L'avevo
attaccata al muro, dopo averla trascinata per la città stringendola
per mano.
Avevamo riso, mangiato, bevuto. Avevamo ballato per le
strade deserte in una notte stranamente silenziosa. Le finestre buie
delle case, tranne qualche ultimo temerario che - testardo - sfidava
le ore piccole davanti la tv, i lampioni gialli a riflettersi
sull'asfalto scuro.
Io e lei, la città nelle nostre mani, sotto i nostri
piedi.
Ed era stato un attimo, voltando la testa verso destra
avevo visto quel vicolo e ce l'avevo trascinata ridendo.
L'avevo attaccata al muro, quindi, spingendo il mio
corpo contro il suo attraverso il tessuto leggero del suo vestitino
estivo.
Mi piaceva, perché lei non aveva ancora detto una
parola che la mia lingua si era insinuata nella sua bocca quasi come
se non fosse stato possibile altro suo percorso che quello. E i suoi
occhi mi avevano fissato per un attimo.
Mi ero resa conto di averla capita. Subito, senza mai
averci parlato, solo guardando dentro quei suoi occhi avevo
realizzato i miei desideri.
Mi stordiva il suo sguardo, mi tramortiva.
Mi piaceva quel suo essere così sensualmente pudica, di
una timidezza così disarmante che, in un insieme folle, mi eccitava.
Avevo sollevato con le mani il cotone leggero facendolo
scorrere sulle sue cosce nude e l'avevo sollevato fin sulla vita,
sentendo sotto le dita la sua pelle calda fremere.
Le mani, le sue, le aveva abbandonate molli lungo i
fianchi e io gliele avevo sollevate alte sopra la testa,
attaccandole anch'esse, come il suo corpo, lungo il muro sporco di
quella vecchia casa silenziosa.
Mi piaceva il suo essere pulita, trasparente. Mi
piaceva vedere quel vestitino bianco stropicciato dalle mie mani
ingorde.
Avevo smania di lei, avevo fretta. Un'impazienza che a
fatica reprimevo per gustarmi con calma tutti i suoi sussulti, i
suoi respiri, i suoi gemiti mentre con le dita la esploravo dentro.
Gliele avevo infilate dentro lentamente, le mie dita,
bagnandole prima ancora di avvicinarmi, solo strusciandole su di lei
pochi secondi. Sentirla offerta, aperta, concessa alla mia mano
aveva fatto sì che le mie gambe cedessero per un attimo.
L'ammiravo. La guardavo disarmata e così priva di
difese, una tenerezza così bella che mi ammaliava e la lasciavo
fare, mentre con le mani rovistava tra le pieghe del mio corpo in
cerca di calore.
Mi piaceva così pronta, disperata nelle voglie e nei
bisogni, prostrata, una purezza interiore e un'abbondanza del corpo
che mi ispirava le cose più dolci e insieme perverse.
Mi piaceva mentre godeva, attaccata a quel muro buio e
silenzioso in un vicolo deserto, mentre la città dormiva.
La città dormiva e lei godeva. Godeva a occhi chiusi.
Mentre le mie mani la accarezzavano da dentro e, calcando sempre più
a fondo, spingendosi e muovendosi in avanti, sempre di più,
cercavano di arrivare a toccarle il cuore.
Mi sveglio con una voglia pazzesca tra le cosce. Un
sogno così intenso, pieno di colori vividi, accesi, veri. Un sogno
così reale che mi ha turbato e confuso il risveglio. La sua immagine
donata, profferta a me svolazza, spira e si diffonde nella mia testa
indisturbata.
Quando mi tocco, arrotolata tra le lenzuola ancora
calde di questo mercoledì mattina, sento di nuovo i suoi gemiti
sfiorarmi le orecchie mentre godo.
2 Commenti:
- Commento postato da Valeria
il 6 aprile 2010 Mi fanno piacere le tue belle parole, ma è tutto
merito della donna che me l'ha ispirato ;-) Grazie del
commento
- Commento postato da Marcello
Zalonis il 2 aprile 2010 Bellissime descrizioni di un erotismo misurato e
molto delicato. Complimenti per lo stile elegante. Marcello