Dolce creatura I

di Meliboeus


     Questo nuovo autore, 35 anni di Catanzaro, dice di aver scritto questo racconto a tempo perso, durante la pausa pasquale. "Non è ispirato a nessuna donna in particolare, piuttosto all'idea del sesso come scoperta e creatività, come porta d'ingresso del significato più genuino della realtà". Buona lettura...


    
"Dolce creatura", mi viene da pensare ogni volta che ci lasciamo, "dolce creatura che esisti senza tempo e spazio, ti capita di invecchiare come tutti, ma per te non è che un debole accidente… ciò che resta sono le pieghe distratte nel tessuto del mondo donate in pura inconsapevolezza".
     E’ quello che ripeto tra me ogni volta ritornando alla mia realtà, giacché non avrebbe senso rivolgere a te queste parole nel nostro spicchio di vita privato, in quel luogo non-luogo in cui si è definitivamente, dove parole non occorrono se non le mute parole che il silenzio recita e che divengono fervida preghiera nelle nostre bocche unite. Allora i nostri corpi intrecciati sono figura di un culto misterico solo mio, solo tuo, e non esistiamo divisi ma diveniamo più di noi stessi nell’amplesso mistico, non abbiamo più nome se non quello che reciprocamente ci neghiamo, non siamo più incatenati alle soglie del tempo, siamo senza età, privi di peso, incorporei quasi, viviamo ormai di questo Eden miracoloso e gratuito, visitati dal dio che tutto può: Eros dall’arco infallibile e dalle ali d’oro.
     Eppure, ogni volta che ci lasciamo, dopo aver creato instancabilmente il nostro universo parallelo, di te ritorno a pensare: “Dolce creatura…”. Ti penso nuovamente come altro da me, non ti avverto immediatamente come avviene attraverso il nostro comune linguaggio muto del sesso. Così, cerco in ogni modo di fissare nella memoria quell’ultimo infinito istante trascorso con te: mi concentro sul tuo profumo – di cui porto ancora una labile traccia –, ed è come se mi fosse rimasto per sempre nelle narici orfane di te; ripenso alle tue membra lucenti di bronzo, e ne potrei quasi riavvertire la dura pienezza elastica nelle mani ormai insensibili; cerco di riassaporare i tuoi umori rimasti nella bocca avida di te, la tua saliva odorosa, viscosa e familiare, la divina ambrosia del tuo sesso impudico che lungamente effonde la tua essenza più vera scorrendo come fiume impetuoso di piacere alla mia lingua esperta. E a queste percezioni associo naturalmente le percezioni di me unito a te: sento l’odore del mio seme recente misto al tuo nettare sulle dita, percepisco il diverso sapore della mia stessa saliva ora mista alla tua, avverto un piacevole gonfiore alle labbra tormentate da morsi di passione, sento il mio sesso per niente fiaccato dalle nostre imprese, piuttosto ancora semi-eretto per il flusso costante di sangue trattenuto a lungo, ancora incredibilmente sensibile per l’eccitazione permanente che mi lasci addosso per tutti i giorni compresi tra i nostri incontri. Queste le nostre stimmate reciproche e invisibili.
     Dolce creatura, ho bisogno ancora di te.
     “Possiamo vederci alle due come al solito”.
     “Benissimo. Alle due al porto”.
     Potresti anche essere un numero speciale nella rubrica per un altro, un numero da chiamare come diversivo alla routine quotidiana, un modo come un altro di ammazzare il tempo e prendersi una pausa di riflessione e rigenerazione: si sa il potere del sesso sull’umore! E la prima volta si sarebbe pure trattato di un’attrazione fisica fatale e conclusa, una “scopata senza cerniera” come l’ha definita qualcuno (ma che per me non sarebbe stata tale in ogni caso), se tu non avessi infilato nella tasca della mia giacca quel tuo biglietto da visita coloratissimo, fatalmente concepito senza il nome dell’agente, il tuo nome, ma che riportava esclusivamente il logo dell’agenzia da te rappresentata… e il numero del tuo cellulare aziendale naturalmente…
     Quest’ipotesi di prosecuzione ci ha condotto fin qui, come vedi e, come vedi, da allora abbiamo sempre rispettato il silenzio del nostro primo incontro e del tuo primo biglietto. Infatti, non sappiamo i nostri nomi e ignoriamo tutto l’uno dell’altra, persino l’età, fuorché, io di te, l’azienda per cui lavori (senza sapere minimamente che incarico vi ricopri), e tu mi avrai pur visto uscire da quello studio legale al primo piano del palazzo antico che guarda verso il nostro luogo di incontro. Perché, se anche ammettessimo l’eventualità di sapere qualcosa di più delle nostre reciproche vite, sono certo che rifuggiremmo entrambi questo sviluppo della nostra relazione, se così può definirsi il nostro rapporto atipico. Siamo entrambi devoti del dio senza volto, temiamo qualunque cosa cerchi di dargli un nome e una rappresentazione.


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1 Commento:
- Commento postato da Wet il 23 settembre 2009
Wow






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