapevo
qualcosa, ma magari si trattava solo di una fase transitoria, un
periodo suo di disagio. E invece pareva proprio di no. Era seria.
Quelle sue affermazioni mi erano cadute addosso come cento chili di
letame su una povera formica.
Non ho avuto il coraggio di continuare a ribattere. Ho
abbassato lo sguardo e mi sono tirato indietro. Ho chiuso la porta e
sono uscito fuori per strada, fuori dalla sua vita. Cose simili
accadono a una miriade di donne ma non necessariamente diventano
lesbiche a vita. Soprattutto in casi come quello di Marta. Ha avuto
una infanzia tremenda. Un incubo. Viveva nella provincia di Roma in
un paesino sperduto. Per molto tempo il padre la violentava e la
madre era una perfetta schiava, muta, chiudeva gli occhi e andava
avanti. Quando penso all’infanzia che ha avuto Marta ringrazio il
cielo di avermi risparmiato un’infanzia del genere, anche se ora mi
trovo nella merda. Comunque, Marta appena maggiorenne si era sposata
per sfuggire a quell’inferno della sua casa. Il marito era un
ragazzo di ventidue anni, alto, muscoloso e tanto bello quanto
ignorante. Ma il suo bell’aspetto nascondeva una rozzezza e una
pazzia sanguinaria. Appena sposata se l’era scopata per ore senza
amore e senza scrupoli. Marta soffriva dal dolore, piangeva e quel
pazzo continuava metterglielo dappertutto, impietoso. Accennava a
fermarsi solo per dare una sorsata di whisky.
Quando Marta era incinta di lui, quello cominciò a
scoparsi tutte le donne nei dintorni. O ci sapeva fare con le donne
o queste erano tutte troie e senza un minimo di cervello. Era un
perfetto tamarro di periferia, con i capelli impomatati, la catena
d’oro al collo e la camicia aperta sul petto. Credeva di essere il
migliore sulla Terra. La Terra aveva pietà di lui ma non Dio. Marta
era sul punto di cedere e tagliarsi le vene ma un po’ di giustizia a
questo mondo esiste ancora, infatti, quella merda di suo marito morì
per un incidente stradale. Dio c’è. Quella morte portò Marta verso
una nuova vita.
Sono tornato nella mia camera all’ultimo piano di una
pensione nel centro di Roma. Non era male. Quello che mi tormentava
era l’affitto. Avevo un bel debito con la proprietaria. Per il
resto, l’unica cosa che davvero odiavo di quel posto era il cesso in
comune. Era perennemente intasato. Si elevava sempre un tanfo di
merda su per le scale. Era il cesso più schifoso del mondo. C’era un
buco nella porta di quel bagno e spesso mi è capitato di osservare
delle belle scopate. La gente lì dentro si scatenava di brutto.
Nonostante il puzzo di merda quelli scopavano lo stesso. E io mi
eccitavo, il mio arnese lì sotto sempre bello pronto. Anche quando
mi scappava da cagare ce l’avevo sempre bello duro e pronto ad
agire. Ma quel cesso era perennemente occupato e così mi toccava
cagare da qualche parte dentro una busta o un sacco per
l’immondizia. Uno schifo. Ma che dovevo fare. Si andava avanti, era
meglio farci l’abitudine.
Ero davvero solo. Nella mia stanza con un taccuino in mano e la
passione per la scrittura e la masturbazione. Marta se n’era andata
e non potevo più farci niente. Ero affamato e senza un euro, alle
dieci di sera, nel centro di Roma.
Sono sceso giù per strada, non so perché. In un vicolo a pochi
metri dalla pensione c’erano due ragazze che si baciavano con
passione. Si stringevano e si toccavano in ogni parte dei loro
corpi. Mi sono fermato un po’ a guardarle. Parevo un maniaco. Ce
l’avevo duro come al solito, ma non l’ho tirato fuori. Quelle due si
leccavano come delle vere troie. Forse mi avevano visto, non so, ma
continuavano come due forsennate. Mi sono nascosto dietro un
portone. Non ho resistito, l’ho tirato fuori e ho cominciato a
menarmelo freneticamente. Ero in estasi. Ma tutto svanì in fretta.
Quelle due troie si allontanarono tenendosi per mano e,
probabilmente, se ne andarono nelle loro abitazioni per dare fuoco a
una notte di sesso. E io rimasi lì come un coglione. Mi rimisi
dentro l’uccello ancora scalpitante e bollente.
Ero convinto che sarei morto così, lentamente, a colpi di sega.
Mi scappò una lacrima. Marta non c’era. In fondo mi sbagliavo.
L’amavo a modo mio, in silenzio, senza che lei l’avesse mai saputo.
1 Commento:
- Commento postato da Claudio
Dodone il 30 agosto 2009 Ciao amici, questo racconto mi piace perché non è
scritto con parole volgari. Vi saluta Claudio