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Dolce creatura IIIdi Meliboeus Non hai ancora messo piede sul piano e, come ogni volta, ti levi le scarpe e i collant in un gesto istintivo e sensuale che fa salire subito il tuo potenziale erotico. Io mi adeguo velocemente togliendo scarpe e calzini, perché ho imparato a gustare questo piacere sconosciuto grazie a te. Nelle brevi frasi che ci scambiamo quando ci salutiamo nel nostro angolo del porto e qui sul piano mentre lo percorriamo fino alla camera, prima che il nostro mondo torni a compiersi nel silenzio, mi hai spiegato laconicamente: "Adoro il contatto con la terra e il parquet lo esalta". Parole sante! Camminare così mi fa sentire libero, è un preludio perfetto alla libertà che ora conquisteremo in due. Io non ti resisto. E mentre, come sempre, infili la chiave nella serratura e con dolcezza le fai fare un giro a sinistra, alle tue spalle, quasi un amante sconosciuto, ti cingo da dietro facendo aderire il mio corpo al tuo e accarezzando davanti il tuo ventre ansioso di ricevermi, in modo ritmico, con le palme delle mani e le dita distese che compiono un moto rotatorio ora dolce ora più deciso stringendo a tratti la loro preda, in un misto di tenerezza e istinto di consunzione. Sento che già arrivano i tuoi fremiti, come tremori diffusi nell’addome asciutto e vibrante quando le mie mani salgono a esplorare i tuoi seni pieni e invitanti, come calore che da te si sprigiona insistentemente mentre le mie labbra sfiorano dapprima il collo in prossimità delle orecchie e vi lambiscono con decisione i lobi, per dedicarsi poi a morsi di piacere lungo la curva della tua mascella fino alle guance rosse e infuocate per il godimento annunciato. Istintivamente inizi a muovere ritmicamente il bacino. Dai un primo colpo col culo sodo e intatto sul mio desiderio così turgido che credo ogni volta più duro, lungo e gonfio della precedente. E tu continui in questo movimento di una danza antica quanto il mondo che riporta l’anima a quando, ancora simili ad animali infoiati, l’uomo e la donna si univano così, uno dietro all’altra con le natiche di lei in evidenza come trofei di caccia esposti per il trionfo personale del maschio. Ora lo senti, percepisci nettamente il mio cazzo infiammato dalle tue rotondità meravigliose, e così insisti, il tuo movimento diventa affannoso quasi. Non scambiamo una sola parola ma è come se dicessi: "Prendimi, prendimi ora, scopami, scopami, scopami, con la lingua, con le mani, col tuo cazzo enorme e bollente, fottimi dietro, avanti, sono bagnata fino al culo e lungo le cosce, sono tutta lingua, mani, tette, culo, fica, entrami dentro, colmami, sbattimi, sfondami e muori dentro me di una morte calda e liquida…". La porta si schiude davanti a noi e, restando in questa posizione, avanziamo incapaci di riprendere un’andatura normale, ci muoviamo così, avvinghiati e vogliosi, fino a giungere appena dopo l’entrata. Io, con movimento automatico della mano, spingo indietro la porta che si richiude con un rumore secco; ho appena un minimo di lucidità per realizzare che non permetterei a nessuno di vederci insieme: sarebbe come violare un rito sacro e precluso a chiunque fuorché a noi stessi. Siamo ancora frementi e bagnati, ancora io dietro te con le mani che vanno dappertutto lungo il tuo busto scolpito; ora la tua mano inizia la nota ricerca del mio sesso: voltata così, come sei, la butti indietro e slacci con gesto carico di desiderio e impaziente la cintura e i bottoni, abbassi rapidamente i boxer e lasci che il mio cazzo svetti umido e tremante per la tensione mai provata. Sento le dita affusolate e calde che vi si chiudono sopra in un pugno dalla stretta lieve che a tratti diviene morsa di predatore; inizi a percorrerne la lunghezza fino alla base lentamente e poi risali fino alla sommità con decisione: è un movimento tanto piacevole quanto naturale. Ancora così, ancora, ancora. Ogni volta che scendi alla base trascinando con la tua mano la pelle è come se il mio desiderio esplodesse in un nuovo improvviso turgore livido. Mentre mi esplori con energia, le mie mani, ora sotto la tua gonna, tastano con delicata pressione il tuo segreto bagnato, sento che hai riempito le mutandine, sento scorrere il tuo fiume lungo l’attaccatura delle cosce, avverto sotto il velo degli slip le tue labbra gonfie e arrossate che attendono di inghiottirmi e bere il mio seme bollente. Con azione decisa, ti scosto di lato gli slip e inizio a esplorarti senza diaframmi… quanto sei bella!... sei anche più bagnata di quanto credessi… non sai quanto mi ecciti questa scoperta! Potrei anche non venirti dentro, non venire affatto con te… sarei già appagato pienamente da questa tua passione manifestata senza pudore. Sono già pago di quest’unione divina, e se il mio piacere oggi non fosse soddisfatto ma solo differito, sarebbe forse un vantaggio, perché fino al prossimo incontro vivrei dilatandone l’attesa fino a renderla gravida di una passione inesauribile e colma. Ecco, comprendo che è arrivato il momento. Ti sento eccitata fino all’eccesso, lo comprendo da tutto il tuo corpo, che è divenuto un unico brivido, dal ritmo martellante dell’ansimare soffocato e affannoso, dall’impugnatura stretta e dal movimento concitato della tua mano, dallo strusciare frenetico delle natiche sul mio nudo desiderio… Così, trattenendo ancora con una mano le mutandine di fianco, con l’altra dirigo lo strumento del tuo piacere più alto, la spada del tuo sacrificio, verso l’altare del tuo corpo, lungo le labbra rosse e tumide, percorse senza posa dalla tua voglia liquida, per affondare nella tua carne di vittima. No, ancora no. Prima, lungo gli argini del tuo ingresso celeste, muovo delicatamente la mia estrema propaggine, fino a incontrare il rilievo nascosto del tuo godere, lo sfrego ripetutamente e sento che non resisti più. Ora anche i peli che annunciano il tuo tesoro sono fradici del tuo umore impaziente. Come coltello rovente affonda senza resistenza nel burro che si disfa, così mi immergo con delicata decisione dentro te. E sento il tuo respiro placarsi per un attimo in una lunga emissione di piacere che dura quanto il tempo necessario a farmi penetrare tutto nel tuo antro primordiale; nel moto inverso che simula l’uscita, sento che inspiri fino a riprenderti tutto il fiato perduto… vorresti che continuassi così all’infinito… un’estasi fatta di puro piacere, il piacere di essere uno dentro l’altra… Siamo terra e cielo che si abbracciano all’orizzonte fino a perdersi reciprocamente, tu il calice che attende il mio liquore divino, io il tuo carnefice rituale che affonda nella carne la spada spietata… Ti muovi con più decisione, aumenti il ritmo, l’ardore genera un desiderio insostenibile nelle nostre carni fuse, le spinte del tuo culo all’unisono col moto del mio bacino ti fanno percepire interamente il mio lungo e duro piacere, mentre io non sento già più i confini della tua tana viscosa… spingi, spingi, godi, inebriati di noi… ci siamo, ci stiamo raggiungendo, arriviamo insieme… un ultimo strattone e una spinta definitiva… ecco… sì, sì, sì… ora sei colma del mio essere, inondata di sperma denso che si confonde in te col tuo umore, il tuo orgasmo arriva come tempesta silente, il tuo grido è strozzato, nulla può infrangere il silenzio che abbiamo deciso per il nostro piacere… il mio seme scorre lungo le cosce, trabocca come sangue effuso sull’altare e imprime il mio marchio su te, ti dice "Sei mia" senza parlare… e mentre sgorga e sgorga senza fine, continuo a muovermi, e così fai tu, per qualche minuto, come a voler prolungare il più possibile la nostra morte, mentre con la mano raccolgo i nostri umori intrecciati lungo le tue gambe nude e li spalmo con delicata carezza sulle tue natiche intatte… Tutto è compiuto… "Dolce creatura che esisti senza tempo e spazio, ti capita di invecchiare come tutti, ma per te non è che un debole accidente… ciò che resta sono le pieghe distratte nel tessuto del mondo donate in pura inconsapevolezza". Siamo noi, “dolce creatura”. Esistiamo in uno spazio in cui nient’altro esiste e il verbo creatore dimostra la propria inefficacia… non siamo più… per essere.
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