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Bores
contò il passaggio di undici monache e sette preti
IIIdi Caliban Ripensò a suo padre, al giorno in cui, nascosto in un armadio, lo sentì litigare l'ennesima volta con mamma. Quindi lo vide prendere la pistola che portava sempre con sé e spararle in testa. Un solo colpo. Il rumore secco e sordo dello sparo lo tormentava ancora, certe notti. Quando lo guardò non c'era traccia di vergogna o rimorso nel suo sguardo. Gli urlò solo, con la sua voce dura, perentoria, che non aveva mai ammesso repliche da nessuno e di tornare in camera sua. Il sangue di sua madre, calpestato nel lasciare il salone, lasciò una macchia sulla scarpa destra. Le aveva conservate poi per anni nascoste in soffitta. Tre giorni dopo si tennero dei funerali fastosi, persino la Pravda scrisse un toccante articolo sull'inaspettato attacco di cuore che aveva così tristemente posto fine alla vita della famosa ex ballerina del bolshoi, sposa del rinomato magnate un tempo a capo della sezione centrale del kgb. Il suo sorriso si allargò. "No. Non ne sarebbe affatto contento". La cameriera arrivò con l'hamburger a spezzare la tensione silenziosa che si era creata. La ragazza iniziò con un paio di patatine, poi addentò il panino e, con un'espressione nuovamente innocente e dolce, gli sorrise. "E' buono. Grazie. Io sono Genevieve, ma tutti mi chiamano Gin". "Felice che ti piaccia Gin, io sono Mikhail Bores, ma tutti mi chiamano Bores". Lei sembrò rimuginare un po' mentre masticava. "Bores... sì, mi piace. E' stato bello incontrarti, Bores. Pensi che qualche volta potrei lavorare con te? Sono brava sai, anche con le donne. Sono sicura che a molte tue clienti potrebbe piacere". "Io lavoro da solo, sempre. Poi tu sei anche un po' troppo giovane per tutto questo, direi". Gin tornò ad assumere un'espressione imbronciata e furiosa. "Come pensi che mi paghi da mangiare? O che trovi ogni tanto un letto dove passare qualche notte comoda quando ne ho voglia?". Poi passò a un sorrisetto di sfida. "Scommetto anche che sono già più esperta e brava di te", disse facendogli una linguaccia, un gesto così fanciullesco che contrastava in modo così assurdamente delizioso con l'argomento del contendere. Bores scrollò la testa sospirando e finì la birra. Fece poi il gesto di alzarsi. "Ora devo proprio andare Gin, è stato un piacere conoscerti". Vide sul suo viso formarsi per un attimo un'espressione incredula, quasi spaventata, così dolorosamente simile all'ultimo sguardo di sua madre. La sua piccola, sottile mano lo prese quasi con forza sul polso. "Non te ne andare, ti prego". Poi tornò a sorridere con una maliziosa innocenza: "Posso farti un pompino se vuoi, sono brava e mi piace moltissimo; portami con te, non mi va di dormire in strada stasera". Bores ritrasse la mano scrollando la testa. "Non se ne parla, e poi a me piacciono le donne, non le ragazzine", disse spegnendo il suo sorriso e facendo riaffiorare la rabbia nei suoi occhi. Quindi si alzò, si girò e si avvicinò alla cassa sul bancone del pub per pagare il conto. Si diresse poi verso la porta, l'aprì e guardò un'ultima volta verso il tavolo. Lei era ancora seduta, lo guardava fissa, quasi senza espressione ora. Uscì fuori sentendo l'aria gelida, fece due passi e si fermò. Poi mentre una voce risuonava forte nella sua mente 'Stupido! Stupido! Stupido!', rientrò nel locale. Lei era ancora seduta che guardava verso la porta; quando riapparve, un sorriso intenso le illuminò il volto. Lui scrollò due volte la testa mentre la vocina continuava a martellarlo in testa. 'Stupido! Stupido! Stupido!'. Le fece un gesti di invito con la testa e uscì di nuovo. Lei si alzò di scatto correndo fuori e seguendolo. Camminarono in silenzio finché giunsero al suo appartamento. L'attico con mansarda di un palazzo classico, molto bello, anche se rovinato dal tempo e da una certa incuria. Lei si aggirò per la casa curiosa e stupita. Era arredata in modo molto moderno, con un'aria informale e con alcuni oggetti probabilmente di design e molto costosi. Il pavimento era invece tutto in legno, con parquet di sfumature differenti da una stanza all'altra. Bores la condusse nel salotto, le indicò il divano e la tv, un maxischermo al plasma che occupava il centro di una parete. "Mettiti qui, io devo proprio farmi una doccia, e direi che ne avresti bisogno anche tu, ti lascerò poi nel bagno un paio di asciugamani e un accappatoio". Lei gli fece ancora una linguaccia, poi sfilò le scarpe scalciandole in mezzo alla stanza, delle ballerine consunte e sformate, e si tuffò sul grande divano a isola che occupava il centro della stanza. Scrollando sempre la testa e cercando di non ascoltare la costante vocina che si ripeteva in lui, Bores si avviò verso il bagno. Si spogliò nella cabina armadio che lo separava dalla camera da letto. Pochi attimi ed era sotto la doccia a sciacquare nell'acqua tiepida e nel bagnoschiuma more e muschio ogni pensiero. Gin si alzò quasi subito dal divano e lo seguì scalza, silenziosa e curiosa. Passò attraverso la camera da letto e si avvicinò al bagno, la cui porta a soffietto era aperta. Sentì lo scroscio dell'acqua nella doccia e rimase a osservare. Il bagno era molto grande, tutto in una pietra ruvida di color sabbia che dava una calda, granulosa sensazione piacevole sulle sue mani, mentre ne accarezzava le pareti. In un angolo c'era una grande vasca idromassaggio triangolare. Nell'altro, una specie di basso tramezzo ondulato in muratura nascondeva alla vista l'occupante della doccia, lasciando intravedere in alto solo il grande piatto rotondo da cui scorreva abbondante l'acqua e la risalita dei vapori. Si sedette in terra appoggiando la schiena al blocco di pietra che racchiudeva i due lavandini gemelli. Dopo alcuni minuti l'acqua smise di scendere e Bores uscì da dietro la doccia, nudo e gocciolante. "Ti avevo detto di aspettare di là", disse prendendo da un gancio un lungo accappatoio di spugna bianco e avvolgendosi in esso. "Davvero non vuoi che ti faccia un pompino? A me andrebbe molto, ne ho voglia da quando ti ho visto sul metrò". Lui non rispose, aprì uno sportello in legno estraendo un piccolo accappatoio rosso e un paio di asciugamani dello stesso colore, quindi si avvicinò a lei e glieli lasciò cadere in grembo. "Usa questi, dopo la doccia". Gin si alzò lasciando scivolare a terra il tutto e, con un gesto repentino, infilò la mano destra tra le pieghe del suo accappatoio afferrandogli il cazzo ancora umido di doccia e stringendolo con delicata fermezza. Senza parlare e senza guardarlo negli occhi. Di nuovo gli rammentò dolorosamente Anastasia, sua sorella gemella, di cui non aveva notizie da troppo tempo. Come un fulmineo flash, il film della loro adolescenza si proiettò accelerato all'inverosimile nella sua mente, il loro stretto legame, la reciproca scoperta della sessualità in modo così dolce e insieme perverso, e il dolore della separazione quando, dopo essere stati scoperti insieme da sua madre, lei fu mandata a studiare in una scuola femminile a Londra. Non l'aveva mai più vista da quella fredda mattina di settembre. Aveva odiato profondamente sua madre per quella decisione, guardandola sempre con rabbia e parlandole il meno possibile nei mesi successivi. Quando poi la rivide priva di vita sul tappeto del salone la vigilia di Natale, comprese di aver perduto ogni possibilità di farle sapere quanto l'aveva in verità sempre amata profondamente. Le immagini dei suoi pensieri si lacerarono scomparendo, come bruciate dall'eccitazione che si impadroniva del suo corpo, mentre il suo pene si irrigidiva sempre di più stretto nella piccola, liscia e indubbiamente abile mano. Ritornò bruscamente alla realtà, scostò lievemente la ragazza, la guardò in viso e le parlò mantenendo un'espressione triste sul volto, accigliato dai laceranti ricordi: "Lascia stare Gin, non puoi permettertelo, le mie tariffe esulano dalle tue possibilità economiche, temo", concluse con un mezzo sorriso ironico. Lei si staccò bruscamente con un'espressione rabbiosa che lo fece sorridere ancora più apertamente. "Sei uno stronzo, Bores, lo sai?". "Certamente", le rispose mentre apriva la porta del bagno e si allontanava. "E ancora non sai quanto". Uscì richiudendo la porta dietro di sé, scrollando la testa come confuso dai troppi pensieri che si stavano affollando nella sua mente, peggio della ressa al primo giorno di saldi alle Galerie Lafayette. Si diresse quindi in cucina, prese una bottiglia di Becks gelata dal frigo e andò a rilassarsi sul divano accendendo la televisione.
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