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Bores
contò il passaggio di undici monache e sette preti
Idi Caliban Con questo racconto Caliban ci dà un altro assaggio della sua bravura, con un ottimo mix tra noir ed erotismo. E un gustoso finale a sorpresa... Buona lettura... Bores contò il passaggio di undici monache e sette preti. Si mostrava capace, col tempo, e Marie aveva cessato ormai di angustiarsi per questa sua mania. Restarono a lungo immobili, finché lui aprì bocca, stizzito contro se stesso di mostrarsi così immusonito, chiedendosi - come sempre senza risposta - perché la sua mente non riusciva mai a mantenere un filo logico senza perdersi immancabilmente in oscuri voli pindarici. Disse: "Io... non capisco. Ma voi, però, avete fatto qualcosa?". Aspirava e soffiava fuori il fumo. Tanto era grande lui, tanto piccola quella sottile sigaretta, un suo vecchio vezzo che mai aveva abbandonato. Marie sorrise con uno sguardo complice: "In un modo, parola mia, di cui sono ancora adesso orgogliosa! Porta ancora il lutto di sua sorella!". Niente da fare, era una specie di estasi. Nel silenzio invernale inoltrato, il rimbombo del metrò che usciva imperioso dalla sua tana era ruvido, come il suo alito e le sue guance. "Non ti chiedo nulla, mi basta". "Prego? Ma se sei stato tu a chiedermi che avevamo fatto". "Non vorrei essere testimone di fatti a me estranei, e poi sei stata tu a voler raccontare". "Eh? Ma tu guarda che stronzo, prima ascolti, poi chiedi, e adesso vuoi ritirarti?". "Per riempire il silenzio posso tentare di ascoltarti. Se proprio ci tieni". "Tu? Ma vaffanculo!". "Grazie...". "Prego!". Marie si alzò di scatto. Lui restò seduto sulla panchina sollevando lo sguardo su di lei mentre si allontanava freneticamente, un passo in linea con l'altro, le braccia aperte a equilibrare un andamento leggermente alterato. Era piccola, magra, armonica, con quelle gambe sottili, nervose, che avrebbero eccitato qualsiasi uomo che l'osservasse camminare da dietro. Emanava un'irrefrenabile e naturale sensualità nel suo corpo, nel suo incedere. Aveva poi, in assoluto contrasto, uno sguardo fanciullesco, dolce, innocente e gentile. Lui invece aggrottava in quello strano modo verso l'alto le sopracciglia, così che la sua espressione normale sembrava sempre tesa all'implorazione. "Aspetta!". "Che vuoi ancora?". "Il pranzo". "Tienilo, non ho fame!". "E quando l'avrai?". "Buttalo, non me ne frega un cazzo. Ah, vedi di non sparire stasera, lo sai che sono mesi che devi rendermi quei cd". Ed erano passati solo un paio di giorni da quando l'aveva finalmente scopata, cedendo infine alle sue sottili ma insistenti offerte. Che stronza, pensò. Ma quando, prima della chiusura della porta, si era girata un attimo a guardarlo, si rimangiò quelle due parole non dette, che sapeva sarebbero state per Marie una terribile e in fondo immeritata offesa. Il successivo treno era un po' meno affollato, entrò lentamente. Nel pomeriggio la città era più vivibile. Tutti al lavoro, affaccendati. Lui no. Mancavano solo sei giorni a Natale, e lui odiava il Natale, quella patetica festa in cui tutti fingevano per alcuni giorni di volersi bene più del solito scambiandosi inutilità con falsi sorrisi sulle labbra vuote. Mentre rimuginava e le stazioni si succedevano monotone come in un girone dantesco, contò altre quattro monache e tre preti. Il sacchetto con il pranzo pesava sulle sue ginocchia, lo aprì distrattamente iniziando a masticare un involtino primavera. Le briciole unte e croccanti scivolavano sul lungo cappotto grigio. Il metrò rallentò, le porte si aprirono e una ragazzina magra e malvestita entrò sedendosi di fronte a lui e iniziando a guardarlo. L'odore di sudore della massa di persone stressate dalla frenesia delle feste si mescolava al metallico sentore della carrozza e al puzzo di fritto che essudava dal sacchetto della rosticceria cinese. "E' buono?", chiese la ragazzina. "Fa schifo. Ne vuoi uno?". "Sì". "Tieni, prendi quello che vuoi". "Grazie". Le allungò il sacchetto tra la calca e buttò sul lurido pavimento l'unto fazzoletto di carta, l'unico avanzo di ciò che aveva appena ingurgitato. Lei frugò un poco curiosa nel sacchetto, tirò fuori due toast di gamberi e iniziò a mangiarli a grandi morsi, guardandolo con grandi occhi neri, misteriosi, che pareva quasi gli osservassero il fondo dell'anima attraverso le pupille. Bores l'osservò un po', poi fu distratto dall'ingresso di altra umanità alla fermata delle Tuileries e contò un altro prete, l'undicesimo. Quindi si alzò, sfregò la mano sul cappotto per far scivolare a terra le ultime briciole e si avvicinò all'uscita. Doveva scendere a Concorde, la successiva. Oltrepassò le porte senza voltarsi, eppure in qualche modo sentì che la ragazza lo stava seguendo. Salì le scale con passo rapido, osservando il grande orologio alla parete. Le due e un quarto. Era già in ritardo, ma la cosa non lo preoccupava poi molto, anche per questo non portava mai orologi. Uscì nella fredda aria parigina alzandosi il bavero del cappotto e imboccando direttamente Rue Saint-Florentin. Pochi passi e si ritrovò al portone. Restò immobile per qualche istante, come pensieroso, quindi suonò il campanello. Uno scatto secco e il pesante portone di legno e ottone si aprì. La giovane cameriera, come sempre formale, lo fece entrare e lo aiutò a sfilare il cappotto. "Buongiorno signor Bores, la signora l'attende di sopra, nel salottino verde". "Grazie Camille, salgo subito". Iniziò a risalire il lungo arcuato scalone di marmo rosa, senza mancare di notare il sorriso malizioso di Camille. Scrollò le spalle, in fondo non era un suo problema se la ragazza aveva compreso tutto. Giunse in cima alle scale, percorse parte del lungo corridoio, aprì la porta ed entrò nel salotto. Grandi tendaggi verdi oscuravano in parte la luce del sole mantenendo la stanza in una lieve penombra, si avvicinò al tavolino bar e si versò lentamente un bicchiere di cognac, sedendosi poi a un lato del lungo divano damascato. Madame Deloitte, stimata consorte dell'attuale ministro della cultura, uscì dopo pochi istanti dalla sua stanza, contigua al salottino. Una signora cinquantenne, florida ma ancora dotata di indubbio fascino. Indossava un serio tailleur grigio un po' troppo corto per la sua età, probabilmente Chanel. Si avvicinò lentamente ondeggiando sui tacchi a spillo. "Buongiorno Bores, spero che il cognac sia di suo gradimento, Louis XIII, invecchiato venticinque anni". Sorseggiò lento un altro sorso del delizioso nettare guardandola negli occhi senza parlare. Quindi posò il bicchiere di cristallo e le si avvicinò. Le prese una mano portandola alle labbra, sfiorandola, apprezzando il profumo speziato della crema che sicuramente aveva appena spalmato su di esse, quindi l'afferrò più bruscamente per le spalle spingendola verso il divano. Madame si ritrovò in ginocchio sul soffice damasco verde, spinta con il busto contro lo schienale e le braccia oltre. Borbottò qualche inutile e poco convincente protesta mentre con la mano sinistra iniziò a stringere e accarezzare intorno al suo collo, con forte eppur eccitante presa.
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