La storia di una passione, di godimenti e orgasmi incontratisi
per caso (forse...) in questo nuovo racconto di DivineComedy. Buona lettura...
Se ci penso è impossibile. Due esseri che non
possono collidere, una ragazzetta schiva, silenziosa, che usa sempre
bussare e dire "Grazie" e "Per favore" non può collidere con un uomo
fatto, per quanto la cordialità e l’aspetto limino gli spigoli della
sua carta d’identità e stropiccino quelli della mia.
Quel pomeriggio del primo autunno, invece, un brivido
di fresco confuso alla sorpresa, un abbraccio più cortese del
solito, una furtiva carezza a una mano. Continuo a ripetermi che è
impossibile, che ho capito male, che si è trattato di un caso, che
non può essere che sia scattata attrazione da parte sua.
Quanto a me, non ho neanche l’ardire di guardarlo negli
occhi, figurarsi di ricambiare il gesto.
Di due sole cose son capace: scappare, complice il
telefono che inizia a squillare per aiutarmi; immaginare, spezzoni
in cui audace gli stringo la mano che mi accarezza, lascio che mi
baci la bocca e indugi sotto i vestiti con le sue carezze, avvinta
dal suo profumo. L’istinto se ne frega se gli ripeti che è
impossibile, se lo soffochi a suon di date e di ruoli. Per quanto
cerchi di mettervi regole e paletti, l’istinto fa breccia. Di più,
l’istinto suggerisce le soluzioni che non vorresti ascoltare. Un
paio di email e il gioco è fatto. Quello che per la ragione e la
coscienza è un crimine, per l’istinto è vita.
Due esseri che possono collidere. Ovvio che su un
argomento si possa trovare un punto d’incontro, benché per puro caso
non mi sia mostrata nuda a lui prim’ancora di riuscire a dargli
agevolmente del tu.
Con meraviglia mi sorprendo a sfoderare ciò che
nascondo dal resto del mondo, una sera dopo l’altra scopro la mia
femminilità. Ciò che in mano altrui farebbe paura, tra le sue
braccia magicamente si glorifica. Questa sottana di raso nero è
fantastica per far l’amore con lui stasera. E chissà come starebbe
quel reggicalze preso per capriccio da Bloomingdale’s. No, vada per
la sottana con gli slip abbinati.
Eccomi, una bambola di marzapane, docile, morbida, le
sue mani bollenti e virili a modellarmi i fianchi e il culo, il suo
cazzo ritto a spaccarmi da dietro la fica carnosa di miele, quella
sua voce da crooner che mi fa impazzire sia che mi sfotta
canticchiando al telefono sia che mi spari delle porcate
irripetibili.
Mi inginocchio sul divano, stivali con i tacchi alti e
autoreggenti, mi sento tranquilla, e troia, e libera di godere e
farlo godere. Vengo al suo comando, una manina a sfregar la
scintilla di orgasmo dal mio clitoride, l’altra a leccarmi le dita.
Mi sconvolge e mi fa sentir tremendamente femmina quando mi fa
inginocchiare davanti a lui per leccargli l’uccello mentre lui se la
gode sornione, seduto sul divano; me ne prendo cura ora dolcemente
lappandone la punta e affondandolo al caldo della mia bocca mentre è
ancora saporoso di me, ora spietata succhiando le palle tra le mie
labbra; adoro si sciolga quando mi vede diligente e rapita scostare
i lunghi capelli dal viso per continuare con foga e quando sente i
miei seni strofinargli le cosce.
"Dove eravamo rimasti? Ah ecco, rigirati, sempre in
ginocchio".
Il suo uccello intinge agevolmente il fusto nel calice
del mio madido anemone, poggio i gomiti sul tavolino davanti e
nuovamente il suo ordine a raggiungere l’orgasmo, di cui devota
imbocco il sentiero, spinta dopo spinta, le mie pareti si giungono
attorno alla sua asta, la inguainano, la stringono.
Faccio appena in tempo ad aprire gli occhi un attimo
prima di perdermi ancora. Nella vetrata di fronte a noi, un
chiaroscuro campito dalla luce azzurrina della tv accesa, come in un
sogno d’acqua, la mia carne e le sue braccia emergono dal buio e si
specchiano vaghe. Urlo il mio riverente orgasmo a lui che me lo
impone. Frenesia, mi dispongo a sedere per leccarlo e accogliere il
suo, di orgasmo, che mi riversa sui seni, sul ventre e sulle calze
in copiosi sbaffi di denso sperma color dell’alabastro. Adoro il
momento in cui lascia che gli lecchi le ultime gocce spremendole
lungo l’asta, suggendogli assieme il cazzo ancora semiduro e un dito
"Aver compagno al duol scema la pena" mi dice, e si congeda dal mio
corpo solo dopo il mio ultimo sguardo complice.
Solo questa condizione tra me e lui: nessuna curiosità.
Mi ricorda tanto "Last tango in Paris", a malapena un nome e un
cognome, non aspetto che mi chiami all’indomani, non pretendo mi
risponda se lo chiamo. E men che meno posso aspettare mi risponda se
affido il pensiero a un messaggio che io possa scrivere e lui possa
leggere senza censure.
Siamo due esseri che non possono collidere alla fin
fine, debbo solo dirgli di sì, per una volta ancora o per una
dozzina chi lo sa, credere che ogni volta sia l’ultima - benché
speri sempre sia la prima - und vorbei.
E allora perché la sua voce mi culla e mi sveglia a suo
piacimento, perché il suo fascino da Rat Pack mi riempie l’anima,
perché vorrei chiudere gli occhi mentre devo tenerli ben spalancati?
Sì, devo guardare ben diritto, in avanti, se per un attimo guardassi
in basso pur sapendo che rete non c’è, l’ebbrezza e la vertigine mi
tirerebbero giù. Due esseri che possono collidere? Collidere non so,
ma di certo possono andare molto vicini.