Oltre il limite... dentro me
di Antonella Lonis


    
Seduti a tavola si festeggia un compleanno tra amici; come sconosciuti siamo l'uno di fronte all'altro. I miei capelli neri lunghi, lisci, morbidamente adagiati sulle spalle, nascondono parte del mio viso quando chino il capo per distoglierlo dai tuoi occhi. Sguardo che vuol penetrare nel profondo dei miei occhi blu, per ricordarmi mute passioni già iniziate e che presto completerò, senza ancora sapere come. Lo sguardo segue il mio viso, si sofferma sulla bocca, passa per la linea del mento per poi appoggiarsi su quel favoloso seno, quinta abbondante che, complice la scollatura a V della maglietta, ne permette la visione di buona parte, i capezzoli tesi svettano e spingono prepotenti l'attillata maglietta, tanto che devo posare il braccio reclinato sul bordo del tavolo per coprirne la loro visione ad altri occhi. Ne sento tutto il fascino di questa strana situazione. Volendo lasciare a te l'onere della scelta, mi hai impercettibilmente mostrato vari oggetti, ma il mio nascosto diniego è sempre stato deciso. Ora tra le mani hai un bianco finocchio, me lo mostri con fare interrogativo, esito e... annuisco, togli la prima foglia, lo riguardo e faccio cenno di no. La seconda e la terza tolte e ancora il mio sguardo dice no. Seguiti togliendo ora la foglia di destra ora quella di sinistra, fino a raggiungere una forma poco più grande di un uovo. Lo guardo e questa volta la mia invisibile risposta è sì. Uno scambio di sguardi... poco dopo mi alzo e vi lascio con la scusa della sigaretta, per dare inizio a quella prima parte che già conosco. Cammino, mostrando la figura che si allontana a decine di occhi, coperta da una maglietta rosa salmone che ne disegna le forme e una gonna bianca, a tubino sotto il ginocchio. L'ondeggiare della gonna lascia intendere un fondo schiena ben fatto, sodo, coscia lunga... ai piedi scarpe scarpe con tacco alto che mi rendono ancora più statuaria. Uscita dal locale vado verso il parcheggio, rallento, guardo dove ho parcheggiato l'auto... la individuo e mi dirigo verso di essa. Arrivata apro la portiera, mi piego quel tanto che basta e, alzando leggermente la gonna, mi abbasso le culottes a mezza coscia... mi inchino per prendere l'accendino all'interno della vettura, così facendo mostro alla notte il mio sedere semi coperto, lasciando alle leggere carezze della brezza notturna quella linea decisa di separazione, che termina con una lieve diramazione per avvolgerne con cura quella piccola linguetta che appena fuoriesce... ma visibile.
     Indugi... Assaporo il piacere di quell'impalpabile bacio che, soffiando, ne accentua la freschezza, non posso toccare, ma dalla frescura che sento so che una gran quantità di emozioni hanno lasciato la loro traccia. Accendo la sigaretta con calma, tolgo del tutto la culottes e a confermare lo avvicino a me, notando quelle tracce, e ancora di più mi regalano i brividi. Lo getto sul sedile posteriore come possibile testimonianza del mio piacere per quanti, passando, lo noteranno.
     Fin qui sapevo, ora...
     Chi sa se arriverai prima che io abbia terminato la sigaretta o dovrò rientrare senza che null'altro accada. Mi appoggio alla fiancata dell'auto e, continuando a fumare, impaziente aspetto. Osservo le macchine parcheggiate, il movimento delle persone, “posto abbastanza tranquillo” penso. Nella penombra, ma non del tutto oscuro. In un baleno tutto mi passa per la mente, un desiderio animale spinto da fantasie nascoste. L'eccitazione per il proibito, il rischio di essere scoperta da ignari passanti. Dover obbedire a situazioni nuove, estreme, forse forti... ma desiderate. Non sapere quando e come, tutto questo esalta le mie percezioni, colpi di frusta per la mia mente che si ripercuotono su tutto il corpo, in particolare... là. Là dove un susseguirsi di goccioline hanno ormai tracciato una scia di denso profumo lungo una decina di centimetri sulla coscia destra. Sento... ma non puoi toccare. Eccitata, felice perché so cosa offro. Dubbiosa, perché non immagino se raccoglierai questa mia offerta. Ti vedo apparire, avvicinarti a me, il dubbio svanisce. Getto via la sigaretta, le gambe leggermente aperte e lo sguardo basso.
     “Pronta”, sussurro appena mi sei accanto.
     “Alza” mi sento dire.
     Rapida afferro i lembi della gonna, la alzo mettendo disponibile alla tua vista quella sorgente che continua a essere bagnata, un triangolo pallido rispetto all'abbronzatura, che risalta ancor più al chiarore della luna quasi complice. Appoggi le dita sul mio ventre quasi piatto, fissandomi negli occhi, i polpastrelli sentono i movimenti dei miei muscoli, scivolano... indugiano proprio lì, dove inizia quel piccolo e sempre più profondo sentiero che porta nel mio mare tumultuoso di piacere. Il medio è quasi tutto dentro, lo sento, quasi annega in tanto miele. Il pollice si abbassa sulla coscia a raccogliere quella scia che si è formata. Adesso la tua mano davanti ai miei occhi.
     “Guarda”, ti sento dire.
     Osservo le tue dita che si uniscono e allontanando lasciare dei fili d'argento. La testimonianza dei miei perversi pensieri.
     Avvicini quel frutto che ho scelto e perversamente formato, lo sento lì forse un poco freddo, ma il calore che trova subito lo riscalda, solo un mio impercettibile movimento e lui sparisce dentro me. So bene che quello non è il posto per cui è stato modellato, ma la necessità di sentire è tanta. Sono ore che non posso toccarmi... e tu lo senti, l'istinto ti ha portato a un gesto spontaneo, non voluto, ma con conseguenze, dato che non ero io a dover decidere se e quando doveva entrare lì. Ora che è dentro lì lo lasci, mi muovo, giusto per adattarti a lui. Sentiamo entrambi il rumore che provoca muovendolo dentro me. Arricchisce quel silenzio, gonfia il desiderio, un lamento che sa di supplica, due dita dell'altra tua mano giocano con la mia lingua, la percorrono, la strizzano, la tirano, ne sentono la consistenza e, raccogliendo più saliva che possono, escono per appoggiarsi sul mio buchino. Lo toccano. I polpastrelli percorrono in modo circolare tutt'attorno umettandolo, lo rendono sensibile, toccano ogni piega senza mai forzarlo. Eccitazione, formicolio, bisogno, ispirano un mio movimento all'indietro. Sento la prima falange del medio, si è fatta strada, è dentro. All'inizio trova una tenue resistenza, poi sentii l'anellino dei muscoli che si rilassano, e il medio inizia la sua inesorabile penetrazione. Scivola lentamente in quella bollente bocca che lo succhia avvolgendolo.
     “E' tutto dentro”, mi dici.
     “Lo sento”, ti sussurro.
     Che sensazione stupenda. Stretto attorno al dito, senti quanto sono calda e inizi a muoverlo delicatamente in senso circolare, senti le pareti delicate, lisce, scivolose che pian piano allentano la presa lasciando sempre più spazio. Sai cosa vorrei al suo posto ora. Ora le dita in me sono due, una sensazione più presente. Muovi le dita dentro, avanti, indietro, su, giù, senti che si stanno umettando. Mi sto bagnando pure li... le tue dita raccolgono questo mio rilassamento. Senti l'anello sulle nocche che si contrae e rilassa, segno che è pienamente partecipe. Togli delicatamente di qualche centimetro e poi esci bruscamente. Afferri le due dita del finocchio e lo estrai repentinamente, lasciando un vuoto in me. Penso che sia tutto finito, lasciando dentro me un forte desiderio insoddisfatto. Invece sento premere qualcosa di caldo, ciò che io stessa ho scaldato, quello che prima era in me ora sta premendo per violare un nuovo piccolo passaggio. Preme... mi allarga. Il bordo aderisce perfettamente assumendo la forma di ciò che sta inghiottendo. E scivola tutto dentro, escono come se fossero due dita, i pezzi terminali, tenendo ancora di più il mio delizioso buchino aperto. Mi sento piena, ma quel frutto estraneo mi gonfia di assurdi pensieri, mai avrei immaginato che il nostro primo incontro fosse cosi perverso. L'eccitazione di fare tutto ciò a poca distanza da persone che vedi e senti le loro voci. L'incubo di essere scoperta con chi sa quali reazioni. La voglia di provare di più, spingere avanti il tuo limite. La speranza di nuove sorprese. Tutto ti mantiene in uno stato di incoscienza, non sai se ciò che stai vivendo è sogno o realtà. Ma la vivo perché è cosi che mi piace... che voglio... ora.
     “Abbassati la gonna e andiamo così come sei”, ti sento dire, la tua voce mi fa tornare alla realtà... eseguo il tuo ordine.
     E ci avviamo verso il ristorante. Cammino leggera, nemmeno faccio notare ciò che è ben dentro di me. Solo chinandomi un po' si nota qualcosa che spinge la gonna, ma cosa da poco. Il mio pensiero è un altro a come sedermi, se potrò farlo, l'imbarazzo, la situazione, cammino, passo tra la gente, un rossore mi colora fortemente le guance, io so... ma gli altri non sanno. Lo sento come un disagio misto a piacere che tiene sempre alta la vibrazione in me. Quei centimetri di scia sulla coscia destra che il tuo pollice aveva raccolto ora si e riformata e, prepotente, si sta allungando. La sento a ogni passo, sfregando una parte va a impiastricciare l'altra coscia. Là sotto... un laghetto di umori. Un orgasmo arriva prepotente mentre passo innanzi a dei giovani che stanno fumando fuori dal locale, tremo ma incurante passo. Magari spero che si accorgano del mio odore di femmina in calore che penso di lasciare al mio passaggio. Arriviamo al tavolo, penso che non mi farai sedere, che mi permetti di ritirarmi in bagno e far finire lì il nostro gioco ogni oltre limite, ma non è così. So bene che in questo momento il tuo pensiero da grande bastardo è un altro. La sfida della perversione con tutti i presenti, è questo che ti tiene continuamente in eccitazione. Non ricevendo nessun altro silenzioso ordine, cerco di sedermi come posso, una postura strana, ma ci si può stare, sono seduta, schiena inclinata contro lo schienale e metà sedere fuori, gambe accavallate per nascondere. Scopro che a ogni movimento “lui” si muove dentro me, mi accarezza dentro, vuole andare in profondità riempiendomi ancora di più, mi allarga, mi stuzzica, mi provoca... sì, proprio come te... grandissimo bastardo. Allora inizio a giocare, mi sto divertendo, e questo mio movimento tanto benefico a me stessa è impercettibile ai presenti. Assorta in questo gioco, beandomi delle mie sensazioni, spostando il tovagliolo trovo un piccolo biglietto, con sorpresa e stupore, furtiva lo leggo, un attimo per realizzare... e... Nell'istante stesso che arrossisco un altro orgasmo mi scuote il basso ventre. Un piacere che mi fa chiudere gli occhi e immaginare. Un piacere provocato dall'assurdità della richiesta. Un piacere dovuto alla sfida, se io sarò capace o no di sostenere. Ancora persa nei miei pensieri rifletto a quelle parole scritte, “toglilo qui”. Già è un problema nascondere che è lì, ma toglierlo da quel luogo. Nella mente passano le immagini delle varie pose, maniere, forme per eseguire quella richiesta, pure la ricerca di questo continua a eccitarmi. Ma conoscendomi non mi scoraggio... sai che la sfida ... bastardo... può essere vinta.







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