Alice nel Paese delle Pornoviglie IV



    
Cassandra era in piedi davanti alla casupola con le braccia abbandonate lungo il corpo. Tutto intorno alla casa svettavano imponenti decine di alberi carichi di frutti e, poco oltre, assi di legno impolverato formavano un piccolo recinto al di là del quale il terreno ritornava arido e povero come tutti quelli che Alice aveva visto fino a quel momento.
     Quando il cavallo toccò terra, Morgan scese per primo e poi aiutò la ragazza dandole la mano e trascinandola, quasi, al cospetto di Cassandra.
     “Questa è Alice”, le disse quando furono a meno di due metri.
     Cassandra annuì guardando la ragazza dall’alto in basso come se sapesse già del perché fossero lì. Le tese le mano tintinnante di numerosi ninnoli e bracciali e Alice, dopo aver cercato negli occhi di Morgan un qualche consenso, gliela strinse titubante.
     “Non aver paura, questo è l’ultimo posto dove verranno a cercarti. Vieni con me ora, hai bisogno di un bagno”, e così dicendo, dopo aver passato lentamente il palmo della mano sul viso di Morgan come per posarne sul volto un velo, attirò Alice all’interno della casetta.
     “Morgan...”, mormorò la ragazza.
     Ma, quando si voltò indietro, il cavallo era già alto sopra le loro teste e, mentre calava la notte e la luna si rifletteva nel piccolo rio che attraversava il giardino, il puledro con in sella il suo cavaliere fece un ultimo volteggio in tondo, scrollò la sua criniera e, con un balzo, volò via.
     “Per quanto tempo dovrò restare qui?”, chiese Alice a Cassandra non appena vide la porta chiudersi, da sola e con un tonfo sordo, dietro alle sue spalle.
     “Per tutto il tempo che sarà necessario, mia cara”, rispose lei senza guardarla. “Ora hai bisogno di un bagno e poi riposeremo. Hai viaggiato molto, Alice”.
     Era una donna alta e magra, con lunghi capelli bianchi che arrivavano a toccare terra e che la seguivano in una scia come un manto regale. Anche il vestito, bianco come la chioma, sembrava caderle addosso come un pesante fardello. Il portamento austero e lo sguardo solenne, gli occhi rigidi come ghiaccio e la camminata rigorosa e inflessibile, però, erano in completa dissonanza con la voce dolce con la quale pronunciava, ogni volta, il suo nome.
     “Alice...”.
     Prendeva in mano un secchio di legno, passava adagio sull’apertura il palmo aperto e, in uno schiumare e  ribollire di vapore che saliva dal fondo, compariva all’interno acqua fumante e profumata, che lei poi provvedeva a versare in un’enorme vasca in ceramica.
     Ripeté l’operazione ancora quattro o cinque volte, prima di afferrare un lembo del suo vestito con due dita e farlo scivolare, con un solo cenno, a terra.
     “Alice...”.
     “Uh?”.
     “Alice... vieni qui”.
     La ragazza si ritrovò davanti una splendida donna albina, dalla pelle bianchissima e completamente nuda, che la chiamava per nome tendendole la mano. Si avvicinò a passi lenti e cercò di volgere lo sguardo altrove.
     Ma come poteva non guardare quella donna? Come poteva privare gli occhi di tanta magica e misteriosa bellezza?
     Cassandra continuava a fissarla con il braccio teso verso di lei e, non appena fu abbastanza vicina da riuscire a toccarla sfiorò, con entrambe le mani in un unico gesto, il corpo della ragazza: i suoi vestiti si sgretolarono tramutandosi, come cenere sfaldata, in un mucchio di sabbia sul pavimento.
     Alice, confusa per quello che i suoi occhi vedevano, cercò di coprire con le mani le sue nudità come meglio poté ma Cassandra, afferrandole un polso, la fermò.
     “Non aver paura. Sei così bella Alice”, la guardò nuovamente negli occhi. “Alice...”.
     La prese per mano ed entrò nella vasca facendole spazio.
     Non appena la ragazza si immerse, infilando prima un piede e poi l’altro, e poi finalmente sedendosi sul fondo, si sentì scivolare via, come l’acqua scivolava calda sul suo corpo, lo sfinimento, la paura e lo smarrimento di quei giorni. Ora tutto le sembrava lontano anni luce: la sua governante Iris, il gallo, la chiave e la porta che l’aveva condotta lì. E sua madre! Sua madre non era mai stata più estranea ai suoi pensieri come in quel momento. Persino Morgan, che fino ad allora era stata l’unica persona della quale si fidava e della quale – pensava – non avrebbe mai potuto fare a meno, ora era alieno al suo stato d’animo.
     Pian piano, mentre Cassandra formava in aria, con le dita affusolate, aromatici circoli di fumo colorati che si posavano vaporosi sul pelo dell’acqua per poi disperdersi poco dopo, Alice sentì alleggerirsi i pensieri.
     La donna con una spugna aveva iniziato a insaponarle il corpo e lei l’aveva lasciata fare in silenzio, alzando ora un braccio ora una gamba quando lei, in un sussurro, lo richiedeva. Le aveva insaponato il collo lentamente e poi aveva passato la spugna sui seni, prudentemente, con mano dolce ma decisa. Aveva indugiato sui piedi e sulle caviglie sottili, avanzando piano sulle gambe e soffermandosi man mano che risaliva. Quando poi, con la spugna, Cassandra andò ad accarezzarla tra le cosce, Alice fu scossa da un fremito e per un attimo si ritrasse.
     Ma la donna non si fermò. Continuò a guardarla negli occhi e a strofinare delicatamente, ma determinata e volitiva, tra le gambe di Alice finché la ragazza, eccitata e agitata, tremolante, vibrante tra le sue mani, si abbandonò.
     Il gemito che ne seguì, lungo e insistente, riempì la notte come un pianto, un suono di pianoforte, un grido nel silenzio.
     Tutto, intorno ad Alice, diventò indistinto e sfuggente e lei, vinta e piegata da quel tocco, lasciò cadere la testa all’indietro chiudendo gli occhi per qualche secondo.
     Quando li riaprì, le sembrò che Cassandra fosse avvolta in una strana foschia, un appannamento che somigliava a quello che sentiva in quel momento nella testa.
     “Sei una strega?”, chiese alla donna dopo qualche attimo di esitazione mentre la guardava, con la testa appoggiata sul bordo e i capelli bagnati a perdersi nell’acqua, rilassarsi a occhi chiusi.
     “No, non sono una strega”, rispose Cassandra con voce roca, come se granelli di sabbia le si fossero posati in gola.
     “Allora cosa sei?”.
     “Sei una ragazzina curiosa, Alice... Prima o poi le tue domande troveranno la risposta che cercano”.
     Le parole sembrarono sospendersi in aria, appese a fili invisibili, mentre fuori era ormai notte e la luna rischiarava a malapena il torrente calmo all’esterno.
     “Come mai questo è l’unico posto dove fa buio? E perché qui ci sono così tanti alberi e fiori? E come...”.
     “Alice...”.
     Ogni volta che Cassandra pronunciava il suo nome, per Alice era come se qualcuno le posasse una mano sul petto.
     “Andiamo a letto, vuoi? Così potrò raccontarti quello che è successo”.
     Alice attese in silenzio.
     La donna le passò una mano tra i capelli e continuò: “Sì, penso proprio che sia arrivato il momento che tu conosca ciò che ha creato, e ciò che ha poi distrutto, il regno di Elettra”.


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