Sex therapy
- scritto con Caliban -


    
L’avevo capito subito, appena aveva messo piede nello studio, che non era uno dei miei soliti pazienti. Avevo spesso a che fare con pazzi, depressi, maniaci, squilibrati, invasati, esaltati, fanatici. Avevo spesso a che fare con malattie - o presunte tali - che rendevano la vita della gente insopportabile. Uomini e donne che avevano problemi con il cibo, con le persone, con il sesso.
     Gli avevo aperto la porta un mercoledì mattina e, di lui, la prima cosa che mi aveva colpito era stato un sorriso aperto e sincero. Poi gli avevo teso la mano e avevo percepito la stretta forte della sua, più grande della mia, più calda. Per colpa di quella stretta, possente e sicura, i miei pensieri avevano fatto dei giri lunghissimi e veloci verso le mie solite - malate - fantasie, per poi ricadere sulla scrivania del mio studio impilate in un ordine perfetto e morboso.
     "Come mai si è rivolto a me?”, gli avevo chiesto.
     Lui si era seduto sulla poltrona di fronte togliendo la giacca e piegandola con cura sullo schienale. Poi aveva sistemato il cinturino dell'orologio che aveva al polso sinistro, facendolo ruotare un paio di volte su se stesso e, alla fine, si era schiarito la voce.
     “Faccio spesso dei sogni”, aveva risposto.
     Era in evidente imbarazzo. Ero rimasta in silenzio, aspettando che continuasse.
     “Mi servirebbe il suo aiuto”, mi aveva detto. “Sono sogni strani, che al mattino mi lasciano stupito, euforico ma anche, spesso, di cattivo umore”.
     “Di che sogni parla? Quali sono i protagonisti?”.
     “Non c’è mai una protagonista definita. C’è sempre una bocca, o un collo, o due mani”.
     Si era fermato per un secondo, studiando con la coda dell’occhio le mie reazioni. Io ero rimasta con gli occhi fissi su di lui, senza parlare.
     “E poi… c’è una fica, o un culo. E ci sono io, le mie unghie, i miei denti”.
     Mi parve di vedere uno strano luccichio passare svelto nei suoi occhi.
     Avevo fatto finta di appuntare qualcosa sul mio blocco. Non avevo scritto niente, in realtà. Avevo disegnato velocemente, in uno schizzo, una margherita, una casetta, un sole. Tutto questo solo per distogliere gli occhi da lui, tutto questo solo perché il suo racconto mi stava turbando e non volevo che se ne accorgesse guardandomi in faccia.
     Adesso che è steso sul lettino, gli occhi sono chiusi. Hanno smesso di brillare, perlomeno; non sono più costretta a osservare quello strano luccichio. Dopo averlo ipnotizzato sono rimasta per qualche secondo a studiarlo senza pormi il problema di essere discreta.
     Poter guardare senza essere guardati, non è il sogno di tutti?
     Gli ho squadrato a lungo le mani. Poi il petto, e il viso, e la bocca. E poi la pelle del collo.
     Mi sono avvicinata e ho iniziato a parlargli, a bassa voce, vicina al suo orecchio destro.
     “Sei nel tuo letto, ti sei appena addormentato. Prendi sonno con facilità, ti addormenti velocemente perché sei molto stanco”.
     Si è mosso sul lettino, girandosi lievemente su un lato, verso di me.
     “Adesso sei in uno dei tuoi sogni. Cosa vedi?”.
     “C’è una donna. Una donna molto bella, alta. Flessuosa. È vicina a me, mi guarda e mi sorride”.
     Parla lentamente, ma senza impastare le parole come fa spesso la gente che ipnotizzo.
     “Chi è?”.
     “Non ha un nome, non è nessuno che conosco. Non riesco nemmeno a vedere il suo viso, ma sento - intuisco - che mi piace molto”.
     “Come fai a capirlo?”.
     “Ho un erezione. Sento il cazzo tirarmi nei boxer”.
     Ho abbassato lo sguardo su di lui, sui suoi pantaloni. Era eccitato. Avevo visto netto e ben disegnato il cilindro di carne avvolto nella stoffa e avevo allungato una mano per toccarlo; poi però mi ero fermata con le dita sospese a metà. Ho avuto paura di svegliarlo.
     “Cosa succede adesso?”, gli ho chiesto.
     “Si avvicina a me, ha una bella bocca, carnosa. Mi chiede di toccarla”.
     “Dove? In che modo te lo sta chiedendo?”.
     “Non parla, non dice una parola. Però mi prende una mano e se la porta su un seno. E sorride”.
     “Così? In questo modo?”.
     Ho preso una sua mano tra le mie e gli ho sollevato a fatica il braccio. Era pesante, lui non collaborava - e come avrebbe potuto? - e allora mi sono abbassata io, mi sono inginocchiata a terra, di fianco al lettino, e ho portato la sua mano nella scollatura della mia camicetta.
     Dopo un primo momento in cui l’ho sentito irrigidirsi, la sua mano si è come sciolta, stringendo con il palmo prima un seno e poi l’altro.
     “Sì, proprio così”, mi ha detto a bassa voce.
     E io, socchiudendo gli occhi, gli ho chiesto - in un gemito nascosto - di continuare a raccontare.


    
Era la quarta volta che iniziavo a comporre sull'Iphone quel numero per poi rinunciare. L'idea di farmi passeggiare nella mente da uno strizzacervelli non mi attirava proprio, eppure qualcosa dovevo ben fare per quei sogni - o incubi? O desideri? - che ormai tormentavano le mie notti e persino molti dei miei momenti di veglia. Avevo avuto il numero da un'amica alla quale avevo, in un momento di particolare sconforto, accennato qualcosa del problema.
     “È una psichiatra bravissima, un vero genio, te l'assicuro”, mi aveva detto.
     Poi mi aveva dato con un sorriso ambiguo un bigliettino da visita che tolse dal portafoglio di Gucci.
     Lo avevo preso meccanicamente, infilandolo in tasca senza pensare nemmeno per un attimo di usarlo davvero; eppure ora, a casa, continuavo a digitare il numero per poi cancellarlo.
     Alla fine forse fu semplicemente il suo nome, così nobilmente arcaico, a convincermi finalmente a premere il tasto verde della chiamata.
     La segretaria, molto professionale e forse persino troppo accondiscendente, mi aveva dato appuntamento già per il giorno successivo, così la mattina di mercoledì mi feci parziale violenza ed entrai nello studio della dottoressa De Biasi, Ginevra De Biasi.
     Fui stupito nel trovarmi di fronte una donna di tale bellezza. Chissà perché mi figuravo le psichiatre come donnette bruttine e tristi che, fondamentalmente, si intrufolavano nelle vite altrui in mancanza di una soddisfacente vita propria.
     Le sorrisi persino troppo apertamente, ma ero decisamente lieto della sorpresa. Le strinsi la mano, forte - forse troppo, perché la sentii sussultare lievemente - perché ho sempre mal sopportato chi le stringe a mano morta, quasi che un gesto saldo sia da considerarsi troppo intimo.
     Iniziai a raccontare qualcosa dei sogni che mi tormentano.
     Mi sentii però stupidamente imbarazzato, quasi intimidito dai suoi affilati occhi verdi, dal suo sguardo che pareva penetrare a fondo in me quasi fossi trasparente. Avrei dato qualsiasi cosa per leggere ciò che stava scrivendo così accuratamente sul quel quaderno, e nemmeno mi guardava più. Immaginai mi avesse già catalogato come maniaco, disturbato o altro.
     Mentre parlavo, la osservai intensamente. Il viso candido, le sopracciglia sottili e arcuate che donavano ai suoi occhi un aria da maliziosa saputella. La bocca sottile eppure carnosa, troppo seria però, avrei voluto vederla ridere, anche se certo non era decisamente il luogo adatto. Indossava una camicia bianca e una gonna nera al ginocchio, decisamente un abbigliamento formale, rotto però dalle décolleté con tacco a spillo e cinturino incrociato sul davanti, decisamente molto sensuali, così come le sue caviglie, sottili, nervose, spesso in movimento. Ho sempre avuto un debole, anzi una passione sfrenata, per le gambe e le caviglie femminili, e dovetti concentrarmi per non perdermi in molti maliziosi pensieri.
     Mi invitò quindi a stendermi sul lettino, un basso divanetto piatto in realtà, in pelle nera. Quindi mi disse che avrebbe provato a ipnotizzarmi per iniziare a valutare la portata e l'entità dei miei disturbi.
     L'idea mi irrigidì, era una cosa che non avevo previsto e che, oltretutto, mi lasciava decisamente scettico.
     “Vuole farmi incastrare le mani come Giucas Casella, dottoressa?”, dissi mascherando con l'ironia la mia preoccupazione.
     Lei sorrise, finalmente. Un sorriso aperto, disarmante, cui non puoi dire no.
     “Stia tranquillo, è solo un metodo di rilassamento profondo, non le accadrà nulla di male”.
     Quindi, con un curioso alzarsi del sopracciglio sinistro e un incremento del sorriso, aggiunse: “E non le userò violenza, lo prometto”.
     “Un vero peccato”, risposi sorridendo.
     Quindi la lasciai fare, intimamente molto scettico sulla possibilità di essere davvero ipnotizzato.
     Mi fece chiudere gli occhi, poi la sentii avvicinare il viso a me, e la sua voce si fece più bassa e avvolgente. Iniziò a parlarmi con affermazioni lente e reali e, senza accorgermene, scivolai nel buio.


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