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Le
quattro spine(estratto)
Non riesco a guardarlo negli occhi. Fisso il quadro di Klimt che è appeso alle sue spalle e del quale non intravedo che pochi colori. Lui sembra non farci caso. Non gli importa di timidezze o timori. Non mi guarda nemmeno in volto. Appoggia il mio cappotto sul letto ancora sfatto e poi si accende una sigaretta, aspirando a lungo il primo tiro. Vedo netto nel buio della stanza il rivolo di fumo avvolgersi su se stesso in spirali azzurrognole. Mi stringo nervosamente le mani l’una nell’altra e mi chiedo cosa ci faccio in casa sua. Durante il nostro ultimo incontro gli avevo detto che non ci saremmo più rivisti e ora sono qui, acconciata a festa con il vestito buono della domenica e con le gambe che mi tremano. “Non ti sei comportata bene”, dice con tono fermo guardando fuori dalla finestra. Io non rispondo. “Non dimenticare mai chi sono. A me non puoi dire di no”, continua. Si volta a guardarmi e mi sorride. “La nostra storia era come un vestito stretto”, dico con un filo di voce. “Sono sposata, lo sai. Non riuscivo più a gestire la situazione”, continuo cercando di impostare la voce senza riuscirci. Mi mordo le labbra tra i denti. Lui fa due passi e me lo trovo davanti. La sua vicinanza mi intimorisce e, senza volerlo, indietreggio sbattendo con le spalle contro la parete. Intuisco un suo sorriso nella penombra. Mi afferra il polso con un gesto veloce e stringe la carne tra due dita, conficcandomi le unghie nella pelle. “Tu non sei in grado di gestire niente. Non è compito tuo, d’altronde. Devi eseguire e nient’altro. Ora spogliati”. Molla la presa e le braccia mi cadono molle lungo i fianchi. Rimango immobile, le labbra appena schiuse – mi illudo che così io riesca a respirare meglio – mentre lui riprende a guardare fuori dalla finestra. Penso che dovrei andarmene. Non ci vuole niente in fondo. Ma, chissà perché, le gambe sembrano inchiodate al pavimento e non si muovono. “Quanto devo aspettare ancora?”. Anche il vetro sembra sottolineare le sue parole con un alone caldo e opaco che si forma all’altezza delle sue labbra. Non mi guarda ma ha le orecchie tese, lo so. Sono sicura che, se volesse, potrebbe sentirmi respirare. Tiro giù la zip laterale della gonna e mi sembra che il rumore riempia la stanza. Ho le dita umidicce di sudore e non riesco a far scorrere le mani sul tessuto. Dondolo un po’ sui fianchi e la stoffa cede. La gonna scivola a terra accartocciandosi su se stessa intorno ai miei piedi. Mi appoggio al muro con una mano per non perdere l’equilibrio mentre alzo un ginocchio al petto e cerco di sganciare con due dita il cinturino della scarpa. “Non toglierle”, mi dice voltandosi. Mi fermo e trattengo il respiro. Si avvicina a me a passi lenti e tremo. Il suo profumo pungente e crudele mi violenta le narici e mi ritorna alla mente il nostro primo incontro. Si era offerto di accompagnarmi a casa quando mi aveva visto, mentre cercavo di attraversare la strada, carica di buste della spesa. Io come una stupida lo invitai a entrare, gli offrii un bicchiere d’acqua e dopo dieci minuti i nostri abiti erano sparsi sul pavimento e noi nel letto coniugale ci trovammo avvinghiati come due animali in calore. Mi scopò bruscamente e con violenza, mi insultò e usò parole dure e forti. Mi trattò come la peggiore delle troie e, quando se ne fu andato, io non feci altro che respirare il suo odore rimasto imprigionato sul cuscino. Sciocca. Più volte cercai di convincermi che non era una buona idea quella di rivederlo, che non era sano, che non era niente di buono, per me. Ma quest’uomo ha uno strano potere e ora sono di nuovo nelle sue mani, seminuda e tremante. Afferra con le dita il lembo della maglia sottile e la tira verso l’alto, costringendomi a sollevare le braccia sopra la testa. “Sei molto bella”, dice dedicandomi un’occhiata fugace prima di voltarsi ancora. “Te la ricordi questa?”. Prende una rosa appoggiata sulla scrivania e la rigira tra le dita. Deve essersi aperta da un pezzo, è fin troppo matura. I petali all’esterno, di un rosso che sembra nero, ricadono verso il basso e pare si debbano staccare da un momento all’altro. “No, quella no...”, dico piano. Lui sembra non sentirmi. “Per favore”, aggiungo. La sua bocca ben disegnata si piega in un sorriso lieve mentre si avvicina. “Chiudi gli occhi e rilassati”, mi dice. |
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