Quando era arrivata in Italia la prima volta,
Yana aveva poco più di quindici anni, un ciuffo di capelli
biondissimi che le copriva interamente l’occhio sinistro, si muoveva
con decisione e ritmo assolutamente regolare – quasi come farebbe un
automa – e manteneva lo sguardo costantemente rivolto in basso in un
gesto deciso da un misto di pudore e obbedienza tipico di chi ha
ricevuto un’educazione cattolica molto rigida, di chi è cresciuto in
una società repressiva e gerarchica o di chi ha perso un genitore
nell’età in cui ancora Dio dovrebbe risparmiare alle sue creature
quest’atroce esperienza di dolore. E Yana aveva avuto precisamente
tutto questo in sorte. Suo padre, un dirigente polacco di
Solidarność, era stato arrestato con Wałęsa durante il golpe di
Jaruzelski all’inizio degli anni ’80; sua madre, un'ingegnere
sovietico che di lì a poco sarebbe tornato bielorusso, pur
inquadrata all’interno delle tiepide garanzie sociali del sistema,
sognava una vita meno regolare e più avventurosa. I due si erano
conosciuti in occasione di alcune collaborazioni tra esperti
polacchi e sovietici nel 1979, quando l’uomo non era ancora “uscito”
dal Partito. Avevano riconosciuto reciprocamente la propria
completezza: lui, nella garbata e intelligente eleganza mista a
rigore sovietico di lei; lei, nella passione trasversale
all’affiliazione con cui lui esprimeva progetti e idee. Era stato
fuoco improvviso, le cui ceneri, quando si erano lasciati, avevano
reso fertile il terreno di lei… Nove mesi dopo circa, era arrivata
Yana…
Si era presentata al mondo in una fredda notte di
Gennaio, quando il gelo teneva la terra stretta in una morsa. Quando
la madre se l’era vista per la prima volta tra le braccia, non era
riuscita a capacitarsi che quella gattina tremante dalla pelle
candida come il latte, esile e molle come il giunco, fosse il frutto
del suo amore lontano… Il padre, per i primi anni di vita della
piccola, era stato quasi una leggenda; poi, le vicende polacche e
sovietiche, nel breve giro di alcuni anni, erano confluite in una
comune evoluzione e i tre avevano potuto stabilirsi in Bielorussia
per qualche tempo. Ma sarebbe stata una felicità di breve durata… Di
lì a poco, alla donna sarebbe stata diagnosticata una malattia
ereditaria incurabile, e in pochissimo tempo Yana si sarebbe
ritrovata senza mamma.
Si può capire come da quel momento in poi la sua vita,
che mai era stata ridente, fosse ancor meno ridente che in
precedenza: era sola con un padre che aveva frequentato pochissimo
durante l’infanzia, quando ogni bimbo non dovrebbe avere meno di due
genitori accanto; si trasferiva in Polonia, una terra che non aveva
conosciuto se non per brevissimi istanti; viveva di rimando
trasformazioni sociali di cui era poco o nulla consapevole ma che
mutavano il mondo attorno a lei… in breve: iniziavano a mancarle
punti di riferimento. Fu così che crebbe, nel tempo a venire, più
facendo affidamento su sé che sugli altri e su un mondo in repentino
cambiamento. Ma, nonostante tutto, non si perse: aveva nel sangue la
mitezza e la robusta genuinità polacca, miste all’estro paterno, e
la precisione, la costanza e la determinazione sovietiche, dosate
nella brillante intraprendenza materna. Si chiuse in sé – questo sì
– nascondendo pensieri ed emozioni, chissà quanto profondi, dietro
quella mezzaluna bionda che lasciava intravedere al mondo esterno un
occhio solo.
Era un mattino gelido di dicembre, troppo freddo per
frequentare la biblioteca che – come sanno il bibliotecario e tutti
quelli che vi si recano spesso – sorge nell’ala dell’edificio
esposta a Nord, imponendo che ci si vada con indosso il cappotto.
Tuttavia, io dovevo. Stavo ultimando una monografia su Ireneo,
vescovo di Lione. Sono anche uno storico.
Mentre ero immerso nella lettura dell’Adversus Haereses,
l’opera forse più rappresentativa del pensiero e del carattere del
“mio” vescovo, vidi un’ombra femminea passarmi accanto con in mano
un libro; non feci caso a lei, impegnato com’ero. La sagoma andò a
collocarsi due posti più avanti a quello in cui sedevo io, poiché la
biblioteca è sviluppata longitudinalmente e ricorda un’aula
scolastica per la disposizione dei banchi di consultazione. Tra noi
non c’era altro che i banchi vuoti, e potei così osservare ciò che
prima avevo solo intravisto: si trattava di una giovane di non più
di quindici anni con capelli setosi e lunghi di un bel biondo
cenere; l’incarnato era pallido ed era possibile scorgerlo dagli
avambracci che spuntavano – come per miracolo, considerato il freddo
– dai risvolti delle maniche bianche di camicia sulla quale aderiva
un gilet giallo. La ragazza era già piuttosto alta per la sua età, e
sedeva con la lunga schiena inarcata come di chi intraprende
qualcosa con rigore e impegno morale. Si muoveva quasi a scatti, con
precisione e delicatezza: leggeva in un volume, lo riponeva con
garbo accanto a sé con gesto elegante e deciso; ne prendeva un altro
dalla pila alla sua destra, lo sfogliava maneggiandolo come una
reliquia finché ne aveva trovato i punti di suo interesse, leggeva
con serietà, annotava con scrupolo, e così via.
Mi ero distratto per più di qualche minuto e così
tornai al mio studio. Qualche minuto dopo chiesi al bibliotecario un
altro volume e mi sorpresi a sentire che chiamava a sé la giovane
pregandola di aiutarmi lei. Disse: "Yana, Clavis Patrum Latinorum,
Iraeneus episcopus". Lei si alzò, superò il bancone del
bibliotecario, andò all’interno passandomi accanto e, dopo pochi
minuti, ne riuscì con il volume tra le mani. Si intuiva come fosse
una ragazza dell’Est, eppure comprendeva il Latino!
Questo particolare mi rimase sempre impresso da allora,
anche se da quel primo incontro al tempo in cui la rividi passarono
degli anni.
Era il solito mattino gelido di Dicembre di dieci anni
dopo e, nella solita biblioteca, percosso dal solito freddo, bardato
del solito soprabito, immerso nelle solite letture, cercavo di
ultimare la solita ennesima monografia. Non avevo più pensato a Yana
da allora in poi, solo distrattamente ogni tanto ricordando quella
figura esile, composta e disciplinata e tuttavia aggraziata, che mi
aveva stupito con la sua competenza nella lingua latina. Quel giorno
però rimasi quasi stupito, non saprei dire che cosa mi passò per la
testa, ma so che mi mancò per un istante il respiro quando, dietro
al solito bancone del bibliotecario la vidi. Bella, alta e
flessuosa, manteneva l’identico ciuffo a coprire l’occhio proprio
come quando aveva quindici anni. Non era cambiata, piuttosto era
maturata, era divenuta una splendida creatura dal fascino indubbio
con movenze deliziose che ricordavano la timidezza di un tempo, con
mani delicate e dita affusolate che manipolavano libri e oggetti
come se ne percepissero la sacralità, con precisione e un tatto
delicatissimo e attento. Ora era lì, era la nuova bibliotecaria.
Parlammo qualche minuto, mi raccontò le vicende che
l’avevano condotta lì, le illustrai sommariamente le mie ricerche.
Quando esaurimmo gli argomenti, le chiesi di portarmi un volume ma
lei, dopo qualche minuto che si trovava all’interno tra gli
scaffali, ebbe qualche difficoltà con la ricerca e mi pregò di
raggiungerla. Oltrepassai il banco, raggiunsi lo scaffale presso cui
lei si trovava e la scorsi china a raccogliere da terra un pesante
libro caduto. Poiché portava la gonna lunga, tutto ciò che una donna
china in avanti a gambe dritte potrebbe scoprire restava invece
coperto, tuttavia, quando avvertì il mio arrivo, fece un gesto
rapido che fece capire come la sua gonna avesse un lungo spacco
laterale: tirò indietro la mano dalla coscia in su fino all’anca. Di
colpo lasciò apparire la coscia bianca soda e asciutta che
sovrastava un polpaccio pieno e candido terminante in una caviglia
sottile. La coscia restò scoperta per qualche secondo; poi, come per
correggere una disattenzione, con malcelata malizia, la sua mano
fece per scostare la gonna e rimetterla al suo posto ma prima
sollevò ancora un po’ – quel tanto che bastava – la gonna fino a
scoprire l’intera natica sinistra percorsa in alto da un filo
sottile che si intuiva essere un perizoma… Questo solo episodio
bastò ad accendere in me una passione che credevo spenta da secoli:
era meraviglioso pensare come quella donna castigata e abbigliata
con moderazione e pudicizia celasse al mondo tanta femminilità!
La gonna tornò quindi al suo posto e io ero ormai
dietro di lei, la aggirai a sinistra, mi chinai e l’aiutai a
raccogliere il volume. Le nostre mani si sfiorarono, sentii il
sangue ribollirmi nelle vene… i nostri occhi si incrociarono… di
colpo mi parve di guardare dentro a quella femminilità tanto
misteriosa. Prima che realizzassimo quanto stava per accadere, le
mie labbra cercarono il contatto con le sue, con quelle labbra
disegnate e piene al punto giusto; lei non si tirò indietro, anzi
rispose con un morso dei suoi denti bianchissimi e regolari sulla
mia bocca vogliosa. Contemporaneamente la mia mano cercò il suo
seno, lo esplorò e ne percepì la dura consistenza, accompagnata
dalla mano di lei che ne guidava il tocco. Eravamo entrambi in
ginocchio. In questa posizione, Yana si girò di spalle continuando a
guidare le mie mani sul suo seno con movimenti cadenzati; poi mi
condusse verso la sua femminilità celata, trattando le mie mani con
la stessa deliziosa e rituale accuratezza con cui manipolava i
libri. Sentii improvvisamente il suo ventre asciutto sotto le mie
dita, riuscivo quasi a percepire i fasci muscolari di quell’elastica
deriva che conduceva alla porta del suo piacere, mi sarei aspettato
di imbattermi in una folta peluria ispida – o almeno così avevo
istantaneamente immaginato – e invece (ciò che mi infiammò del
tutto), la trovai rasata e liscia, naturale come se non avesse mai
conosciuto peli in quella zona. Il contatto fu da capogiro: avvertii
la morbidezza quasi gommosa della perfetta rasatura e, prima che
realizzassi, due lembi deliziosi di carne nei quali la sua mano mi
fece affondare la mia. Era un’esplosione di desiderio, la sentivo
ansimare in modo felino, sentivo la sua voglia bagnata risucchiare
le mie dita. L’altra mia mano si diresse naturalmente nello stesso
luogo e iniziò la medesima attività. Lei slacciò la gonna lasciando
visibile il perizoma… non so dire quanto fossi infiammato a questo
punto. Spostai una mano sul suo viso imprimendogli una rotazione a
destra verso le mie labbra ansiose della sua lingua e presi a
baciarla e toccarla al tempo stesso. Durò qualche minuto. Infiniti
istanti. Poi lei si voltò verso me e, continuando a leccare e
mordere le mie labbra, mi slacciò con decisione la cintura, sbottonò
i pantaloni, infilò una mano nei boxer e quando trovò la sua preda,
con movimento repentino calò i boxer e chinò il capo facendosi scudo
dei capelli setosi e biondi… Fu il Paradiso… sentivo quelle labbra
perfette e umide divenute ventose su me, le sentivo affondare
ritmicamente e suggere con forza a tratti, sentivo la sua saliva
facilitare il compito. Andava avanti così e io sentivo di desiderare
che durasse per sempre, non sospettavo nemmeno quanto potesse essere
bello… era la mia prima volta in questo modo… Lei continuava con
dedizione e passione proprio come sembrava fare in tutto quello che
faceva, a tratti si sentiva un leggero risucchio come se per non
sbagliare avesse per un po’ trattenuto il fiato e dovesse
riprenderne. Continuava, continuava. Era divina la sua bellezza ora.
Ricordava una Valchiria del Nord. Mi pareva di esplodere e che lei
dovesse accogliere il mio desiderio bollente allorché sarei giunto
al termine. E così fu. Sentivo che tra le sue mani e nella sua bocca
il mio membro pulsava freneticamente, lo sentivo gonfio e
indolenzito per il turgore, avrei voluto frenarla, toglierle le
mutandine e provare l’ebbrezza di esserle dentro e così le scostai
il viso con la mano e la guardai con tenerezza negli occhi. Ma
comprese subito ciò che volevo e disse con fermezza: "Non sei ancora
pronto!". Mi rimise a posto la mano, si chinò nuovamente e dopo
quattro o cinque affondi bevve dal mio calice di fuoco tutto il
liquore che copioso traboccava. Fu l’estasi. Io compresi che di
questo si trattava: una via d’accesso all’estasi. Sentivo il piacere
culminare e il desiderio spegnersi e continuavo ugualmente a
percepire il tocco meraviglioso delle sue labbra che non si
staccavano da me e bevevano fino all’ultima goccia che avevo da
offrire… Fu davvero l’estasi.
Restammo qualche minuto così: io sdraiato in terra,
come crocifisso; lei con la testa poggiata sulla mia coscia e la
mano che ancora mi carezzava i testicoli reggendoli entrambi e
ruotando leggermente. Poi qualcuno chiamò e ci rivestimmo
frettolosamente. Io restai all’interno e lei si avviò al bancone. A
dire il vero, uscii senza dir nulla da una porta sul retro della
sala.
Ero nel corridoio, frastornato, confuso. Camminavo come
in preda a un morbo… Poi, tutto fu improvvisamente chiaro. Capii: le
persone, le cose, il mondo, l’universo intero non fanno parte di un
sistema teleologico. Tutto ciò che accade, accade e basta. Non c’è
fine. Non esiste Provvidenza. Niente è giusto, niente sbagliato.
Semplicemente tutto è. Ogni cosa è ugualmente necessaria e
superflua.
Dovevo essere sconvolto per la rivelazione, perché a
stento percepii la mano che, poggiata sulla mia spalla, mi scuoteva
accompagnata da una voce amica: "Padre Carlo, va tutto bene?".