Ménage à trois
di Lady B.


    
La discoteca era quasi completamente vuota e le ultime sane sensazioni che sentii dopo il vetro rotto del bicchiere sul pavimento umido, scivoloso, furono il corpo caldo della mia amica e la mia mano nella sua che mi dirigeva verso un corridoio lungo e stretto, dietro a un bancone del bar.
     Lui ci spogliò, in fretta; sentii scivolare il mio vestito viola succinto e pieno di brillantini sul pavimento lucido. Rimasi con le autoreggenti e gli slip e vidi la mia amica nella mia stessa situazione. Il vestito nero le rimase sospeso a metà tra il braccio e il fianco e la aiutai a tirarlo giù, fino in fondo. Eravamo ubriache. Le bottiglie di vodka giacevano a terra, vuote e immorali, come noi. Ma non per questo prive di interesse.
     Lui ci slacciò anche il reggiseno e rimanemmo a petto nudo, con i nostri seni sodi e arrossati dall’eccitazione. Era la prima volta che ci trovavamo l’una di fronte all’altra in questo modo. La trovavo bellissima. Lì ci ordinò di baciarci: “Forza, coraggio, voglio guardarvi”.
     “Credi che sia la prima volta?”, risposi io in atteggiamento di affronto.
     Poi presi la mia amica per i fianchi, e lei lo stesso con me, e iniziammo a baciarci sensualmente. La mia lingua girava attorno alle sue labbra, ogni tanto qualche morso ci faceva crescere l’eccitazione e i capezzoli si facevano più duri. A un certo punto sentii una mano sul mio seno: era lei. Prima me la mise su tutto il seno e poi si mise ad accarezzarmi dolcemente il capezzolo, mentre la lingua scorreva più veloce nella sua bocca, l’eccitazione cresceva, le guance divenivano paonazze. Lei lo sentiva, anche mentre mi prese la mano e me la mise sul suo seno. Era morbido e caldo come il mio, il capezzolo irto che sfregavo piano contro i polpastrelli aumentava di volume. Le nostre bocche erano appiccicate l’una all’altra e i nostri gemiti cominciavano a farsi sentire. Sentii la sua mano scorrere verso le mie cosce, poi all’interno, e non potei resistere al suo tatto che mi sfiorava il clitoride già irto, poiché il perizoma era leggero e la mia figa quasi completamente esposta. Mi vide fremere e intervenne lui. Ci staccò, baciando prima l’una e poi l’altra, poi scese per leccarmi il capezzolo. Lo sentii mordere fino a farmi male mentre mordevo le labbra della mia amica per sfogare l’eccitazione. La toccavo di fianco al seno, le accarezzavo la schiena, poi il collo, i capelli. Riprese a baciarci e io a gemere, perché sentii le sue grandi dita penetrarmi tra le cosce, nella carne, fino a rendermi completamente umida ed eccitata. Le mie cosce fremevano e le sue dita sempre più dentro, volgare, rozzo, porco. Le sentivo penetrare e avrei desiderato che si trasformassero in un’asta lunga e dritta, con il glande che mi massaggia le piccole labbra e, all’interno, sentire le venature del suo fallo, grosso ed esperto…
     Non ricordai altro, forse a causa dell’alcol, forse perché volli dimenticarlo.
     Dentro a questo perfetto e immorale ménage à trois c’era un fondo d'amore. Un amore strano. Inusuale. Un amore che non tutti potevano provare. In un posto strano, con gente strana. Come un’onda di passione che coinvolge, la vita di tre persone, in quei corpi caldi, sentivo il conforto di una vita fuori dagli schemi. Avvertivo che i gesti erano pieni d’amore. In quel sapore alcolico, tutta la mia pazzia si liberava sensualmente. Tutti i miei desideri si realizzavano.
     Ma ero ubriaca.
     Potevo desiderare ciò che desidero da sana in condizioni di ubriaca pazzia?
     Tornata a casa, posi la maschera, oltre ai miei impuri vestiti.
     Chi mi crede lesbica? Chi mi crede pazza?
     Solo ora che ho posato la maschera ci ripenso.
     Non eravamo ubriache. Siamo quello che siamo, levando la maschera con la pazzia, ci siamo accorte del nostro vero io.
     Abbiamo finto di essere ubriache per provare ciò che non avremmo mai osato. E lo ammetto.
     Se sono lesbica, sono consapevole di esserlo, se sono colpevole, non me ne pento, se amo l’amore perché è strano, se amo il sesso perché è strano quanto l’amore, allora sono io.  
     Non sono “colei che mi si crede”.
     Sono semplicemente strana, e un po’ folle, quanto ogni individuo privo della maschera sociale che opprime.
     Quanto i sentimenti più veri e sinceri…







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