Bores contò il passaggio di undici monache e sette preti IV

di Caliban


    
Un anchorman stava dissertando sul segreto bancario e gli istituti svizzeri, un lieve sorriso gli increspò il viso. Era stato difficile, ma alla fine era riuscito a carpire il codice segreto che dava accesso al conto di Ginevra di suo padre. Quando aveva scoperto il valore totale di contanti, titoli e fondi era rimasto quasi incredulo. Era stato però così semplice a quel punto cambiare il codice unico di accesso, sbattendo praticamente a suo padre la porta della banca in faccia.
     Non aveva mai prelevato un euro da quel conto, erano soldi che grondavano sangue, ma ogni volta che ci pensava era come accarezzare le nuvole. Certo, aveva dovuto fuggire dalla Russia, non una gran perdita in fondo - a parte la mancanza di Anastasia - e sparire per sempre, ma non si era mai pentito un solo secondo. Solo avrebbe voluto vedere i suoi occhi quando aveva scoperto di non poter più accedere al suo adorato, incommensurabile patrimonio.
     Distese le gambe, terminò la birra, si sintonizzò su mtv e chiuse gli occhi.
     Lei restò per un po' a guardare furiosa la porta chiusa, poi comprese che non sarebbe tornato. Sorrise, si guardò un po' nel grande specchio centrale, alzò le spalle inclinando la testa verso sinistra e iniziò rapidamente a spogliarsi. Il giubbotto l'aveva già lasciato cadere a terra all'ingresso; si sfilò il maglione nero attillato, con le maniche troppo lunghe anche a causa della sua mania di tirarle nascondendoci dentro le mani, quindi si tolse la maglietta verde scuro che indossava sotto.
     Si pavoneggiò un po' di fronte allo specchio, nuda dalla vita in su. Non portava quasi mai reggiseno, in fondo a che serviva? si chiedeva sempre vista la sua seconda scarsa. I piccoli capezzoli rosa erano ancora lievemente turgidi dal desiderio che l'aveva pervasa prima, quando l'aveva sentito indurirsi tra le dita.
     Le mani iniziarono rapide a sbottonare i jeans, un paio di levis scuri, ormai consunti dall'uso e strappati in diversi punti, quindi sfilò rapida le mutandine bianche bordate di pizzo a fiorellini che aveva rubato la settimana prima al supermercato, e i calzini di lana neri, lunghi.
     L'immagine riflessa allo specchio catturò nuovamente la sua attenzione; in fondo amava il proprio corpo, anche se avrebbe volentieri fatto qualche modifica. Soprattutto adorava da sempre sentirsi nuda, libera, leggera. Da bambina faceva disperare sua madre correndo sempre nuda o semivestita per casa. Dopo la sua scomparsa aveva imparato, purtroppo duramente e troppo presto, che era meglio farsi vedere spogliata in casa il meno possibile.
     Si avviò quindi sotto la doccia. In una nicchia nel muro erano allineati, come soldatini, diversi flaconi di bagnoschiuma ai profumi più disparati. Scelse, dopo averli aperti e annusati tutti un paio di volte, quello arancia e cannella. Aprì l'acqua alzando il viso verso il grande piatto tondo sopra di lei e immergendosi nella cascata che l'avvolse. Iniziò quindi, dopo un po', a insaponarsi.
     I capezzoli si indurirono nuovamente sotto lo sfregamento e un familiare languore la pervase sotto il tiepido, abbondante getto d'acqua. La mano destra si diresse, esperta, oltre l'ombelico, scivolando sulla pelle liscia e morbida fino a perdersi tra le gambe. Iniziò a stuzzicare e accarezzare, prima lentamente, poi sempre più rapida. Venne intensamente, ansimando, con la schiena che sfregava appoggiata al muro granuloso.
     Lentamente la nebbia del piacere evaporò e l'acqua portò via desideri e pensieri. Tornò al centro del bagno, i piccoli piedi nudi lasciarono sul marmo la loro umida immagine, un sentiero che sarebbe presto svanito nel nulla. Si infilò il corto, soffice accappatoio rosso e si asciugò rapidamente, sfregando in modo buffo con l'asciugamano i corti capelli neri. Si gratificò quindi di un ultimo sorriso beffardo allo specchio e uscì.
     Il rumore della televisione la guidò in salotto. Bores si era addormentato, disteso sulla penisola del divano. L'accappatoio leggermente discostato rivelava il suo fisico asciutto, muscoloso ma non troppo, decisamente sensuale. Non la stupiva che le donne pagassero per averlo, in quel momento avrebbe pagato anche lei se avesse avuto più dei pochi spiccioli in monetine che restavano nella tasca interna del giubbotto.
     Si avvicinò piano, reprimendo la tentazione di toccarlo ancora, come aveva fatto prima in bagno, e di assaggiarlo stavolta. Aveva una voglia intensa di scoprire il suo sapore, gustarne la ruvidezza con le labbra, la lingua e i denti, ma sicuramente l'avrebbe respinta ancora. Restò quindi ferma, molto vicino a lui, osservandolo in ogni particolare, studiandone il respiro lento, ritmico. In fondo aveva tempo e, se aveva una certezza al mondo in quel momento, era che prima o poi sarebbe stato suo, totalmente e impetuosamente.
     Come scrisse Rimbaud, “un colpetto delle tue dita sul tamburo, incendia tutti i suoni e dà inizio a una nuova armonia”, e lei era certa di essere un'artista nel suonare quel tipo di melodia, e in quel momento avrebbe fatto tutto per condividere la musica, il ritmo con quello strano, oscuro, incredibile sconosciuto.
     Ne avrebbe certo avuto il tempo, era stato così facile entrare in casa sua. Il russo finora era stato abbastanza vago su cosa dovesse esattamente trovare. Lei aveva percepito lo scetticismo sulle sue reali possibilità di riuscita. In verità non aveva mai dubitato di sé, non aveva mai fallito finora. Era sempre persino troppo facile penetrare nella testa, nel cuore e nei pantaloni di un uomo, se lo voleva o doveva.
     Si avvicinò alla finestra del salone e guardò giù. Come previsto l'uomo era dall'altra parte della strada, con quel ridicolo cappotto nero e cappello l'avrebbe notato anche un cieco. Gli fece un cenno rapido con la mano e si allontanò dal vetro. Mentre si sedeva nuovamente sul divano sorridendo le tornò in mente il Kaiser Sose di Kevin Spacey, “la più grande beffa che il Diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che non esiste”.

 
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