![]() |
|||
|---|---|---|---|
Alice nel Paese delle Pornoviglie IIQuello che vide non appena oltrepassò l’uscio fu un gigantesco albero a pochi passi da lei. L’albero aveva un tronco spesso, forte, di un legno scuro. Le radici sollevavano la terra rendendo il suolo circostante un cumulo di bozzi e rigonfiamenti e, tutto intorno, piccole foglioline verdi scendevano lentamente sorrette dal vento e fermandosi sull’erba. L’arbusto si innalzava per parecchi metri verso l’alto tanto che Alice non riusciva a scorgerne, tra le fronde cariche di foglie, la cima. Tutto intorno non c’era altro che pianura; un prato sconfinato di erba rasa e gialla, macchiato di tanto in tanto qua e là da cespugli di spine e piccoli arbusti secchi. Era come se tutta la pioggia caduta su quella terra fosse stata risucchiata unicamente dall’albero, lasciando il resto della vegetazione all’asciutto. Alice si avvicinò al fusto e appoggiò il palmo sul tronco come per saggiarne calore e consistenza. “Ehi, ferma!”, sentì gridare dall’alto. Alzò la testa e il sole la costrinse a pararsi gli occhi con la mano. Una figura poco definita volteggiava sopra la chioma frondosa dell’albero e, dopo un paio di giri in tondo fatti velocemente sopra la sua testa, planò al suo fianco sull’erba. “Lei chi è?”, gli chiese Alice indietreggiando. “Sono Morgan, il guardiano del giardino. Come sei arrivata qui?”. L’uomo era vestito completamente di nero. Aveva una calzamaglia aderente e sorretta da una cintura bordata d’oro, una casacca di tessuto spesso chiusa da dei bottoni – scuri anch’essi – una grossa sacca marrone legata in vita e un cappello, a falda stretta, sormontato da una piuma. L’unico accenno di colore era qualche ciuffo di capelli chiari che spuntavano da sotto il cappello e gli occhi, di un azzurro intenso da far invidia al cielo. Il cavallo sul quale era seduto, però, non era alato, e Alice si chiese come quello stallone potesse volare. Non le sarebbe sembrato altrettanto singolare vedere un cavallo con le ali? Questo Alice non se lo chiese. Si limitò a fissare Morgan mentre legava il puledro a un piccolo arbusto avvolgendo una corda nera attorno a un ramo. Poi lo vide voltarsi verso di lei, con le braccia conserte, e chiedere ancora: “Come sei arrivata qui?”. “Io... io sono arrivata da quella porta”, rispose Alice voltandosi verso il muro di cinta con l’indice alzato e notando, con sua grande sorpresa, che la porta alle sue spalle non c’era più. “C’era... C’era una porta, proprio qui. Dov’è finita?”, chiese allungando il braccio verso la parete. Il cavaliere guardò il muro e non sembrò stupirsi della misteriosa sparizione. Annuì verso Alice facendo dondolare avanti e indietro morbidamente la piuma sopra la sua testa. “Non si può recare danno alla vegetazione del giardino”, sentenziò serio. “Oh no, non volevo far nessun danno. E poi, mi perdoni... ma quale vegetazione? Qui c’è solo questo albero”, disse Alice alzando le spalle. “Solo? Questo è l’ultimo albero rimasto nel giardino. Vale molto più del gioiello che hai in tasca”, rispose sarcastico Morgan indicando con un cenno del capo la tasca rigonfia della gonna di Alice. “Ma... come mai non ci sono alberi?”. “Non è il momento per tutte queste domande. Ora devi immediatamente lasciare questo posto”, disse il cavaliere sciogliendo la corda e rimontando prontamente in sella. “Ma, aspetti! Non mi lasci qui, non so dove andare. Credo di essermi persa...”, disse Alice avanzando verso di lui. “Come faccio a tornare a casa?”. “Non hai il pass?”, le chiese Morgan stupito. “Pass? Io... no. Dove potrei trovarlo?”. “Solo la regina può darti il permesso di lasciare il regno. Vieni, ti porto da lei”. “Regina?”. “Salta su, senza fare tante storie”, le ripeté Morgan indietreggiando sulla sella in modo da farle spazio. Alice tentennò qualche istante, si guardò intorno e non vide altro che prato, prato e ancora prato. Non sarebbe stata in grado di fare un singolo passo da sola. Tanto valeva seguirlo. Montò in sella tirando sulle cosce la gonna e sedendosi davanti a Morgan, che prontamente le cinse la vita con le braccia e, dopo uno schiocco di redini, spiccò il volo. “Uh, non posso guardare!”, gridò Alice coprendosi gli occhi non appena il cavallo ebbe staccato gli zoccoli da terra e sorpassato velocemente le chiome dell’albero facendolo diventare in breve tempo nient’altro che un minuscolo puntino verde. “Non preoccuparti, ti tengo forte. Tu rilassati. Ci aspetta un lungo viaggio”. Attraversarono ampie vallate, sterminati campi aridi di terra brulla e boschi dai rami spogli e desolati. Alice scorse interminabili fiumi cristallini e montagne bianche di neve all’orizzonte, e rimase stretta tra le braccia di Morgan finché non iniziò a stiracchiarsi, stanca delle lunghe ore sedute sulla sella rigida di cuoio. “Quando inizierà a fare sera ci fermeremo un po’?”, gli chiese voltandosi verso di lui. Morgan teneva le redini strette tra i pugni, fissando con i suoi occhioni azzurri un punto indefinito all’orizzonte. “Qui il sole non tramonta più ormai da parecchi anni. Non esiste tempo, né spazio. Se sei stanca possiamo fermarci adesso per riposare”, le rispose guardandola. Alice annuì senza chiedere altre spiegazioni, poi si accoccolò nell’incavo della sua spalla. Planarono dolcemente in tondo finché il cavallo non toccò terra e decisero di fermarsi accanto a un piccolo ruscello, sulle rive del quale Morgan non esitò, con una facilità sorprendente, ad accendere un fuoco. “Avrei proprio bisogno di un bagno”, disse Alice seduta su un sasso, appoggiando i palmi a terra e distendendo la schiena all’indietro. “Puoi farlo, il fiume è pulito. Poi mangeremo qualcosa”. “Cosa mangeremo?”, gli chiese Alice vedendo il cavaliere rovistare nella sua borsa. “Tu cosa vorresti?”, le chiese lui di rimando. “Oh, io vorrei... vorrei... un pollo! Un grosso pollo succulento da fare arrosto”, rispose lei strofinandosi le mani. Morgan, senza aggiungere altre parole, tirò fuori dalla sacca un grosso pollastro, spennato e pronto per essere cotto. “Uh! Ma dimmi un po’, sei mica un mago?”, gli chiese Alice avvicinandosi a lui e cercando di sbirciare nella bisaccia. “No, c’è solo una persona nel regno che sa fare magie, una strega esiliata molto tempo fa al confine e lontano dal castello della regina. Io sono solo un semplice guardiano”, rispose Morgan richiudendo prontamente la borsa e allontanandola da quegli occhi indiscreti. “È una strega?”, gli chiese lei spalancando la bocca. “Ma quante domande ragazzina... Ora vai a lavarti, il pollo sarà pronto tra poco”. Alice si alzò e iniziò a spogliarsi sfilandosi la camicia e lasciandola a terra. Poi fece scorrere la zip della gonna e, dondolando sulle gambe, la fece scivolare fino alle caviglie, rimanendo con indosso solo il reggiseno e il minuscolo slip. Si girò verso Morgan, pronta a cogliere con malizia una sua qualche reazione, ma lui non sembrava prestarle attenzione, intento a infilzare il pennuto con un lungo bastone. Così lei, dopo un attimo di titubanza, prese la rincorsa e si tuffò nell’acqua. “È bellissimo! Vieni anche tu, Morgan!”, gli gridò dalla riva mentre riempiva d’acqua le mani e la tirava in alto facendosela ricadere sulla testa. L’uomo la guardò per qualche secondo e i suoi occhi sembrarono quasi scurirsi, diventare neri mentre la fissava, poi scosse la testa. “No, no grazie. Lo farò più tardi”, rispose abbassando nuovamente lo sguardo. Alice bagnò i lunghi capelli biondi, sguazzò per qualche altro minuto raccogliendo sassi dalla superficie liscia e lucida, poi uscì aggrappandosi a un ciuffo d’erba sulla riva e lo raggiunse sedendosi accanto a lui davanti al fuoco. “Dovrei asciugare questi”, disse prendendo un lembo del reggiseno e strizzandolo facendo gocciolare a terra l’acqua. “Puoi appenderli lì”, le rispose lui indicando con un dito due grossi bastoni piantati nel terreno. La ragazza guardò gli abiti che aveva lasciato sul pavimento, poi decise che in fondo non era il primo uomo né l’ultimo che l’avrebbe vista nuda. Così, con spontanea disinvoltura, sganciò la chiusura del reggiseno e scoprì i seni; poi sfilò gli slip e per un attimo le sembrò così bello starsene lì nuda all’aria aperta. Subito dopo indossò la gonna e la camicia, appese la biancheria bagnata sui legni e si sedette nuovamente. Morgan le passò una grossa coscia di pollo tra le mani e Alice, senza pensarci un attimo, la addentò con un gran morso. “Se mi vedesse Iris!”, disse ridendo mentre si toglieva, col dorso della mano, un pezzo di pollo che le era rimasto attaccato alla guancia. “Chi è Iris?”, le chiese il cavaliere mentre sputava a terra dei piccoli ossicini. “È la mia governante. Detesta quando mangio con le mani”, continuò lei staccando un grosso pezzo di carne con i denti. “Ma quando si arrabbia basta che io le dia un bacio sulla guancia e passa tutto”. “Un bacio? Cos’è? Una pietra preziosa, un gioiello?”. Alice stavolta lo guardò esterrefatta. “Non sai cos’è un bacio?”. Morgan scosse la testa. “Mio Dio Morgan! Ne ho conosciuti di tipi strani ma tu sei davvero un uomo bizzarro! Un bacio è... una dimostrazione di affetto, un bacio è una cosa bellissima. Sai, gli innamorati si baciano continuamente”. Morgan continuava a guardarla curioso. “Tu... sei capace di farlo?”, le chiese lui dopo qualche secondo di esitazione. “Be', non per vantarmi, ma direi che me la cavo”, rispose lei ridendo. “Vedi...”, continuò avvicinandosi a lui sull’erba, “si avvicinano le labbra”, disse accostando la sua bocca a quella del cavaliere così tanto che ne sentì il respiro caldo sui denti. “Poi si appoggiano su quelle dell’amato, in questo modo”, e così dicendo premette le labbra sulle sue. Non ci volle molto prima che Alice schiudesse le sue aspettando che Morgan la seguisse, mentre provava a condurlo in quello che era un lento, nuovo e magico gioco di lingua. Quando ormai era abbandonata a quel tocco, sentì il cavaliere irrigidirsi e, subito dopo, saltare in piedi con uno scatto. “Che succede?”, gli chiese lei sconcertata. “Niente”, disse aggrappandosi con una mano sul petto, all’altezza del cuore, come se avesse appena ricevuto una pugnalata e l’avesse colto un dolore lancinante. “È solo che la regina ci sta aspettando. Non dobbiamo perdere tempo”, continuò stringendosi il petto con una mano senza guardarla mentre raccoglieva la sua sacca. “Ma, in che senso ci sta aspettando? Non sa nemmeno chi sono”, disse Alice stizzita per essere stata abbandonata sul più bello. “La regina sa e vede tutto, e noi dobbiamo proprio andare”, sentenziò lui montando in sella. Alice non poté che seguirlo delusa e, come poco prima erano arrivati, ripresero nuovamente il volo. Non passò molto tempo prima che Morgan, con il dito indice puntato in avanti, non le indicasse un’enorme fortezza arroccata su una piccola collina. Attorniato da decine di guglie, torri e pinnacoli, il maniero era completamente ricoperto di mattoni scuri e circondato da un immenso parco disadorno serrato da un fossato. “Ecco, ci siamo”, disse mentre il cavallo scendeva docilmente verso la fortezza. “Alice, quello che vedi è il castello della mia signora. La regina Elettra”.
|
![]() Home |
||
| © Copyright mysecretdiary.it 6.0 Tutti i diritti riservati | |||