A casa di Lucia I

di Luca Ducceschi


     Dice di sé Luca: "Tra i motivi per cui ho iniziato a scrivere, qualche lustro fa, c'è la germinale antologia 'Gioventù cannibale'. Uno tra i miei racconti preferiti era quello di Stefano Massaron, storia di degrado tra adolescenti in un quartiere difficile di periferia. Un altro motivo per cui ho iniziato a scrivere è l'amore per l'horror, soprattutto quando al sangue si mischia il sesso. 'A casa di Lucia', nella sua primissima stesura, risale ad allora ed è il risultato delle sopracitate influenze. Nel corso degli anni è cresciuto ma lo spirito è rimasto quello, guadagnandosi anche una menzione della giuria al premio Morterotica 2007". Buona lettura...


    
Lucia, a ben guardare, non era nemmeno tanto brutta. E la dava via spesso e volentieri, benché non avesse ancora compiuto quattordici anni. Per di più assolutamente gratis. Inoltre i suoi erano fuori tutto il giorno a lavorare. Ecco perché c’era sempre quel gran viavai di ragazzi nel suo appartamento.
     Quel pomeriggio della prima metà degli anni novanta ci eravamo dati appuntamento davanti al cancello del suo cortile. Dio, quanto tempo è passato. Ciò che ricordo di quel periodo, e scusate se la memoria non è il mio forte, è che Shaggy aveva iniziato a spopolare alla radio con Mr. Boombastic. In tivù, su Italia 1, nel pomeriggio, c’erano un sacco di fighe appena uscite dalla scuola media che sculettavano in costume. Per farsi le seghe, andavano alla grande Brenda di Beverly Hills 90210 e la mitica Moana. Le ragazze sbavavano dietro a cinque ricchioni chiamati Take That che, ho visto una volta su Videomusic, ballavano con la gelatina sul culo. E poi ricordo che a scuola si andava malvolentieri, così per cazzeggiare un po’, e che non si sapeva mai che fare. Non solo a scuola, ma proprio nel resto della vita. Meno male che, se non altro, c’era la cara Lucia. Per quel giorno ci avrebbe aiutati a tirare sera. Eravamo in quattro, tutti tra i tredici e i diciassette anni: io, Antonio P. con le videocassette porno e i goldoni, suo fratello minore Giuseppe detto Beppe, l’unico con le scarpe Buffalo a suola alta ai piedi, e infine il ‘Gonzo’. Eravamo ragazzi normali, i due fratelli e io. Zarri di periferia come tanti: capelli ingellati, doppiotaglio e codino alla Fiorello, stivali Police ai piedi (tranne Beppe, come ho già detto, che aveva le Buffalo) e bomber-piumino Energie che, quando possibile, indossavamo anche in agosto. Solo i più fortunati della compagnia possedevano capi dell’Essenza. Gente comune, insomma. Quantomeno credevamo di essere fighi. Avevamo tutto quel che serviva ad apparire tali. Che poi le tipe ci cagassero è un altro discorso. Gonzo invece no. Lui non appariva nemmeno lontanamente figo. Intanto, non possedeva né scooter né motorino. Una volta aveva una bici, vecchia e scassata, ma gliel’han fregata i tossici la notte che abbiamo perso ai rigori col Brasile. E suo padre lo menò pure. Era un tipo gracilino (Gonzo, non il padre, che invece aveva mani come badili), butterato, con la faccia da scemo: e in effetti era davvero uno scemo. Non ricordo bene come si chiamava la malattia, fatto sta che era una specie di demente, di ritardato mentale. La cosa più strana è che aveva un handicap molto ma molto particolare. Oltre che soffiare, sputacchiare e sbavare quando parlava, soffriva di un’insolita forma di balbuzie.
     "Allora allora, possiamo possiamo salire salire adesso adesso?".
     Fu lui a chiedere. Era impaziente. Non vedeva l’ora di far prendere aria al suo cazzetto.
     Ero stato io a convocare gli amici per il festino. Lucia era la mia migliore amica, sin dai tempi dell’asilo, e ogni tanto mi chiedeva di salire con un po' di gente a tenerle compagnia. Dovete sapere che i suoi genitori erano molto ossessivi. L’assillavano in continuazione e non volevano mai che uscisse: così eravamo noi ad andare da lei.
     Entrammo nel cortile di Lucia, grande come due campi da calcio. C’erano cinque palazzoni in ferro e cemento tutti uguali, bianchi e grigi. Il suo era il palazzo "B". Si trattava di costruzioni abbastanza squallide. Del resto tutto il nostro quartiere è abbastanza squallido. E’ un vero merdaio, a voler essere precisi.
     La porta a vetri era aperta ed entrammo senza bisogno di citofonare. Lucia ci aspettava per le tre e mezza. Eravamo un po' in ritardo perché Antonio e Beppe avevano dovuto aspettare che loro padre andasse a bere al bar per fregargli i videopornazzi che nascondeva nell’armadio. I goldoni invece erano nella borsa della madre, che di giorno dormiva perché lavorava la notte e ne aveva sempre talmente tanti che non si accorgeva mai quando i figli glieli prendevano.
     L’ascensore era occupato. Veniva dal tredicesimo, il piano di Lucia. Rimanemmo in attesa nell’atrio godendoci il fresco, anche se c’era una certa puzza di piscia. Un cane, forse, o magari qualche vecchiaccio che non è riuscito ad aspettare di arrivare in bagno e l’ha fatta nell’angolo, sotto le cassette postali.
     "Voglio voglio chiederle chiederle se se me me lo lo prende prende anche anche stavolta stavolta in in bocca bocca...".
     Gonzo, tanto per cambiare, era eccitatissimo. Idiota. Faceva sempre così, ma in realtà nessuno di noi gli aveva mai visto il cosino in tiro. Quella sua minuscola protuberanza di carne molle non aveva mai dato alcun segno di vita. E sì che Lucia, che si era sverginata almeno metà dei ragazzi del quartiere, conosceva un sacco di trucchi: ma con Gonzo non aveva mai funzionato nulla. Gonzo era assolutamente impotente.
     Tu scopi come Darko Pancev sa far gol, gli aveva detto una volta Beppe, che teneva alla Juve. Gonzo, manco a dirlo, all’Inter. E Pancev, goffo centravanti slavo, era l’ennesima pippa comprata dai nerazzurri.

1     2     3     4    






1 Commento:
- Commento postato da Korsika2010 il 4 febbraio 2010
Stavolta il giudizio deve essere inevitabilmente articolato. Questo mese My Secret Diary propone un romanzo di Luca Ducceschi che definirei "di formazione": opportuna la scelta anche per la recente morte di Salinger (Il giovane Holden). Risale ad alcuni anni fa, ci dice l'autore, ma non è datato. Lui racconta senza girarci intorno pensieri (anche in controluce) e vicende senza il filtro delle coscienze pelose. Non a caso ha già una storia di riconoscimenti pubblici. E' seccante citarsi, ma io e tiposa85 abbiamo finito da poco di scrivere un romanzo a 4 mani (accade di farlo a velocità vorticose pure a noi, che di solito usiamo un solo dito, per scrivere s'intende) nel cui incipit è narrata la masturbazione collettiva di venti ragazzi. I loro pensieri diventano importanti solo molto più avanti. Per certi versi la scena che descriviamo ricorda Pasolini che sulla spiaggia di Ostia avrebbe fatto pompini a 20 ragazzi di borgata messi in fila. Solo che i nostri ragazzini non avevano nessuno davanti a sé. E la fantasia galoppava dentro ognuno. Ecco, la prosa di Luca non elimina la fantasia, malgrado sia cruda. Un buon ibrido, non c'è proprio che dire. Unica cosa datata: il calciatore Pancev. Eppure è utile: apre il discorso sui bidoni calcistici, i calciatori acquistati vedendoli solo in cassetta. Da qui nacque l'epopea di Luther Blisset: bidone rifilato al Milan e che però ha dato origine al fenomeno delle favole metropolitane (crisi della carta stampata: notizie del tutto inventate e pubblicate come vere) e a un'esperienza letteraria collettiva, Luther Blisset Project, come trasferita poi in Wu Mind. Grazie.






LASCIA IL TUO COMMENTO
Nome o nickname
Email
Lascia il tuo commento
 

Home
© Copyright mysecretdiary.it 6.0 Tutti i diritti riservati