Non sempre la gomma e il lattice possono
dare sensazioni piacevoli in determinati usi.
E oltretutto serve un utilizzo costante per riuscire a
tirar via quell’odore sgradevole di plastica.
La prima volta che mi venne in mente di usare un
ortaggio fu quattro o cinque anni fa.
Era sabato mattina. Un sabato mattina di giugno, uno
dei primi giorni di vacanza dalla scuola. Io e mia madre aspettavamo
alcuni zii per il pranzo e lei, mentre rovistava energicamente
nell’enorme pentola del sugo che le schizzava di continuo sul
grembiule bianco, mi chiese di andarle a fare alcune commissioni.
Partii mio malgrado con la lista in tasca.
Insalata.
Vino, due bottiglie.
Pesche, mele.
Melanzane e zucchine per il contorno.
Il fruttivendolo a pochi passi da casa era gestito da
un anziano signore che tutti chiamavano Gino ma, chissà perché,
l’insegna della bottega indicava “Da Fernando, frutta e verdura”.
Appena varcai la porta, subito il profumo delle spezie,
tutte divise in piccoli cestini ordinati su un tavolo, mi arrivò
violentemente alle narici.
Respirai a fondo.
Mi piaceva il profumo del timo e del rosmarino.
Strofinai tra due dita una foglia di salvia e avvicinai la mano al
viso. Ricordo che l’aroma rimase sui polpastrelli per qualche ora e
mi accompagnò fino a casa.
Gino alias Fernando serviva un’anziana signora che
controllava che le sue banane, una a una, non avessero ammaccature.
Presi qualche mela, e cinque o sei pesche che richiusi in un
sacchetto e posai sulla bilancia. La zona della frutta, poi, era
così colorata che mi invitava solo a guardarla. Le arance ammassate
nelle cassette di legno e le fragole, nel loro rosso acceso in quei
cestini di plastica azzurra, sembravano come aiuole fiorite.
Presi un altro sacchetto e infilai un guanto. Le
zucchine erano di un verde scuro, con toni più chiari alle
estremità. Ne presi qualcuna tra quelle più grosse e lisce, cercando
e rovistando tra la catasta posta in salita.
Poi le melanzane. Il loro colore mi attirò subito
appena le vidi raccolte in una grossa cesta addossata alla parete.
Quel viola scuro e lucente rifletteva la luce gialla del neon
creando infinite sfumature. Credo di essere rimasta a guardarle per
qualche minuto, una per una, mentre Gino alias Fernando accompagnava
fuori una cliente per mostrarle le albicocche succose che gli erano
appena state consegnate quella mattina.
Seguii la forma con gli occhi di ognuna di quelle
melanzane, saggiandone le curve morbide e rotonde della base che si
stringevano e si assottigliavano verso l’estremità. Tolsi il guanto
e ne toccai una, pensando quasi di ricevere un suo tremito, un
sussulto al mio contatto. Invece la melanzana restò lì dov’era,
ferma e immobile, disponibile e compiacente nel farsi toccare.
Con le dita accarezzai la pelle tesa e liscia.
E me ne innamorai.
Ne misi qualcuna in un sacchetto, alla rinfusa, senza
pensarci troppo. Poi rovistai un po’ finché non trovai quella giusta
per me. Era lì che mi guardava, mi invitava quasi con quella sua
morbidezza apparente. Tesa e dritta, con una leggera curva alla
fine. Rotonda e levigata, lunga più o meno una ventina di
centimetri. La posai sopra a tutte le altre e pagai il conto. Mentre
tornavo verso casa la guardavo attraverso il sacchetto trasparente e
me la immaginavo dentro, a lambirmi le pareti del ventre per
arrivare fino in fondo.
Mia madre era in soggiorno, gli ospiti erano già
arrivati.
Posai il sacchetto sul tavolo e la mia melanzana rotolò
fuori cadendo a terra. Mi cercava.
“Devo iniziare a tagliarle?”, gridai a mia madre
attraverso la porta.
“No, puoi anche aspettare. Tanto ci vuole un attimo per
cuocerle”.
Credo di aver sorriso.
Con la melanzana chiusa nel pugno mi rifugiai nella mia
stanza. Chiusi a chiave la porta. Tolsi i pantaloni e li lasciai a
terra, poi sfilai le mutandine.
Mi sdraiai sul letto di schiena e presi la melanzana
tra le mani. Ne leccai la punta, scendendo con la lingua fin dove la
curva si faceva più grossa e generosa, e poi risalii lentamente. Ne
misi in bocca l’inizio e succhiai accarezzandone la forma con le
labbra. La bagnai con la saliva e la passai sui seni, lasciando una
scia di umido vischio mentre la portavo verso il ventre e tra le
cosce.
La appoggiai sul clitoride già gonfio ed ebbi un
sussulto.
Era fredda.
A tenerla in mano non me ne ero accorta.
Sentivo la superficie liscia come seta aprirmi le
labbra e cercare l’entrata. Spinsi un po’ con le mani e la punta
entrò dentro.
Senza fatica. Anche lei mi cercava.
Spinsi ancora e la sentii incurvarsi contro le pareti,
lambirmi la fica, prenderne la forma e aderire al mio interno.
Dentro la sentivo ancor più grossa di quel che mi era
sembrato.
Un gemito mi uscì involontario dalle labbra.
Spinsi ancora e anche la parte inferiore, più grossa e
rotonda, così larga da non riuscire quasi a tenerla tra le mani,
entrò dentro.
Sentivo la pelle lacerarsi, la fica aprirsi.
La sentivo riempirmi mentre la tiravo fuori per poi
calcarla ancora. L’ho pressata e premuta verso di me finché tra le
mie dita non ne è rimasto che un piccolo appiglio.
Un colpo.
Un colpo ancora.
Mi è sembrato quasi che avesse preso vita mentre
vibravo per l’orgasmo. Che si muovesse, che godesse con me al mio
interno. Che, senza il mio aiuto, si incuneasse tra le labbra
furiosamente e arrivasse in fondo per raccogliere il piacere.
Senza stancarsi.
Senza venire e schizzare sperma prima del tempo.
Sempre fiera, orgogliosa della sua consistenza.
Tirandola fuori fili bianchi ne seguirono la scia
andando a finire sulle lenzuola appena cambiate.
Mi rivestii in fretta e buttai fuori la testa dalla
stanza prima di tornare in cucina con quel mio nuovo e insolito
strumento di piacere.
La misi sotto il getto dell’acqua fredda per qualche
minuto, riconsegnandole pian piano l’uso a cui era destinata.
La strofinai con le dita e mi sembrò quasi di
masturbarla, tenendola stretta nel palmo della mano e lavandola per
tutta la lunghezza fino in cima.
Fu lì che ridiventò morta.
Inanimata come l’avevo conosciuta.
Il suo colore viola aveva un bel contrasto sul bianco
lucido del tagliere, e quasi mi angosciò sapere che l’avrei di lì a
poco mangiata.
Appoggiai la lama lucida del coltello sulla pelle tesa e con un
colpo secco, facendo leva sul polso, le staccai di netto la punta,
che rimase lì in bilico a dondolare incerta per qualche secondo e
poi, rotolando, finì a terra.
3 Commenti:
- Commento postato da Davide il
25 agosto 2009 Delizioso... brava Valeria!
- Commento postato da Valeria il
9 agosto 2009 Grazie! Sei sempre un tesoro
- Commento postato da Galby il
9 agosto 2009 Stupendo, davvero stupendo!