Non è stata una mia idea. Ve lo giuro.
Ero solo annoiata dal lavoro che stavo facendo e ho
deciso di fare un salto nella chat di Rossoscarlatto.
Lui era lì, con un nome che avrebbe potuto dire
tutto o niente.
Rénet.
Aspettava me. Forse.
Il discorso è entrato subito nel vivo.
“Ti va di giocare con me?”, mi ha scritto.
Mi piacciono le persone che non si perdono in
chiacchiere e che non si vergognano di dirti cosa vogliono. Molti
giocano a fare i poeti moderni e poi ti chiedono di spedirgli le
mutande che indossi.
E tutto questo non è carino.
Lui è andato dritto al punto senza pensarci
troppo.
Anch’io ero lì per giocare.
E così il gioco iniziò.
La scrivania è grande.
È una di quelle scrivanie a due posti dove ci si
trova l’uno di fronte all’altro.
Sotto al piano in legno le gambe dei due
collaboratori sono divise da un separé. Forse le hanno studiate così
per non permettere agli uomini di guardare sotto la gonna delle
colleghe.
Daniele, l’uomo che divide con me l’ufficio e la
suddetta scrivania, è un uomo sui cinquanta. Ha i capelli bianchi da
quando è maggiorenne e ha la barba sempre lunga di un paio di
giorni. Ha gli occhi chiari e un buon profumo. Parla poco, ha un
meraviglioso accento francese e ogni mattina mi porta il caffè.
Mi piace berlo seduta alla mia postazione. Non
amo le chiacchiere che nascono davanti alla macchinetta a gettoni,
preferisco la tranquillità dell’ufficio.
“Cos’hai davanti a te?”, mi ha chiesto Rénet.
“Un plico di fogli, un’agenda, il mio
telefonino”.
“E poi?”.
“Un rotolo di scotch, la stampante, un
portapenne”.
“Cosa c’è nel portapenne?”.
“Alcune matite, una gomma per cancellare, alcuni
pennarelli”.
“Prendine uno”.
L’ho sfilato e appoggiato vicino alla tastiera.
“Vaffanculo”.
Lo guardo perplessa e ributto l’occhio
sullo schermo.
“Cazzo!”.
“Che hai?”.
“Non funziona la stampante”.
“Pensi di convincerla prendendola a parolacce?”.
“Cherie, scusami. Mi manda in bestia”.
“Quanto è grosso questo pennarello?”.
“Quattro centimetri, più o meno”.
“Passalo sul tessuto degli slip”.
“Non posso”.
“Perché non puoi?”.
“Perché non sono sola in ufficio”.
“Certo che puoi. Sei in gonna? Allarga le gambe
e fallo scivolare sulla sedia”.
“Senti, fai una cosa”.
“Che c’è?”.
Ho preso il pennarello nascondendolo nel palmo.
“Ti mando un file via rete. Stampalo tu o
impazzisco”.
“Ok…”.
La stampante ha iniziato a caricare fogli e a
buttarne fuori uno dopo l’altro.
“Quanto è lungo ‘sto file?”
Ho afferrato il pennarello coprendolo con la
gonna. Lentamente con una mano l’ho accompagnato tra le cosce e l’ho
strusciato sugli slip.
Mi ha colto un leggero tremore.
“Toglilo, ora. E annusalo”, mi ha scritto Rénet.
Con lo sguardo fisso sullo schermo ho cercato di
sembrare disinvolta. Tenendo in mano il pennarello e rigirandolo tra
le dita per un po’, l’ho avvicinato al viso e ho aspirato.
Non avrei mai pensato che l’odore di fica si
potesse sentire così forte anche attraverso il tessuto.
“Allora?”.
“Che c’è?”.
“Cherie, i miei documenti”.
“Ah sì, scusami. Non mi ero accorta che la
stampa fosse terminata”.
“Raccontami del tuo odore”.
“Come si fa a descrivere un odore? È come
descrivere un colore. Non si può”.
“Sì che si può. Me lo dirai poi. Ora infilalo”.
Ho guardato Daniele preso dai suoi fax.
Ho introdotto il pennarello tra le labbra
scavalcando gli slip e ho spinto a fondo tenendolo per il tappo.
L’ho mosso ruotando la punta tra le dita.
Credo di aver sospirato.
“Nell’ultimo cassetto ci deve essere una
cartellina blu”.
“Uhm?”.
“Me la prendi per favore?”.
Con il pennarello ancora dentro ho abbassato
l’orlo della gonna e mi sono chinata.
“Qui non c’è”.
“Ci deve essere per forza, cherie”.
Ho continuato a rovistare e, piegandomi in
avanti, il pennarello ha aderito alle pareti del ventre.
“Mmh… qui non c’è”.
Ho spostato una ciocca di capelli dagli occhi.
Daniele si è alzato e, girando intorno alla
scrivania, mi è venuto vicino.
Si è piegato sulle ginocchia di fianco alle mie
gambe. Il viso all’altezza delle mie ginocchia.
“Hai un buon profumo oggi. Più dolce ancora di
quella vaniglia che usi sempre”.
“Tiralo fuori. Ora”.
“No. Non ora”.
Ho chiuso la finestra della chat in fondo allo
schermo.
Daniele mi ha guardato fisso negli occhi. Uno
sguardo un po’ più lungo di quelli dettati dalla buona educazione.
Ho ruotato con la sedia verso l’esterno. Verso
di lui.
Ho leggermente aperto le gambe puntando con i
tacchi delle scarpe sulla gamba del tavolo.
Lui è scivolato con gli occhi sul ventre.
Poi è andato oltre, sotto la gonna, tra le
cosce.
Ha passato lieve la lingua sulle labbra.
Lentamente.
“Eccola. Vedi che c’era, cherie?”, mi ha detto
rimettendosi in piedi sulle gambe e tornando al suo posto con in
mano la sua cartellina blu.
Ho riaperto la finestra della chat.
“Sono qui”, ho scritto.
“Tiralo fuori e infilalo negli slip”.
Il pennarello era lucido di miele.
“Ora mettilo di piatto lungo la fessura e spingi
sul clitoride”.
Un brivido inatteso mi ha fatto tremare sulla
sedia.
“Spingilo. Poi ruotalo e spingilo ancora”.
Mi sono accorta di aver allargato le gambe oltre
la scrivania.
“È pieno di errori”.
Non ho risposto.
Ho morso le labbra tra i denti e ho spostato i
capelli dal viso.
Ero nervosa.
“Quando si assume gente raccomandata è sempre un
casino, cherie. Cherie?”.
“Sì”.
“Mi ascolti?”.
“Sì”.
“Questo documento è pieno di errori. Va
corretto”.
“Muovilo veloce. Stuzzicalo, torturalo. Voglio
sentirti urlare attraverso lo schermo”.
E io ho urlato.
Dentro ho urlato per tutta la durata
dell’orgasmo.
Mi sono accorta che piccole goccioline di sudore
scendevano sulla fronte e tra i seni.
“Annusalo ancora. E di nuovo, raccontami del tuo
odore”.
Stretto nel pugno ho avvicinato il pennarello al
viso. Ho respirato forte.
“Sa di miele e moine. Sa di lusinghe. Di letto
caldo e cioccolata sulle dita. È come lo zucchero che rimane sul
fondo della tazza quando si fa colazione”.
Daniele mi ha tirato un’occhiata veloce prima di
mettersi a spulciare una catasta di fogli.
Sono rimasta immobile, con le gambe larghe e il
pennarello stretto nel pugno.
Con un gesto disinvolto, poi, l’ho rimesso,
lucido di umori, nel portamatite.
Ho battuto impaziente con la punta del piede a
terra più volte senza che me ne accorgessi.
Daniele ha allungato la mano. Sembrava
distratto. Sembrava cercare a caso.
Poi si è fermato. Ha guardato il contenuto del
barattolo.
Con le dita sospese a metà ha poi afferrato il mio
strumento di piacere, l’ha ruotato un po’ tra le dita con gli occhi
fermi sul pc.
L’ha battuto un paio di volte sul bordo della
scrivania. Si è grattato la testa confuso.
“È pieno di errori…”, ha detto di nuovo.
Mi sono mossa sulla sedia. Tutto a un tratto mi
trovavo scomoda. Avevo caldo.
“Mettilo ancora questo profumo. Ti sta bene, cherie”,
ha detto distrattamente.
Poi, con calma, ha portato il pennarello alla
bocca e ne ha mordicchiato la punta.
Golosamente.
5 Commenti:
- Commento postato da Dafne
il 6 marzo 2010 Mentre lo leggevo chissà perché mi è comparso un
ghigno compiaciuto sulla faccia... ironico e stimolante allo
stesso tempo, bellissimo Vale! ;-*
- Commento postato da Valeria il
4 agosto 2009 Grazie... per le belle parole e per la visita :-)
- Commento postato da Truck il
4 agosto 2009 Favoloso come sempre, mi piace il tuo stile...
- Commento postato da Valeria il
9 febbraio 2009 Grazie a te per i complimenti :-)
- Commento postato da Paul il 7
febbraio 2009 Grazie, ti ho appena conosciuto grazie a Xlater e
alla vostra intervista ed è il primo racconto tuo che leggo,
mi piace lo stile e le emozioni che riesci a trasmettere