Il viaggio
di Pier Luigi


     Ormai collaudato autore di My Secret Diary, dopo "Lo specchio dei desideri", "La gita in montagna", "La casa sulla scogliera" e "Lui, lui e... l'altra", ci presenta oggi "Il viaggio". Buona lettura...


    
Quando si chiusero le porte di quel vecchio treno capì che tutto ciò che era stato fino a un attimo prima, era già ricordo. Un lungo sussulto spinse quel vecchio treno tra un singhiozzo e un balzo, cominciava così la lunga corsa. Il treno scorreva lungo la costa, lei era persa con lo sguardo oltre il finestrino, a guardare il suo mare, la sua spiaggia, le lacrime le rimasero appese agli angoli degli occhi, sapeva che doveva trattenere quel calore che sentiva dentro e lasciare che il suo viaggio proseguisse con serenità. Stava solo partendo, ci sarebbero stati altri ritorni, altri baci di benvenuto e poi altre partenze ancora. Questo non la consolava però. Pensava in cuor suo: Ma perché non posso rimanere qui a vivere nel mio paese, vicina alla mia famiglia, alle persone con cui sono cresciuta? Quanto dovrà durare ancora questo peregrinare? Ogni volta che partiva, lasciava una briciola del suo animo in pegno al grande mare. Il treno stava abbandonando la costa, ormai si vedeva solo una striscia blu all’orizzonte e una sottile lingua di sabbia che si perdeva fino a scomparire. Il rumore assordante del passaggio in una galleria e la mancanza della corrente improvvisa la scossero. Si adagiò nella sua poltrona, cercando di trovare una posizione comoda per quanto possibile, ma quel treno pullulava di gente, di pacchi e valigie sparse ovunque.
     Nelle sue manovre di assestamento, si accorse che la persona che le sedeva di fronte la fissava, la seguiva con lo sguardo. Si tolse i grandi occhiali neri e guardò dritto negli occhi quell’ignaro sconosciuto che, con audacia e un sorriso accennato, continuava a fissarla. Il suo sguardo fu acuto e tagliente, quell’uomo - arrossendo - capì di essere forse stato un tantino invadente e abbassò gli occhi. Lei si rimise quegli occhiali scuri che segnavano la linea di confine tra lei e tutto il resto del mondo. Ritornò alla sua compostezza, accese l’i-pod e si lasciò andare alla musica a occhi chiusi. Voleva star sola, voleva che tutto il resto si azzerasse. Era come se in quel treno fosse lei l’unico passeggero. Per un attimo si addormentò, poi si svegliò di colpo quando il treno, accompagnato dallo stridere dei freni e dal puzzo delle pasticche metalliche, segnalò l’arrivo in una delle tante stazioni che in quel viaggio si sarebbero alternate. Una boccata d’aria, pensò, anzi una sigaretta; di colpo prese la borsa, mise il cappello, percorse a passo lungo il corridoio e scese lungo la pensilina. Finalmente accese la sigaretta, la prima boccata era sempre quella più desiderata, quel sottile piacere che si succedeva all’attesa rendeva quel momento ancor più unico. Gettò a terra la cicca senza guardare, si apprestò a salire sulla scaletta che l’avrebbe riportata in quel treno. Salì il primo scalino e trovò nel corridoio, con le spalle appoggiate alla porta, quell’uomo che in silenzio e in disparte la osservava. Fu lì che decise che forse il suo viaggio sarebbe potuto diventare piacevole.
     Passò accanto all’ uomo, lo sfiorò e, facendo finta di nulla, si diresse nella sua postazione. Si lasciò andare nella poltrona. Le lenti scure dei suoi occhiali non coprivano i tratti del viso di quell’ uomo. Aveva occhi grandi, scuri, allungati. Il naso fiero e perfetto. Le labbra superiori più pronunciate di quelle inferiori, rendevano la bocca di quel uomo terribilmente desiderabile. Sì, decise che quell’uomo le avrebbe allietato il viaggio, ancor solo agli inizi. Ritornarono ai loro posti, lei frugò in uno zaino, prese il suo libro e cominciò a leggere. Quel libro la appassionava, mancavano poche pagine ormai alla fine e decise che lo avrebbe chiuso solo dopo essere arrivata in fondo all’ultima pagina. L’uomo la guardò incuriosito, quella donna aveva qualcosa di magnetico, qualcosa che non riusciva a decifrare ma che terribilmente calamitava la sua attenzione. Quella massa di ricci rossi e ribelli erano distribuiti sulla schiena, qualche ricciolo le ricadeva sul viso, qualcuno si fermava sulle spalle. Il viso, coperto naturalmente da quegli occhiali che fungevano da saracinesca, aveva dei tratti decisi, era impossibile definire quel viso, né tondo, né ovale, né allungato. Lei leggeva il suo libro mentre lui cercava di decifrare i suoi pensieri. La donna accavallò le gambe e, con il piede, gli sfiorò la caviglia, lui pensò che quel contatto fosse dovuto al gesto di accomodamento, lei sorrise in modo accattivante, poi abbassò lo sguardo e si immerse nuovamente nella sua lettura. Lui sperava che quel piccolo incidente potesse essere l’inizio di una timida conversazione ma, quando capì che la sua improbabile interlocutrice era presa da altro, lasciò andare la testa sul sedile, rassegnato, chiuse gli occhi e cercò di riposare. Lei decise che quel uomo non poteva riposare, il suo libro era ormai alla fine e il viaggio era ancora lungo. Gli accarezzò con il piede la caviglia, lentamente. Poi lo infilò sotto l’ orlo e gli sfiorò la gamba. Con la massima naturalezza, come se fosse stato il gesto più ovvio e normale in quella circostanza. Lui rimase immobile, con la testa di lato e un'espressione di simile imbarazzo, lei capì la sua esitazione e la sua titubanza, e per lui fu la fine.
     Si tolse gli occhiali, voleva che quell' uomo la guardasse dritta negli occhi. Questo gesto lo confuse, quella donna lo stava sfidando apertamente. Incurante degli altri passeggeri, lei continuò a toccare con il piede le gambe di quell'uomo che ormai riusciva a stento a star fermo e a fingere noncuranza. Lei percepì che la schiena di quell'uomo si irrigidiva contro lo schienale, l’espressione del viso divenne tesa, nervosa, sentì che i suoi muscoli guizzavano al suo tocco. Non si erano scambiati nemmeno una parola, lei decise che non c’era alcun bisogno di parlare e non proferì sillaba. Con un gesto lento portò il piede lungo la gamba di quell'uomo, fin su al ginocchio per poi fermarsi tra le sue gambe. Lui spalancò gli occhi, quel gesto lo aveva colto alla sprovvista ma, poiché la situazione lo attraeva terribilmente, decise che sarebbe stato al suo gioco e che l’avrebbe lasciata fare. Ormai voleva vedere fin dove si sarebbe spinta quella bizzarra donna e cosa sarebbe successo. Il contatto del piede con i suoi pantaloni smentì in modo inequivocabile la sua calma. Lei rimase piacevolmente stupita da quel contatto fortuito e sfacciato. Sentiva chiaramente che la desiderava. Il desiderio che aveva per lei. Era una solida e tangibile realtà.
     Le piaceva osservare l’espressione di stupore che si dipingeva sul viso di quell'uomo: era un insieme di incredulità e di profondo e mai scoperto piacere, quello strano gioco lo rendeva protagonista di un desiderio mai espresso, voleva che quella donna lo trascinasse oltre quelle barriere che la sua educazione collegiale aveva imposto. Lei colse quell' attimo di sublimazione. Gli occhi di lui brillavano di quella luce che nasce dalla combustione della passione, la desiderava. Voleva sentire l’aroma della sua pelle, voleva perdersi tra i suoi capelli. Voleva sentire quel seno notevole contro il suo torace. Lei si sfilò il maglione, era come se leggesse nella sua mente, rimase con quella magliettina che lasciava poco spazio all' immaginazione. Aveva un seno bellissimo. Lui strinse i pugni, si morse il labbro, si portò una mano sul viso, la sua espressione divenne inquisitoria, non riusciva più a reggere la tensione, i bottoncini di metallo sulla patta dei pantaloni stavano diventando dolorosi, molesti. Si aspettava da lei un gesto, un invito a uscire da quello scomparto, desiderava che quella donna alleviasse le sue pene.
     Quel piede torturava e accarezzava i suoi desideri, mettendo alla gogna la sua resistenza. Con un gesto misurato si alzò dal sedile guardandola fissa negli occhi, sperando che lei in quello sguardo cogliesse la sua richiesta di seguirlo, poi si diresse con passi esitanti verso il corridoio. Rimase per un periodo indefinibile, che a lui sembrò interminabile, con le spalle contro la porta del bagno. Il desiderio che aveva di quella donna non accennava a sfumare, anzi, più pensava a lei più la sua fantasia lo costringeva a desiderarla. Un sorriso di rassegnazione gli incurvò le labbra, che stronza pensò stava giocando con lui, era lei a gestire la situazione, quella donna aveva in pugno i suoi desideri Con passo misurato, si apprestò a riprendere il proprio posto. Lei lo ignorò. Rimase con lo sguardo perso nel paesaggio che scorreva, veloce come i suoi pensieri. Avrebbe voluto afferrarla dai capelli e trascinarla fuori in corridoio, prenderla senza alcuna reticenza, non gli piaceva essere trattato come un oggetto e poi ignorato. Il treno rallentò la sua corsa, stavano per entrare in stazione, lei prese la borsa e corse verso il portellone, aveva voglia di fumare. Sapeva che lui l’avrebbe raggiunta, rimanendo in disparte. Fumò la sua sigaretta, si sgranchì le gambe e si avvicinò alle scalette per risalire. Quell'uomo le tese la mano con un gesto di raffinata eleganza, lei non rifiutò il suo invito e risalì sul treno. Sfilò la mano dalla sua, gli afferrò il viso e gli passò la lingua sulle labbra. Lui rimase sconvolto da quella sfacciataggine e da quel sorprendente piacere che gli fece esplodere dentro, la afferrò per le spalle, la prese per i lunghi capelli con gesto deciso e la trascinò a sé; lei reclinò la testa offrendogli tutto lo splendore di quel collo lungo, lui sentì la pressione del seno sul suo petto, desiderava baciarla, ma la sua esitazione fu troppo tangibile, lei afferrò quell’attimo di titubanza e riprese possesso della situazione. Aprì la porta della toilette e lo spinse contro la parete libera di quello spazio angusto, si avvicinò a lui, gli infilò la lingua in bocca e ci fu un lungo bacio di quelli che annullano tutto il resto.
     Poi si scostò da lui, lo accarezzò con audacia. Infilò una mano tra i suoi pantaloni e cominciò a frugarlo, lui trattenne il respiro, non riusciva a credere a ciò che gli stava succedendo. Ciò che lei trovò le piacque terribilmente. Quell'uomo era un bell' esemplare di maschio, pensò. Gli aprì i pantaloni con gesto deciso, lui sospirò, certo che lei volesse solo provocarlo, ma quando lei si abbassò sulle ginocchia non ebbe più modo di pensare a nulla. Lei portò le sue labbra su quell' oggetto del desiderio, desiderava sentirlo fremere, desiderava sentirlo gemere. Quella donna lo trascinò in un delirio di passione in continua ascesa. Quella lingua guizzante fu il mezzo vettore per la follia. Fu un caleidoscopio di luci e colori, perse la cognizione del tempo e dello spazio e si abbandonò a quel superbo piacere.






1 Commento:
- Commento postato da Giovanni Altieri il 27 febbraio 2010
Scritto molto bene, poetico, romantico, perfino erotico ma... corto, pudico.






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