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Capitolo 1 ![]() La penombra avvolgeva l'ampia stanza e dalle imposte filtrava qualche flebile raggio di luce, riflettendosi sull'acqua e sul viso di Elena, intenta a preparare il bagno per la signora Marianna. Aveva appena finito di riempire la vasca di ceramica e controllare che fosse calda al punto giusto, quando sentì la voce della sua signora chiamarla dalla stanza accanto. Niente la infastidiva più di quella voce; per non parlare del modo in cui la trattava, guardandola dall'alto in basso, umiliandola... e pensare che se l'avesse incontrata qualche anno prima, a Napoli, l'avrebbe magari vista senza testa. Purtroppo le cose non erano andate come aveva sperato ed Elena era stata costretta a fuggire e mettere da parte, se non addirittura a rinnegare, il suo credo giacobino per salvarsi la vita. Ironia della sorte, si era ritrovata a servire una delle nobildonne più odiose e arroganti che si trovassero in circolazione. L'astio che provava Elena era ricambiato in egual misura dalla signora Marianna, che mal sopportava lo sguardo che le veniva rivolto quando le dava ordini. Leggeva una certa sfacciata sfrontatezza nei suoi occhi e ancor meno sopportava gli sguardi lascivi che talvolta suo marito Lodovico rivolgeva al corpo procace di quell'insolente servetta. Un motivo in più, questo, per farle capire quale fosse il suo posto e che era inutile sperare di ottenere vantaggi incantando suo marito con il voluttuoso movimento dei suoi fianchi. Malgrado l'etichetta, era lei che comandava in quella casa e quella serva avrebbe fatto bene a capirlo subito, se non voleva essere gettata in strada con i suoi stracci. Intanto però Elena tardava a risponderle, l'aveva già chiamata due volte per sapere se il bagno era pronto, ottenendo in risposta un irritante silenzio. "Serva!", la chiamò infine, per la terza volta, alzandosi dal letto e muovendo alcuni passi verso la stanza adiacente. Non appena sentì i suoi passi, Elena si affrettò a risponderle andandole incontro. "Il bagno è pronto, mia signora", disse inchinandosi sulla soglia che separava le stanze, non appena Marianna la varcò. "Quando ti chiamo devi rispondere subito!". "Sì, mia signora". "Bene, ora aiutami". Trattenendo a stento la rabbia, Elena la aiutò a togliere la veste prima che la sua signora si immergesse nella vasca. Non sopportava la sua arroganza e non sopportava di doverla servire per cose così intime, che avrebbe potuto fare tranquillamente da sola. Con la spugna iniziò a massaggiarle il corpo, mentre lei si rilassava nella vasca. Le lavò la schiena liscia, i piedi, le gambe affusolate fin nelle zone più intime, provando disgusto ogni qualvolta doveva immergere la mano nell'acqua e ancor di più quando sentiva i suoi gemiti in risposta alle carezze troppo audaci alle quali la costringeva. Perché non si fa lavare da suo marito, se prova così piacere, pensò Elena tra sé. E il suo pensiero correva ancora ai tempi in cui era una giacobina e poteva permettersi di schiaffeggiare una donna così. Se lo avesse fatto ora, invece, l'avrebbero bastonata a morte e lei si trovava costretta a sottostare a ogni richiesta della signora Marianna senza discutere. Mentre Marianna la costringeva a insistere con la spugna tra le gambe, tenendola per un braccio, Elena cercava di non sentire quei sospiri e continuava ad accarezzarla in quel modo lascivo, voltandosi dall'altra parte per non guardarla in volto e per non vedere il suo corpo contorcersi per il piacere. Ma lo specchio sulla parete, crudelmente, le rimandava sempre qualche riflesso e il disgusto e l'umiliazione di quegli atti cresceva in lei fino a farle quasi salire agli occhi lacrime di rabbia. Come avrebbe voluto afferrarla per i capelli e affogarla in quell'acqua, tra i suoi umori da cagna in calore. Quest'immagine le diede un po' di sollievo e l'aiutò a resistere fino a quando la sua signora non raggiunse l'apice del piacere. Allora sentì il suo braccio libero dalla morsa della sua mano e poté riprendere a lavarle tutto il corpo come se nulla fosse successo. Quando il respiro di Marianna si placò, la donna sottrasse con un gesto brusco la spugna dalla mano di Elena. "Non sei capace a far niente", le disse con tono secco mentre iniziava a strofinarsi il petto. "Prepara il mio vestito, è quasi ora di cena", continuò. Elena sospirò rumorosamente mentre si avviava verso la camera padronale. Stese sul letto la sottogonna lisciando con la mano la stoffa ricamata e Marianna entrò poco dopo, nuda e a piedi scalzi. Senza dire una parola alzò le braccia in aria ed Elena fece passare l'abito dalla testa, tirandolo verso il basso e facendolo scivolare, sulla pelle ancora umida, fino alle caviglie. Poi prese l'ingombrante vestito allargando il punto vita con le mani e lo fece indossare a Marianna prima da una gamba e poi dall'altra. Il damasco era stoffa troppo ricca per una donna come lei e il verde del tessuto stonava con la carnagione forse troppo scura di Marianna. Il suo seno si compresse sotto il corpetto rigido mentre Elena tirava, uno per uno, i lacci dietro la schiena. "Fai piano, così non riesco a respirare!", le gridò quasi la donna. Elena in tutta risposta tirò maggiormente e con uno strattone il laccio che aveva chiuso nel pugno e, a voce bassa ma ferma, disse: "Mi perdoni, mia signora". "Forza, muoviti, è quasi ora di cena". |
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