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Alice nel Paese delle Pornoviglie IIIAttraversarono insieme la parte di giardino che conduceva all’entrata. Tutto sembrava così spoglio e nudo, senza calore. “Ma che gli è successo a questo giardino? Sembra che non viene curato da anni”, disse Alice guardandosi intorno. “La regina non ama, come dire... le cose troppo vive”. “Troppo vive?”. “Già. Anzi, hai troppi colori addosso, potrebbero non essere di suo gradimento. Tieni, è meglio se ti copri con questo”. Morgan porse ad Alice un lungo mantello nero tirato fuori dalla sua miracolosa sacca. La ragazza lo avvolse intorno alle spalle fermandolo in vita con un nodo, poi seguì il cavaliere sul ponte levatoio che valicava il fossato. “Bene”, disse Morgan non appena furono davanti all’enorme portone di pietra, “ora vai”. “Ma come? Mi lasci andare da sola? Non vieni con me?”. “Ti basta andare dentro, la regina ti sta aspettando. Digli solo che vuoi tornare a casa e vedrai che andrà tutto bene. Io ti aspetterò qui e, quando avrai ottenuto il suo permesso, ti riporterò all’entrata”. Alice lo guardò negli occhi e vide Morgan prontamente distogliere lo sguardo. Entrò poi in punta di piedi, sorpassando due guardie in una strana uniforme nera dritte e immobili all’entrata. L’interno del castello era davvero scuro e tetro. Alice si trovò davanti a sé un lunghissimo e largo corridoio, delimitato ai lati da colonne che arrivavano a toccare l’altissimo soffitto. Doveva essere una decina di metri, o forse di più, dal quale scendevano candelabri appesi a delle corde. La ragazza si trovò a camminare col naso all’insù e per poco non andò a sbattere contro un pilastro. Alle pareti, in pietra viva, erano appese delle torce e alcuni arazzi impolverati e, più in alto, si intravedevano finestre triangolari di vetro. Non portavano molta luce, però. I cristalli risultavano spenti e opachi, ricoperti da uno strano velo scuro. Tutto intorno albergava un ovattato silenzio e, sotto gli occhi attenti delle guardie, l’unico rumore che risuonò nella corte fu quello dei passi di Alice mentre si apprestava ad avvicinarsi al trono. La regina era seduta compostamente. Un abito lungo e scuro seguiva la forma delle ginocchia piegate e scendeva a terra, fino ad arrivare a coprirle i piedi. I capelli, neri e lunghi anch’essi, le scivolavano morbidamente sulle spalle come un velo funebre. Non aveva alcun tipo di decorazione, né nastri o lustrini né tantomeno gioielli. Immobile e in silenzio in quella posizione, pareva essersi adeguata al mobilio infelice del castello. “Sono... sono Alice”, disse la ragazza con voce flebile avvicinandosi lentamente e stringendo le mani l’una con l’altra. La regina rimase immobile e ancora muta. “Io... avrei bisogno del pass. Devo tornare a casa”. La donna, dopo qualche attimo di assoluta inerzia, si alzò lentamente facendo leva con i palmi sui braccioli del trono. “Perché vuoi andare a casa? Forse non ti piace il mio regno?”. La sue parole risuonarono in un flemmatico e diluito eco lungo tutta la corte. “N-no, non voglio dire questo. Ma mi stanno aspettando. Iris si arrabbierà se non torno in tempo per le lezioni”, disse Alice cercando di far riecheggiare, senza riuscirci, anche la sua timida voce. “E chi sarebbe, questa Iris?”, disse la regina aggrottando le sopracciglia scure e sottili e avvicinandosi ad Alice. “È la mia governante. Non sopporta che io faccia ritardo”. “Beh, se hai una governante devi essere importante. Di quale regno fai parte?”. “Oh no, nessun regno”, disse Alice scuotendo la testa. “Sono solo figlia di un commerciante. E...”, si avvicinò ancora alla regina, “vorrei davvero tornare a casa”. La donna la guardò a lungo quasi come se ne stesse studiando i particolari, poi si voltò verso una porta alle sue spalle e, battendo le mani un paio di volte, fece arrivare due guardie con in mano una specie di grosso piatto. “Allora, prima di lasciarti andare, farai con me una partita a giocadisco”, disse allargando le labbra finalmente in un sorriso. “Giocadisco? Cos’è?”, chiese Alice. “Io lancio questo disco che verrà sorretto dall’aria e tu dovrai prenderlo prima che tocchi terra”. “Oh, anche noi abbiamo un gioco simile, ma lo chiamiamo frisbee”, disse la ragazza annuendo. “Allora sarai capace! Io mi metterò da questa parte e tu dalla parte opposta, vicino alla porta”, e così dicendo arrivò con il frisbee in mano fin quasi al muro che delimitava la stanza. “Oh mi farebbe molto piacere mia regina ma, devo tornare a casa. Sono davvero in ritardo”, provò a spiegarsi Alice. “Nessuno lascia il mio regno prima di avermi dilettato con il gioco. Quindi forza, tieniti pronta a prenderlo. Se perderai, sarò costretta a non concederti il pass”. Alice non voleva restare lì. Anche se era tutto così strano e curioso – e anche Morgan iniziava a piacerle – non poteva permettersi di stare per così tanto tempo lontana da casa. Così indietreggiò quasi fino al portone d’entrata e piantò i piedi bene a terra pronta ad afferrare quel piatto. La regina piegò il braccio verso se stessa e poi, con una forte spinta, fece partire il frisbee a una velocità folle verso Alice, che riuscì a prenderlo a malapena con la punta delle dita. “Uh, sei proprio brava a giocare a Giocadisco. Se riuscirai a non farmelo prendere ti lascerò andare. Dai, ora tocca a te, lancia!”. Alice cercò di lanciarlo con tutta la forza che aveva in corpo. Prese la rincorsa facendo leva sul gomito e scagliò il disco in direzione della regina. Il piatto roteò velocemente in aria e percorse il lungo e tacito corridoio. Tutti avevano la bocca spalancata e gli occhi puntati sul disco, che si avvicinava sempre più speditamente con un sordo fischio alla regina, ferma alla parte opposta del grande stanzone. Quando ormai non mancavano che pochi centimetri, la regina spiccò un salto allungando le braccia verso l’alto. Ma non fece troppo bene i conti e prese male le misure perché, con un rumore secco, il disco arrivò precisamente all’altezza del suo collo recidendole, in uno sprizzo di sangue nero che colpì le pareti ingrigite, la gola. La testa di Elettra si staccò di netto accompagnato da un coro di “Ohh!” sollevatosi dalle guardie stupite. “Dio mio! Cosa ho fatto!”. Alice si coprì il viso con le mani sbirciando tra le dita semiaperte e seguendo con la coda dell’occhio la piccola testolina reale – seguita dalla nera scia dei lunghi capelli – rotolare in un continuo ribaltarsi fino ai suoi piedi. Le guardie, tutte insieme, iniziarono ad agitarsi per la corte come se qualcuno avesse finalmente premuto il tasto On e avesse dato loro vita, poi all’unisono guardarono Alice ancora immobile con la testa di Elettra ai suoi piedi e alzarono un urlo tremendo brandendo le armi. La ragazza, dopo un attimo di esitazione, si voltò e, gridando, iniziò a correre catapultandosi velocemente verso il portone. Morgan era appoggiato alla parete esterna aspettando pazientemente a braccia conserte. Alice si scaraventò fuori urlando e lo prese per un braccio cercando di portarlo via. “Che succede?”, chiese Morgan spaventato da tutto quell’accanimento. “Ho t-tagliato la testa!”, gridò Alice ormai nel panico continuando a strattonarlo verso l’uscita del giardino. “Hai tagliato la testa a chi?”. “A Elettra! Forza, dobbiamo scappare!”. “Alice! Mi stai dicendo che hai mozzato la testa alla regina? O cristo santo... ti lascio due minuti da sola e tu uccidi la regina??”. “Non c’è tempo per le ramanzine, corri!!!”. Scesero a perdifiato lungo il pendio del parco mentre le guardie erano tutte fuori dal castello e iniziavano a lanciar loro alabardi infuocati. Alice prese per mano Morgan e raggiunsero velocemente il suo cavallo, legato a un ramo di un cespuglio. Presero speditamente il volo e solo quando furono in aria riuscirono di nuovo a prendere fiato. “Per tutti gli angeli... Ha ucciso la regina...”, continuava a ripetere Morgan. “Smettila di pensarci, ormai il danno è fatto!”, disse Alice stizzita. “Il danno è fatto? Pensi forse che quando Paride rapì Elena scatenando la guerra di Troia disse Pazienza Elena, il danno è fatto! Oh Dio, Alice...”, Morgan scosse la testa. “Ora avremo tutto l’esercito alle costole e non si arrenderanno finché non ci vedranno morti. E con la testa staccata!”. “Cosa facciamo adesso?”, chiese lei nascondendosi il viso con le mani. “Ti porto io in un posto sicuro dove non potranno trovarti. Poi penseremo a un modo per farti tornare a casa”. La abbracciò da dietro, stringendole la vita e tenendo sempre ben salde le mani sulle redini. Alice si accoccolò appoggiandosi al suo petto e, mentre l’aria asciugava le lacrime sul viso, così si addormentò. Morgan la svegliò solo quando erano a pochi metri da terra. “Guarda laggiù”, le indicò con un dito. Una piccola casetta in legno si ergeva sulle rive di un fiume. Alice stropicciò gli occhi con le mani per guardare meglio. “Dove siamo?”, chiese ancora intontita dal viaggio e dal guaio che aveva combinato. “Siamo ai confini del regno di Elettra. Lì, tra quelle mura, abita Cassandra. Starai da lei finché le acque non si saranno calmate”. “Chi è?”, chiese ancora lei. “È una maga. O una strega. Dipende dai punti di vista. Fatto stà che è stata cacciata dalla corte molto tempo fa e costretta a vivere in questo posto lontano da tutto e da tutti”. Alice guardò Morgan con occhi impauriti e gli strinse la mano. “Sta tranquilla”, ribatté lui. “Qui non verranno a cercarti e sarai al sicuro, almeno per un po’”.
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