La discoteca era quasi completamente vuota e
le ultime sane sensazioni che sentii dopo il vetro rotto del
bicchiere sul pavimento umido, scivoloso, furono il corpo caldo
della mia amica e la mia mano nella sua che mi dirigeva verso un
corridoio lungo e stretto, dietro a un bancone del bar.
Lui ci spogliò, in fretta; sentii scivolare il mio
vestito viola succinto e pieno di brillantini sul pavimento lucido.
Rimasi con le autoreggenti e gli slip e vidi la mia amica nella mia
stessa situazione. Il vestito nero le rimase sospeso a metà tra il
braccio e il fianco e la aiutai a tirarlo giù, fino in fondo.
Eravamo ubriache. Le bottiglie di vodka giacevano a terra, vuote e
immorali, come noi. Ma non per questo prive di interesse.
Lui ci slacciò anche il reggiseno e rimanemmo a petto
nudo, con i nostri seni sodi e arrossati dall’eccitazione. Era la
prima volta che ci trovavamo l’una di fronte all’altra in questo
modo. La trovavo bellissima. Lì ci ordinò di baciarci: “Forza,
coraggio, voglio guardarvi”.
“Credi che sia la prima volta?”, risposi io in
atteggiamento di affronto.
Poi presi la mia amica per i fianchi, e lei lo stesso
con me, e iniziammo a baciarci sensualmente. La mia lingua girava
attorno alle sue labbra, ogni tanto qualche morso ci faceva crescere
l’eccitazione e i capezzoli si facevano più duri. A un certo punto
sentii una mano sul mio seno: era lei. Prima me la mise su tutto il
seno e poi si mise ad accarezzarmi dolcemente il capezzolo, mentre
la lingua scorreva più veloce nella sua bocca, l’eccitazione
cresceva, le guance divenivano paonazze. Lei lo sentiva, anche
mentre mi prese la mano e me la mise sul suo seno. Era morbido e
caldo come il mio, il capezzolo irto che sfregavo piano contro i
polpastrelli aumentava di volume. Le nostre bocche erano appiccicate
l’una all’altra e i nostri gemiti cominciavano a farsi sentire.
Sentii la sua mano scorrere verso le mie cosce, poi all’interno, e
non potei resistere al suo tatto che mi sfiorava il clitoride già
irto, poiché il perizoma era leggero e la mia figa quasi
completamente esposta. Mi vide fremere e intervenne lui. Ci staccò,
baciando prima l’una e poi l’altra, poi scese per leccarmi il
capezzolo. Lo sentii mordere fino a farmi male mentre mordevo le
labbra della mia amica per sfogare l’eccitazione. La toccavo di
fianco al seno, le accarezzavo la schiena, poi il collo, i capelli.
Riprese a baciarci e io a gemere, perché sentii le sue grandi dita
penetrarmi tra le cosce, nella carne, fino a rendermi completamente
umida ed eccitata. Le mie cosce fremevano e le sue dita sempre più
dentro, volgare, rozzo, porco. Le sentivo penetrare e avrei
desiderato che si trasformassero in un’asta lunga e dritta, con il
glande che mi massaggia le piccole labbra e, all’interno, sentire le
venature del suo fallo, grosso ed esperto…
Non ricordai altro, forse a causa dell’alcol, forse
perché volli dimenticarlo.
Dentro a questo perfetto e immorale ménage à trois
c’era un fondo d'amore. Un amore strano. Inusuale. Un amore che non
tutti potevano provare. In un posto strano, con gente strana. Come
un’onda di passione che coinvolge, la vita di tre persone, in quei
corpi caldi, sentivo il conforto di una vita fuori dagli schemi.
Avvertivo che i gesti erano pieni d’amore. In quel sapore alcolico,
tutta la mia pazzia si liberava sensualmente. Tutti i miei desideri
si realizzavano.
Ma ero ubriaca.
Potevo desiderare ciò che desidero da sana in
condizioni di ubriaca pazzia?
Tornata a casa, posi la maschera, oltre ai miei impuri
vestiti.
Chi mi crede lesbica? Chi mi crede pazza?
Solo ora che ho posato la maschera ci ripenso.
Non eravamo ubriache. Siamo quello che siamo, levando
la maschera con la pazzia, ci siamo accorte del nostro vero io.
Abbiamo finto di essere ubriache per provare ciò che
non avremmo mai osato. E lo ammetto.
Se sono lesbica, sono consapevole di esserlo, se sono
colpevole, non me ne pento, se amo l’amore perché è strano, se amo
il sesso perché è strano quanto l’amore, allora sono io.
Non sono “colei che mi si crede”.
Sono semplicemente strana, e un po’ folle, quanto ogni
individuo privo della maschera sociale che opprime.
Quanto i sentimenti più veri e sinceri…