Dolce creatura II

di Meliboeus


    
E’ una giornata ventosa ma sufficientemente calda per uscire senza soprabito. Sono qui già da dieci minuti ad aspettarti, fremente come un iniziando a misteri divini e voluttuosi che solo noi due conosciamo, poiché prestiamo a essi il linguaggio della mutua silenziosa scoperta. Mi capita di guardare il mare mentre ti aspetto, ogni volta. Io non attendo semplicemente l’incontro, lo costruisco dentro me, mi preparo a esso con tutto me stesso come a uno squarcio d’eternità, a un istante significativo capace di illuminare il buio dei giorni futuri. Tra la mia vita ordinaria e i nostri istanti di eterno insieme si è creato un circolo virtuoso, un’osmosi invisibile che fa sì che elementi dell’uno, mutando il loro vecchio significato, si inseriscano nell’altro arricchendone la sostanza: leggo libri che mi ispira la nostra esperienza comune e vivo la nostra esperienza anche attraverso i libri che mi capita di leggere, indosso abiti particolari per i nostri incontri e attribuisco una speciale valenza a quelli che ho indossato durante i nostri incontri, ecc… Ormai esperisco la vita attraverso la lente dell’eros, sono divenuto più sensibile e attento a ogni cosa, al più piccolo particolare, tanto che i dettagli apparentemente insignificanti in me acquistano peso e mi pare che da essi, non meno che da tutto il resto, dipenda la struttura finale del cosmo intero.
     Poi ti vedo arrivare. Affretti il passo come al solito. Quanto sei bella! Non basterebbero tutte le parole che l’uomo ha seminato in millenni sulla terra per racchiudere in forma ordinata la tua bellezza… la Bellezza manca irrimediabilmente di oggettività, e ciò la rende tanto più ambita e preziosa… Quanto sei bella! Il vento, con lieve soffio, ti scompone quel tanto che basta, sembra giocare coi tuoi capelli setosi, folti e dai riflessi d’oro che ricordano la criniera di un cavallo di razza al galoppo, rende più aderente la camicia bianca sul tuo seno meravigliosamente abbondante in un corpo snello come bassorilievo che si stacchi da una superficie, solleva a tratti la gonna scoprendo due gambe asciutte e tornite modellate forse da anni di danza. Ti immagino come una ninfa abitatrice di selve, come la fanciulla che rese folle d’amore lo stesso Apollo. Comprendo perché la bellezza abbia questo arcano potere sull’uomo, capisco perché il mito voglia il dio dell’intelletto in preda alla folle passione per la forma femminea della giovane Dafne. Già scorgo nettamente i tratti del viso.
     Il tuo sorriso è mutamento repentino di tutti i tratti, li piega alla propria urgenza: si stende curvando le estremità delle labbra in alto a sostenere zigomi decisi e ora più sporgenti, sovrastati da occhi più chiusi e brillanti, le narici subiscono una lieve dilatazione accompagnando il moto, si scoprono tutti i denti superiori. Che sorriso maliziosamente infantile! Nei tuoi occhi di smeraldo lucente sembra finire il mondo per sbucare, come da cunicoli oscuri dello spazio-tempo, in un universo parallelo e illuminato da questi due soli verdi quasi prigionieri del tuo viso, che fenditure a forma di mandorla, ora più chiuse per il sole abbagliante, lasciano scorgere solo a tratti: sembra quasi che la natura, consapevole dell’effetto che il tuo sguardo ha sul mondo, abbia deciso di moderare la sua epifania; ma quando siamo vicini, nella nostra intimità, nella stanza in cui la luce ha accesso secondo il nostro volere, quando pare che nessuno all’infuori di noi crei l’universo, allora quelle feritoie di sogno lasciano adito allo sguardo colmo… e mi perdo in te, nell’interno del tuo corpo, vi entro attraverso queste porte. Così tu mi avvinci: mi costringi a non fissare altro che i tuoi occhi, a tuffare me stesso nell’infinita possibilità del non essere. Questo sento di desiderare con ardore almeno pari al desiderio che ho di te: dalla tua bocca ricevere la droga dell’eterno, nei tuoi occhi placare l’ansia dell’anima, sul tuo corpo percorso incessantemente con le mani avvertire la natura delicata e imperitura del mondo…
     Il naso non piccolo ma disteso ed equilibrato, fa tutt’uno con il resto del viso; il collo è lungo e sottile; l’ovale leggermente allungato ma pieno di grazia; la bocca disegnata e procace, fatta di labbra rosse sufficientemente carnose e sensuali che chiudono denti non perfettamente regolari, e questa imperfezione ti dona quel valore aggiunto che hanno le cose vere. Sembra che un pittore abbia deciso per te tratti che insieme non fossero in contrasto. Se dovessi paragonarti a una pittura, sceglierei un quadro di Modigliani: suppongo che le sue modelle ti somigliassero molto e, se fossi io l’artista di un tuo ritratto, sceglierei senza dubbio il suo stile per esaltare attraverso l’esagerazione questi tuoi tratti particolari e bellissimi. Avrai più o meno trent’anni…
     Il proprietario/receptionist di quest’alberghetto dove fittano camere “a ore”, nascosto da palazzi antichi che ospitano prevalentemente banche, è di quelli “intrinsecamente discreti”. Infatti, tranne nel caso in cui si sia costretti a non rivelare qualcosa, di solito si può essere “intrinsecamente discreti” attraverso due vie, giacché la virtù della discrezione non si può improvvisare: o nasce insieme all’essere umano, come avviene per alcuni, o è una dote ereditaria che viene tramandata attraverso l’educazione da padre in figlio quando si fa un lavoro come questo: si tratta di un carattere evoluzionistico primario che tutti i proprietari e conduttori di un albergo a ore che, a memoria d’uomo, è stato sempre tale, da generazioni possiedono. E’ il loro viatico per la sopravvivenza.
     E così, a lui non importa minimamente chi siamo veramente, se siamo amanti clandestini, coniugi perversi, maniaci o ladri, lui non ci guarda neppure negli occhi, tale è la discrezione di cui si fa tramite. Si sarà pure chiesto qualcosa a proposito di noi, mi dico. Mi rispondo di no. E’ totalmente insensibile a queste cose, ormai. Annota il solito nome sul registro, ci fa apporre la solita firma improvvisata, ci porge la solita chiave della solita camera che, attraverso uno spiraglio rubato al cemento di due palazzoni nobiliari, guadagna una minima vista sul porto.
     Tutto è intimità in questo luogo, a dispetto della fama o, se si preferisce, della sua vocazione. La struttura vagamente retrò, studiata per inserirsi in un contesto di architetture non recenti, l’assenza dell’ascensore sostituita da scale con ringhiera in ferro battuto lavorato in stile art-decò, il legno che si insinua ovunque ce ne sia la possibilità fino a farsi parquet sul pavimento dei piani che ospitano le camere, in una sorta di cambiamento climatico interno tale per cui il pianterreno, invaso dalla moquette verde marcio, si trasmuta nel primo piano al termine della rampa, variando dolcemente la propria pavimentazione “vegetale” nelle calde assicelle brune disposte ordinatamente.
 

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