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Bores
contò il passaggio di undici monache e sette preti
IIdi Caliban La destra di Bores invece si mosse rapida, sollevò con forza la gonna sopra i fianchi e strappò in un unico gesto il sottile intimo di pizzo nero, che appallottolò e spinse nella bocca rossa e carnosa della signora, soffocando ogni residua protesta. Aprì i bottoni dei pantaloni, lo tirò fuori già più che sufficientemente eccitato, si appoggiò al divano e la penetrò. Un unico, lento, profondo colpo cui seguì il suo consueto, abile movimento. Un'alternanza di penetrazioni lente e profonde con altre rapide e appena accennate che la fecero vibrare in profondità. Quindi il ritmo si fece via via più regolare fino a condurre Madame a un intenso, sussultante orgasmo. Dopo aver continuato ancora un poco accompagnando i suoi intimi sussulti, lo lasciò scivolare fuori umido di piacere e lo spinse nel ben più stretto incavo posteriore, tra i mugolii ben più forti che trapelavano attraverso il pizzo saldamente inserito tra le labbra. La possedette analmente a lungo, accompagnando la penetrazione con lievi, eccitanti carezze sul clitoride, con le dita che stuzzicavano e, a volte, penetravano la vagina conducendo rapidamente Madame ad altri intensi e ripetuti orgasmi. Infine uscì da dentro di lei e girò intorno al divano. Le sollevò il volto arrossato, sconvolto, con la mano destra e con la sinistra le sfilò le mutandine, mordicchiate e bagnate di saliva, dalla bocca, lasciando indugiare la punta dei polpastrelli sopra e intorno alle labbra. Quindi le spinse in basso la testa, avvicinandola alla sua ancora durissima erezione ed entrando così sfiorando i denti nella bocca. Madame iniziò a leccare, baciare, succhiare avidamente fino al culmine, assaporando ogni goccia, leccandosi poi persino le labbra in modo intensamente lussurioso. Bores si allontanò. Mentre lei si lasciava andare, distendendosi scomposta sul divano, lui si riallacciò i pantaloni, si avvicinò alla grande credenza in mogano che troneggiava lungo la parete e aprì il primo cassetto. Dieci biglietti verdi da cento euro, ancora nuovi, erano posati all'interno. Indugiò un attimo, poi li prese e li infilò piegandoli in due nella tasca anteriore destra. Incrociò poi per un attimo gli occhi di Madame. Ora che aveva preso il denaro lo sguardo eccitato, adorante era stato sostituito da uno molto più superbo, di ostentata superiorità. Le fece un gesto con la testa e aprì la porta, mentre lei gli parlava: "Ciao Bores, ti farò sapere quando dovrai tornare". Discese rapido le scale. Davanti alla porta trovò Camille pronta con il suo cappotto, lo aiutò a indossarlo sfiorandolo più del lecito, lui la salutò formale e uscì dal palazzo. L'aria fredda, umida di neve ravvivò i suoi pensieri. Rimase fermo un poco, con gli occhi chiusi a respirare profondamente, inarcando leggermente la schiena come per scacciare gli odori della scopata. Quindi si scosse, si accese una sigaretta e attraversò la strada veloce. Dall'altro lato della via, seduta sui gradoni in pietra del muro di un palazzo settecentesco, rivide la ragazzina del metrò, i gomiti sulle ginocchia, il viso affilato appoggiato ai palmi, che lo osservava. Fece alcuni passi nella direzione opposta, poi si fermò e si voltò. Lei si era già alzata e incamminata nella sua direzione. Ritornò indietro verso di lei. "Perché mi segui?", le chiese con un sorriso quasi divertito. "Boh... così", rispose. "Nulla avviene così, siamo sempre spinti ad agire da qualcosa, anche se spesso non è così facilmente definibile o comprensibile". Lei sorrise, un sorriso obliquo, accompagnato da una curiosa lieve alzata di spalle che gli ricordò dolorosamente Anastasia da ragazzina. "Sei carino, e sei stato gentile sul metrò". "Potrei quasi essere tuo padre, avrai la metà dei miei anni". Il suo volto si rabbuiò, la sua bocca si incurvò verso il basso mentre si mordicchiava l'interno del labbro inferiore. "Mio padre non è carino né gentile, è un bastardo sempre ubriaco". "E tua madre?". Si pentì della domanda nel momento in cui la formulava. "Morta", disse quasi sputando le parole. Si passò una mano sul viso giocando con i corti peli del pizzetto, come faceva naturalmente quando pensava, quindi fece ancora un lungo tiro e buttò la sigaretta. "Hai ancora fame?". Lei annuì due volte, tornando a sorridergli. "Dai andiamo, muoviti", le disse girandosi e avviandosi verso il centro. Lei lo seguì rapida, affiancandolo. Camminarono in silenzio alcuni minuti, finché giunsero di fronte a un Irish pub. Spinse la pesante, consunta porta di legno scuro e le fece cenno con la testa di entrare, quindi la seguì nel locale. Si sedettero a un piccolo tavolo d'angolo, di legno massiccio, la cui superficie era intensamente incisa da anni di scarabocchi, disegni e nomi di persone passate di lì. Quasi subito si avvicinò una ragazza vestita di nero, con una maglietta troppo attillata e un interminabile numero di piercing su orecchie, labbra, naso e sopracciglio. La cameriera li squadrò un poco, commentando con lo sguardo le evidenti incongruenze della loro presenza insieme, quindi chiese cosa volessero ordinare. Bores disse solo: "Una Guinness". La ragazza osservò per un attimo la lavagna appena alla trave centrale del locale, quindi ordinò: "Prendo una coca e un hamburger con patate". La cameriera prese nota su un piccolo blocchetto, quindi si allontanò ritornando dopo breve attesa con la coca, la Guinness e una ciotola di pop-corn. Lei ne afferrò subito una manciata, iniziando a sgranocchiarli e guardandolo un poco di sbieco. Un movimento che a lui ricordò l'espressione del cagnolino che aveva avuto da bambino, tipica di quando lui gli parlava in modo strano e il cane pareva non capire, dimostrandolo con quella buffa oscillazione laterale della testa. Poi, quasi avesse riflettuto intensamente, lei iniziò a parlare con la bocca piena. "Quanto ti fai pagare di solito?". La guardò un po' perplesso. "Pagare? Per cosa?". "Per scopare no? E' quello che hai fatto prima in quella villa". Bores inarcò il sopracciglio sinistro e gli si formò in viso un'espressione assolutamente stupita. "Ma tu cosa puoi saperne di ciò che ho fatto prima?". "Conosco l'espressione che avevi quando sei uscito, un misto tra il soddisfatto, il sollevato e quasi disgustato, e poi che hai scopato si vedeva, capelli un poco spettinati, pantaloni e camicia spiegazzati. Inoltre, sei stato dentro troppo poco tempo perché fosse piacere, quindi era dovere. Quanto ti ha dato quella? O quello?". E sull'ultima domanda fece un sorriso obliquo e arricciò involontariamente il naso, finendo nel contempo gli ultimi pop-corn della ciotola. Bevve un lungo sorso di Guinness senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Poi posò lentamente il bicchiere. "Mille euro. Era una donna, e molto bella", disse, chiedendosi nello stesso momento perché mai l'avesse detto. Lei emise un fischio, ammiccando. "Devi essere proprio bravo, mio padre lasciava che mi scopassero anche solo per venti". "Tuo padre?". "Gran bastardo, eh? Già, lui lo faceva ogni volta che ne aveva voglia e non era troppo ubriaco perché riuscissi a scappargli, poi ha scoperto che così poteva anche guadagnarci qualcosa, almeno finché non ho deciso che potevo tenermi i soldi e me ne sono andata". L'espressione triste negli occhi di Bores la irritò un po'. "Tuo padre sarà stato un santo, immagino; chissà come sarebbe dispiaciuto se sapesse che suo figlio è diventato una puttana". Lui sussultò con una lieve risata nasale.
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