Comandare è meglio che fottere
di Giovanni


     "L'ebrezza del comando supera ogni bramosia e desiderio personale. Provare per credere, rischi inclusi", dice Giovanni parlando di questo suo nuovo racconto. Per scrivere all'autore, cliccate qui. Buona lettura...


     
Eccomi qui! Il due giugno sono qui in seconda fila, in piedi dentro il mio abito bianco, senza copricapo per non disturbare la visione alle Alte Autorità, nelle scarpine bianche belle ma comode, sorridente, pronta a... gustarmi la sfilata di uomini e mezzi militari. Questa ridondante cerimonia, interminabile e barbosa, devo subirla ogni anno facendo buon viso a cattiva sorte, mostrandomi cortese e interessata. Mi chiamo Muria e sono moglie di un giovane generale, un militare d’alto rango, un ufficiale superiore addobbato a festa, in grand’uniforme, ricoperto di scintillanti e tintinnanti medaglie sulla giacca.

     Qualche tempo prima
     Ero giovane e carina, universitaria garbata, di belle maniere, di buona famiglia e lui cadetto, primogenito di un generale arrogante, allievo dell’accademia militare, carino, interessante, un po’ legato, forse troppo obbligato a suo padre. Ci frequentavamo tra i miei studi e le sue brevi licenze, apparizioni e scomparse. La mia tesi arrivò sofferta e a pieni voti e lui era lì ad attendermi infiocchettato e rigido nella sua uniforme, in permesso breve per quell’avvenimento. Gentile! Era arrivato la mattina di buon ora e doveva ripartire nel primo pomeriggio. Trascorremmo due ore sul mare, io avvolta e seduta sulla mia gonna bianca e lui in piedi come un palo piantato. Troppe regole, troppe cose non gli erano concesse e consentite. Quel suo vincolo mi sprigionò addosso la voglia di invadere quel suo costruito autogoverno, di varcare le ostruzioni che lo proteggevano e lo rendevano irraggiungibile, inavvicinabile. Lo baciai. Rispose garbato e scostante; temeva di sporcare la divisa. Gli tolsi il cappello. Apparve smarrito. Lo baciai ancora stringendomi al suo collo, al corpo che sentii forte, protettivo. Mi strusciai come una gatta e volli provocarlo fino a farlo disperare nel suo conflitto tra uomo e soldatino di piombo. Rimase eretto, rigido ma violò la sua inabbordabile e inossidabile dedizione alla divisa e si lasciò sbottonare la giacca, toccare il petto. Era generoso nel concedersi alle mie carezze dentro i pantaloni. Rilevante nel toccarmi delicatamente il reggiseno, sfiorarmi il seno, baciarmi il capezzolo e infine cadde tra le mie gambe, precipitò nelle mie cosce e marciò irrefrenabile sopra la mia smarrita verginità.

     Qualche tempo dopo
     Il primo appuntamento inatteso glielo provocai come un fulmine a ciel sereno. Era di guardia, non lo sapevo, non mi attendeva. Lo chiamai al telefono e gli dissi che ero fuori ad attenderlo, fuori quella caserma dentro una pensione sdraiata sul letto, pronta a essere amata. Non poteva uscire! Cominciai a descrivergli le mie mutandine bianche, trapassarlo con le percezioni delle mie mani sulle cosce lisce e bianche, fustigarlo ansimando col dito che sfiorava i miei peli del pube. Iniziò a essere incerto, non più molto sicuro nel tono della voce, e nemmeno protetto dalle sue ragioni d’essere di guardia. Continuai a raccontargli con un filo di voce cosa provavo nell’affondare il mio dito... Giunse frastornato, fremente, accaldato dietro la porta di quella pensione a due stelle. Voleva entrare. Lo lasciai crogiolare, attendere sussurrandogli domande: "Mi ami? Mi vuoi bene?". "Sì! Sì ma fammi entrare!". "Vai a fare la guardia", gli dissi abbassando il tono, "disertore!". Era allo spasmo dietro quella porta che sentivo tremare e forse anche cedere. Aprì! Richiuse sbattendola. Come un amante tenero mi baciò, delicato ma turbato, impaziente. Si lasciò spogliare e lanciò a pezzi l’uniforme sul pavimento mentre a piccoli passi avanzava zoppicante dentro i pantaloni abbassati fino a raggiungere quel letto scricchiolante. Aveva voglia di me e si saziò a più riprese infrangendo ogni regola fisica, stremandomi e riducendomi ai minimi termini. Non si esaurivano in lui l’energia e l’impeto che si rinnovavano con determinazione. Cavalcava ininterrottamente sul mio corpo senza concedersi tregua alcuna, procurandomi piacere e stress che si mescolavano insieme appagandomi. Abusò del mio sedere rubandolo al mio delirio, penetrandomi all’improvviso cogliendo il mio stupore, la curiosità, la mia indifesa presenza in quel gesto animalesco, nuovo, ignoto e fin troppo piacevole. Approfittò della mia accondiscendenza passiva riempiendomi le labbra di baci, frustandomi le guancie con il suo cazzo sempre duro, sfruttando la mia passione, il mio amore e la mia acquiescenza. Mi fece ingoiare più volte il suo sperma, succhiare e inghiottire una sproporzionata verga di carne fino a farmi quasi vomitare. Dopo tre ore di quell’incantevole supplizio disse risoluto che doveva andare a dare il cambio a un commilitone. Si rivestì lasciandomi infossata in un materasso distrutto, avvinghiata tra le pieghe di un lenzuolo sporco di sangue, di sperma e di sudore. Aveva avuto a disposizione il mio corpo e ne aveva fatto razzia, mi aveva amata cedendo ai suoi istinti, facendo appello alla sua virilità, osannandomi di baci e carezze, violentandomi ogni parte del corpo che adesso reclamava un assoluto lungo periodo di riposo. Mi baciò dolcemente sulle labbra mentre attorniata di sonno e stanchezza mi lasciavo coprire da un lenzuolo ruvido e abbandonare a un assopimento diffuso delle membra.

     Comandare è meglio che fottere
     Amore, amare, essere amata... da chi, per cosa. Frasi che si ripetono nella mia mente mentre la parata è iniziata, i mezzi scivolano rumorosi sul pavé, le compagnie sfilano allineate e coperte ed eseguono l’attenti al comando grintoso del comandante armato di sciabola. Torno a mirare sul palco certe facce d’importanti personaggi, civili in doppiopetto, militari distinti, uomini giunti su quel palco per meriti, per le loro doti, gli indiscussi valori. Ne ricordo la giovinezza ormai sfumata, di alcuni la sfrontatezza, di altri la sorpresa nel vedermi e in altri ancora l’indifferenza. La freddezza e il distacco di certi uomini arrivisti, ambiziosi, arrampicatori sulla china del potere, carrieristi senza valore ma in egual misura affamati di potere, di aggiungere un grado, un gallone dorato, di attaccare una stellina, assetati di potere, pronti a mordere obiettivi che spalancano le porte del successo. Il rango, la posizione gerarchica, il potere egemonico. C’è chi dice che comandare è meglio che fottere e io aggiungo che molti di questi grandi uomini non sanno nemmeno fottere.

     Per una sede migliore
     Quell’allievo l’ho sposato e ho perso! Ero certa che gli avrei fatto perdere quella sua maschera di soldatino, quel suo marziale criterio di agire, quel contegno verso i superiori così remissivo, quella condotta franca e schietta verso le istituzioni. Avevo sposato la forza armata assieme a quel pezzo di amante che non riusciva a levarsi la divisa dalle vene, dalle meningi, dalle sue azioni quotidiane. L’ordine e la precisione lo condizionavano, lo soggiogavano e a nulla valsero le mie prestazioni sessuali, i miei pranzi, le mie sofferenze, le isteriche discussioni e... le mie scappatelle con un sergentone di Udine con cui mi feci trovare a gambe all’aria nel nostro letto. Lasciò cadere l’avvenimento alle spalle, trasferendo quel manzo in terre lontane e sfruttandomi per i suoi impieghi. Era riuscito a convincermi ammaliandomi con regali, vestiti e gioielli, chiedendomi prima scusa del suo contegno, coinvolgendomi poi in giochi erotici sfruttando il mio appetito sessuale. E una sera a cena mi avvisò che avrebbe invitato un alto ufficiale che aveva di lui una grande considerazione, un generale che avrebbe cambiato la nostra vita. E venne la sera tanto attesa in cui mio marito mi aiutò in cucina, nelle pulizie minuziose, nella spesa, conducendomi in una boutique dove mi rivestì dall’intimo al vestito nero lungo con scolli e spacchi frenetici. Rimasi esterrefatta. L’arrivo del generale avvenne nel consueto ritardo accademico che solo certi personaggi sanno e devono concedersi. Era alto e di bella presenza, elegante e distinto, con voce ferma e chiara. Mi piacque subito dal momento in cui accennò il baciamano e mi elettrizzò sentirlo deliziare il mio lungo vestito nero. Più volte mi penetrò con lo sguardo facendomi inondare di umore il microscopico perizoma. Finimmo la cena comodamente seduti sul divano a sorseggiare un bicchiere di raffinatissimo liquore irlandese, fresco e cremoso. Poi il telefono... per lui... per mio marito. Si scusò! Era richiesto in caserma. Uscì! Rimanemmo a bere e io crescevo dentro fino a esplodere, a perdere il controllo delle mie pulsioni e il generale colse l’occasione mostrandosi pronto. Mi baciò sul collo lisciandomi con la lingua sempre più giù verso i seni fino a profanare i miei capezzoli facendoli inturgidire. Con le mani cercò una traccia tra le mie cosce attraverso uno spiraglio del mio vestito giungendo senza eleganza tra le cosce dove attendevo meno irruenza, più stile. Mi toccava come uno smanierato, come un giovane fidanzato acerbo e inesperto, impulsivo. Rimasi ferma e allibita quando m’infilò due dita dentro e iniziò a spingere. Se ne accorse il generale e rallentò quella torchiatura cui mi stava sottoponendo. Si ricompose. Mi alzai calma e lasciai cadere il mio vestito ai suoi piedi e rimanendo con il solo perizoma allargai le braccia per accoglierlo. Mi guardava smarrito, con un sorriso ebete stampato su un volto che aveva perso la beltà e l’immagine del guerriero. Mi chinai davanti alle sue ginocchia e cercai d’aprirle vincendo una sostenuta resistenza. Gli sorrisi e lui cedette. Con le mani leggere sulle gambe gli sfiorai i pantaloni di ottimo tessuto e iniziai a salire su verso la cintura mentre lui attendeva come se gli stessi servendo una pietanza. Pensai che gli piacesse essere servito, toccato, adorato. Lo feci. Ero eccitata e lo accarezzai sulla patta avendo cura di essere leggera, di pesare come una piuma sul torrente in corsa, pronta a essere travolta dalla potenza di un cazzo prepotente e poderoso. Le sue mani si strinsero poderose attorno ai miei polsi arrestando quanto stavo portando a buon fine. Si alzò e chiese se poteva andare in bagno. Gli indicai la direzione. Nell’attesa mi versai da bere e accorgendomi che ritardava mi rivestì. Quando venne fuori, mi recitò una serie di complimenti per il cibo, per l’accoglienza e la compagnia offertagli e accennando ancora un baciamano si defilò. Rimasi allibita. Dopo qualche giorno mio marito fu trasferito a Roma presso un alto comando grazie alle sollecitazioni di quel bizzarro generale.
     Una missione speciale.

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1 Commento:
- Commento postato da Emilianozapata il 22 luglio 2010
Una enorme cazzata!






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