Titty schiacciò il tubetto di crema creando
una nuvola bianca sul palmo della mano. La passò delicata su tutto
il viso, massaggiando con i polpastrelli la fronte e le guance in
modo un po' più energico e forte. Dal cassetto tirò fuori tutto
l'occorrente: il fondotinta, il fard, la matita, l'ombretto. Si
truccò dettagliatamente facendo attenzione alle sbavature. Passò il
fard sulle gote per rendere più morbida la pelle liscia delle
guance, le ciglia lunghe e finte a marcare il contorno degli occhi.
Aperto l'armadio tirò fuori qualche abito che lasciò sul letto
ancora sfatto. Infilò il perizoma alzando prima un piede e poi
l'altro, poi il bustino nero comprato il giorno prima.
Le piaceva indossare guepiere e intimo sexy. La faceva sentire
leggera. La faceva sentire in fondo un po' più donna.
Infilò la gonna ondeggiando con le anche per farla salire fino
in vita. Non aveva décolleté da mostrare quindi, per essere
femminile, dovette tirarla più su, a scoprire le gambe lunghe e
affusolate arrampicate sui tacchi da otto.
Ci sapeva camminare su quei tacchi, e anche bene.
Diceva sempre che fino ai dieci centimetri riusciva anche a
ballarci su. Sui dodici iniziava a ondeggiare un po'. Oltre i dodici
aveva rischiato invece, qualche volta, anche di cadere.
Si guardò allo specchio. Prima davanti. Poi dietro. Girando la
testa guardava il sedere fasciato dalla gonna aderente e sorrise
alla sua immagine riflessa.
Si piaceva.
Certo, alcuni giorni era più critica di altri, ma comunque si
sentiva sempre sicura di sé e della figura che vedeva.
Arrivata davanti al locale parcheggiò e rimase per qualche
minuto a guardare la gente davanti l'entrata. C'erano molti
travestiti. Si notavano dall'abbigliamento a volte un po' troppo
femminile, dai gesti traboccanti sensualità e dai toni alcune volte
esagerati.
Mentre guardava quella scena di colori le tornò alla mente
quando era bambina.
"Sei così magro. Secondo me staresti bene vestito da donna", le
aveva detto un giorno sua cugina mentre giocavano nella casa che,
allora, era dei suoi.
Titty, a quell'affermazione, si era risentita andandosene via
indignata e offesa.
Qualcosa, però, in lei era scattato.
Una strana forma di soddisfazione, un insolito appagamento
l'aveva fatta sorridere, voltando il viso per non farsi vedere.
Un uomo ora litigava fuori dal locale con il buttafuori. Doveva
essere ubriaco.
Titty guardava quella gente con gli occhi appannati dai
ricordi.
Come quando, da ragazzina, aveva iniziato un giorno la
trasformazione. Quante corse in bagno aveva fatto, le volte che i
suoi tornavano prima a casa mentre lei aveva indosso ancora gli
abiti di sua madre.
O quando, a tarda notte, si era vestita e truccata attentamente
ed era uscita, per la prima volta, indossando quegli abiti che lei
si sentiva così bene addosso. Non aveva appuntamenti o programmi.
Era uscita fasciata da gonna e autoreggenti perché la cosa la
eccitava. Aveva fatto a piedi il giro dell'isolato camminando
lentamente. Aveva sentito addosso gli sguardi delle persone che
incontrava in un misto di imbarazzo e desiderio. Aveva camminato per
tutto il tempo con il cuore in gola per l'agitazione e con il cuore
in gola era rientrata in casa, chiudendosi poi veloce la porta alle
spalle e lasciando le scarpe alte vicino al letto.
Un uomo si avvicinò alla sua auto e bussò contro il finestrino.
Lei lo abbassò girando rumorosamente la manopola di quella panda
malconcia ricordo della sua vita passata.
"Se mi fai un pompino ti do' ventimila lire", le disse l'uomo
con voce roca.
Titty rimase a fissarlo per qualche secondo. Neanche un "ciao"
le aveva detto, fissando già a suo modo il valore del servizio.
Annuì senza rispondere, così l'uomo, con un cenno, le disse di
seguirlo nella sua auto. Niente a che vedere con la sua panda
sporca. Quello lì doveva essere bello ricco.
Titty si sedette sul velluto corto del sedile facendo
attenzione a non rovinare il tappetino con le scarpe. Le setole le
sfregavano tra le cosce ogni volta che l'auto faceva una curva, e
lei cercava di non dondolare troppo a destra e sinistra tenendosi
alla maniglia della portiera.
L'uomo fermò l'auto in uno spiazzo isolato vicino al mare e,
appena il motore fu spento, sganciò il bottone dei jeans tirando giù
la cerniera. Avvicinò prima la mano di lei per farsi toccare, poi
afferrò Titty per la testa facendosela ricadere sopra.
Un forte sapore di carne e sesso invasero la sua bocca. L'uomo
continuava a spingere la sua testa come se lei avesse potuto andare
più a fondo di così, boccheggiando e ansimando tra il cambio e il
volante.
Titty non parlò mai.
Annuiva a volte.
Obbediva, soprattutto.
Finché l'uomo non venne in un rantolo spingendole il cazzo fino
in gola.
Titty sentì l'odore di mare e salsedine, in quel momento. E
l'assenza totale di rumori. Non c'erano voci né macchine, solo il
rumore sordo delle onde che si infrangevano sulla riva.
L'uomo la riaccompagnò davanti al locale. Prima di scendere le
appoggiò i soldi sul cruscotto della macchina, ma lei fu troppo
incerta e titubante nel prenderli.
"Si vede che non sei una professionista. Le vere puttane i
soldi li chiedono prima", le disse l'uomo rificcando le banconote
nel portafogli.
Poi la fece scendere, dicendogli qualcosa che lei ricordò come
un "ci sentiamo" prima di sfrecciare via con la sua macchina costosa
lasciandola, le gambe scoperte e arrampicate sui tacchi, il trucco
sbafato in viso, sul bordo della strada.
2 Commenti:
- Commento postato da Andrea
il 12 gennaio 2010 Un ricordo su una finestra dalla quale non mi sarei
mai affacciato. Mi sono sentito travolto dal racconto,
immedesimarsi nonostante il personaggio sia distante da me è
stato semplice.
- Commento postato da Eva il
1 gennaio 2009 Sempre la stessa... dolce e stupenda la tua penna.
Un abbraccio, Eva