“Posso?”, le ho chiesto aprendo di qualche
centimetro la porta scorrevole dello scompartimento.
La ragazza era seduta vicino al finestrino, la
borsetta rosa appoggiata sul grembo e le trecce bionde a sfiorarle
il seno compresso nella maglia attillata.
“Prego”, mi ha risposto sorridendo lievemente e
stringendosi ancora di più nel suo posto.
Così ho appoggiato la valigia nello scomparto
dei bagagli, poi ho sfilato la giacca e, dopo averla ripiegata
malamente, l’ho appoggiata sul sedile di fronte al suo.
Quando mi sono seduto, fianco a fianco con lei,
il suo profumo fresco di ragazza mi è arrivato subito al naso. Odore
di vaniglia.
Forse mi vedeva come un vecchietto, nei miei
quasi cinquant’anni, vestito di tutto punto al ritorno da una
trasferta di lavoro, mentre io spiavo, fingendo indifferenza, le sue
cosce avvolte da quei jeans sbiaditi da adolescente.
“Mi scusi”, mi ha detto dopo qualche minuto
alzandosi e guardandomi in modo inequivocabilmente provocatorio.
Ho finto di guardare il paesaggio che scorreva
fuori dal finestrino distogliendo velocemente gli occhi dalle sue
labbra, che continuava insistentemente a inumidire con la lingua.
Ho sorriso, poi ho spostato le gambe verso
l’esterno per lasciarla passare, trovandomi il suo culo sodo da
ventenne proprio davanti alla faccia. Mi è sfilato davanti
lentamente, e io l’ho seguito con lo sguardo finché la ragazza non è
uscita dallo scompartimento.
Ho pensato che sarebbe scesa alla fermata che il
treno avrebbe fatto di lì a poco, così mi sono alzato di scatto. Ma
invece di scendere, la biondina ha attraversato tutto il vagone ed è
entrata in bagno. Così, lasciando giacca e valigia al loro posto,
l’ho seguita.
Volutamente o no, aveva lasciato la porta del
piccolo cesso chimico aperta di qualche centimetro, permettendomi di
sbirciare e rendendomi così partecipe di quel suo intimo momento.
Era appoggiata con la schiena alla parete,
dondolandosi leggermente per assecondare il movimento del treno. Le
trecce le ricadevano ora sulla pelle nuda, sfiorando con le punte i
piccoli capezzoli scuri. Sembrava ancora più bionda con la luce
filtrata dalla piccola finestrella alle sue spalle. I jeans sbiaditi
erano scesi fino alle caviglie, mentre le mani sprofondavano e
sparivano tra le cosce. Con la sinistra allargava le labbra
tirandole verso l’esterno, mentre con la destra accarezzava e
premeva e torturava il piccolo clitoride gonfio e sporgente.
Ho iniziato a sfiorarmi il cazzo ormai costretto
nei pantaloni, mentre le sue dita sottili si facevano strada nel
taglio e si cacciavano nella fica. Ha allungato la testa
all’indietro mettendo in mostra il collo teso e liscio, mentre con
la bocca socchiusa si preparava ad accogliere l’orgasmo.
È venuta in un coinvolgente gemito, con gli
occhi improvvisamente fissi su di me, seminascosto dalla porta
socchiusa. Ha tremato e vibrato finché non ha tirato fuori le dita
umide e se le è appoggiate sulla lingua.
Se avessi continuato a toccarmi sarebbero
bastati solo pochi colpi e sarei venuto nei pantaloni, ma
l’altoparlante ha interrotto bruscamente quello strano incontro.
“Treno in stazione tra un minuto”.
“Treno in stazione tra un minuto”.
Ero così tesa.
Il treno ha emesso un fischio assordante mentre
cercavo di sistemare la gonna e controllavo il trucco nel piccolo
specchietto che tenevo sempre in borsa. La gente ha iniziato a
scendere e io cercavo il suo viso tra la folla.
Alla fine l’ho visto.
Pochi secondi prima che il treno ripartisse è
sceso frettolosamente, con la valigia in una mano e la giacca,
sgualcita, nell’altra. Mi è corso incontro e mi ha abbracciato
forte.
Ho sentito subito il cazzo rigido attraverso il
tessuto.
“Anch’io sono contenta che sei tornato”, gli ho
detto ridendo.
Certo che dopo due settimane passate da solo in
un albergo in Giappone è normale che un uomo abbia voglia di sua
moglie.
“Come mai zoppichi?”, mi ha chiesto non appena
ci siamo incamminati.
“Un piccolo incidente con il tacco della scarpa,
nulla di grave. Vuoi fermarti a mangiare qualcosa?”, gli ho chiesto
stirandogli la camicia con le mani per cercare di eliminare quelle
pieghe fastidiose.
“Si, ho una fame che sto morendo. Dovrebbe
esserci un bar qui vicino”.
Il chiosco appena fuori dalla stazione era
piccolo e malconcio.
“Siediti qui”, gli ho detto indicandogli il
posto di fianco al mio mentre lui stava spostando la sedia di
fronte.
“Perché?”, mi ha chiesto con aria curiosa.
“Una moglie deve avere un motivo per volere suo
marito vicino?”, gli ho risposto sorridendo.
Gli ho piantato una mano tra le cosce
nascondendola sotto la tovaglia.
Non era più teso e rigido come quando era sceso
dal treno, ma si è risvegliato all’istante non appena le mie dita
hanno sfiorato il tessuto dei pantaloni.
“Ma che fai?”, mi ha detto sollevandosi di
scatto dalla sedia.
“Ho sentito chiaramente che avevi voglia quando
mi hai abbracciato. Rilassati tesoro”, gli ho detto prendendolo per
un braccio e facendolo nuovamente sedere. “Vedrai, sarà divertente”,
ho continuato ridendo.
“Volete ordinare?”, ci ha chiesto la ragazza in
piedi di fronte a noi.
“Sì, un caffè per me e una focaccia per lui”, ho
detto facendo lentamente scivolare la mano sul cazzo teso di mio
marito e mantenendo il mio sorriso tranquillo.
La ragazza si è allontanata e lui si è di nuovo
rilassato sulla sedia.
“Sei stato due settimane senza di me. Sarai pieno, qui
sotto…”, gli ho detto stringendogli le palle nel palmo.
“Beh sì, ma…”.
Così ho afferrato il cazzo alla base
avvolgendolo nel tessuto, poi sono salita con la mano fino alla
punta.
Ho stretto un po’. Sapevo che gli piaceva.
“Lo sai che sono al limite, mi farai venire nei
pantaloni come un ragazzino”, mi ha detto sbuffando in fuori l’aria
dopo un lungo respiro.
L’ho accarezzato lenta, su e giù, su e giù
ancora. Quando si è stretto le labbra tra i denti ho dato due colpi
più decisi.
“No, ferma o…”, ha sibilato mentre la chiazza si
allargava sul tessuto grigio all’altezza del cavallo e lui soffocava
in un rantolo “Puttana…”.
La cameriera si avvicinò a noi.
“Il suo caffè, signora”.
“Il suo caffè, signora”, le ho detto piegandomi su di lei e
appoggiando la tazzina sul tavolo.
“Grazie”, mi ha detto sorridendo. “Queste pieghe
sono orrende”, ha continuato lisciandosi il tessuto della gonna.
“Aspetta qualcuno?”, le ho chiesto.
“No, devo andare a prendere mio marito alla
stazione, ha passato quindici giorni all'estero. Non è carino
presentarsi in disordine, non credi?”, ha risposto con un sorriso
lieve.
“Deve essere stato un lavoro molto importante se lo ha convinto
a lasciare sola una donna affascinante come lei”, le ho detto
timidamente.
“Grazie, ma tu dovresti fare il filo a donne
molto più giovani di me, ragazzino”.
Ha sorseggiato piano il suo caffè, poi ha
sorriso.
A me le donne più grandi sono sempre piaciute.
Sono vere donne, piene di passione ed esperienza. Sono donne alle
quali inibizioni e pudori scivolano via di dosso come acqua.
“Se le serve qualcos’altro, qualsiasi altra
cosa, non esiti a chiamarmi”, le ho detto prima di allontanarmi dal
tavolo.
Ha finito il suo caffè, ha pagato alla cassa e
poi è uscita salutandomi con un cenno della mano.
L’ho seguita con lo sguardo finché, fuori dal
marciapiede, non l’ho sentita imprecare.
“Cavolo, maledette…”.
Sono uscito di corsa.
“Cosa le è successo?”.
“Questo dannato tacco si è incastrato nella grata.
Aiutami ti prego…”, ha detto piegandosi in avanti e mostrandomi il
culo rotondo fasciato dalla gonna aderente.
Così mi sono piegato e le ho afferrato la
caviglia.
“Sfili la scarpa, sarà più facile
disincastrarla”.
In bilico su una gamba e con un piede nudo si è
aggrappata a me per non perdere l’equilibrio, finché non ho liberato
il tacco dalla grata assassina.
“Si è leggermente rovinato, mi dispiace”, le ho
detto.
“Non importa, sei stato molto gentile,
ragazzino”, mi ha detto massaggiandosi la caviglia.
“Si è fatta male?”.
“E’ solo una storta, passerà subito”, ha
risposto.
“Mi permetta di accompagnarla almeno alla sua
auto”, le ho detto offrendole il braccio.
Così si è appoggiata a me per tutto il tragitto,
e quando siamo arrivati davanti alla sua Mercedes cabrio, invece di
lasciarmi andare, mi ha stretto più forte il braccio passando lieve
la lingua sulle labbra.
Allora le ho preso il viso tra le mani e l’ho baciata.
Sapeva ancora di caffè.
Mi ha spinto con la schiena contro la portiera
della sua auto, premendo con la fica sulla mia gamba e continuando a
dondolarsi avanti e indietro incollando la sua bocca alla mia.
“Ma signora, non sarebbe meglio… salire in macchina?”,
le ho chiesto mentre con una mano si infilava nei miei pantaloni
stringendomi forte l’asta tra le dita.
“Non possiamo, ragazzino. Devo andare a prendere
mio marito alla stazione. Te lo tirerei fuori ma dovrai
accontentarti”, mi ha detto con la voce rotta premendo ancora e
strusciando con foga il clitoride sulla mia coscia.
È venuta in un gemito sommesso mentre stringeva
il mio cazzo nella mano, dando percosse decise verso l’alto e
chiudendo, a ogni stangata, la pelle attorno alla cappella.
Lo sperma le è colato tra le dita, che lei ha
prontamente ripulito con un fazzolettino di carta preso dal mio
taschino.
“Devo aver schiacciato qualcosa mentre…”, mi ha detto
non appena ha spento l’affanno indicando il taschino dei miei
pantaloni.
Ho infilato la mano nella tasca e ho tirato
fuori il cellulare.
“Deve essere partita una chiamata”.
“Deve essere partita una chiamata”, ho pensato
quando il cellulare ha squillato ma sotto non sentivo altro che
strani rumori.
Ho continuato a dire “Pronto” senza ricevere
nessuna risposta, così ho provato ad alzare il volume.
“Amore?”, ma nulla.
Sentivo come dei colpi a ritmo cadenzato, come
se qualcuno stesse sbattendo qualcosa contro il telefono.
Ho attaccato ancora più vicino l’orecchio
all’auricolare.
“Amore?”, ho ripetuto.
In sottofondo una voce che sembrava la sua
chiedeva a qualcuno di salire in macchina.
Sono rimasta incerta sul da farsi.
Stavo quasi per chiudere la comunicazione quando
riavvicinai l’orecchio al telefono.
“Amore? Mi senti?”, ho chiesto ancora.
Ma niente.
In silenzio e immobile, ho ascoltato per tutto
il tempo uno strano fruscio che non sono riuscita a distinguere.
Finché…
Finché una donna non si è messa a gemere e
mugolare dicendo frasi sconnesse e difficilmente capibili, mentre il
fruscio aumentava e rendeva l’ascolto sempre più faticoso.
Sembrava una gatta.
Una gatta in calore.
“Ma cosa…”.
Sono rimasta atterrita.
Il mio fidanzato stava scopando con qualcuna
incontrata chissà dove e, cosa ben più preoccupante, aveva avuto il
cattivo gusto di chiamarmi e farmi ascoltare.
Presi una treccia e cominciai a lisciarla tra le
dita. E' una cosa che faccio sempre quando sono nervosa.
Quella donna ha goduto nelle mie orecchie e chissà quel
porco cosa le aveva fatto.
Me l’avrebbe pagata.
E io perdevo tempo con uno come lui quando
potevo avere tutti gli uomini che volevo. Sarebbe bastato sculettare
un po’, un’occhiata data nel modo giusto, e avrei potuto avere chi
desideravo.
Quello che mi faceva rabbia era che avevo fatto
un’ora di viaggio e stavo per arrivare proprio da quel bastardo.
Ma non sarei scesa, no di certo.
Sarei rimasta sul treno, magari avrei fatto
qualche incontro interessante e gliel’avrei fatta pagare.
Il rumore della porta scorrevole mi ha scosso
scacciando via quei pensieri.
“Posso?”.
1 Commento:
- Commento postato da Satine
il 16 dicembre 2009 Geniale