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I
maschi di Hiri
Idi Emma Piccin Emma ha 32 anni e di sé dice: "Amo l'erotismo e tutto ciò a esso connesso. Mi affascina conoscere dove la mente umana può spingersi in questo mondo così vario, per arrivare sempre alla stessa conclusione ogni volta: niente nel Paradiso del sesso è scontato e niente è trasgressivo". Buona lettura... Ogni giorno, appena si sveglia, la guardo mentre allunga le gambe abbronzate e le braccia affusolate tra le lenzuola. La guardo e mi viene voglia di lei. Lei si alza e la guardo ancora, dopo averla osservata dormire, dopo averne scrutato le movenze al risveglio, dopo averla spiata mentre scende dal letto con la sua sottoveste micro di colore baby che le scopre appena, mentre compie quel movimento, il suo fondoschiena nudo per poi riscendere sulla plica del gluteo inferiore, accarezzando il corpo slanciato ma allo stesso tempo morbido e formoso. Quando l’ho conosciuta, Hiri aveva sedici anni e a diciotto me la sono sposata per averla sempre qui, con me, in questo letto in cui mi vedo invecchiare mentre lei sboccia e ogni giorno è più donna. Non parlava bene la mia lingua, allora, ma non era importante come parlava ma ciò che con la bocca mi faceva. La sua lingua, Hiri, la usava per altro e la usava così bene che, sin dalla prima volta in cui mi ha assaggiato, mi ha fatto perdere al testa. La mattina la seguo in bagno, mi piace vedere tutto quello che fa e non voglio perdere un istante a scrutare il suo corpo. La guardo mentre assonnata si stropiccia gli occhi come una bambina e, seduta con le gambe composte, fa la pipi. Le chiedo di aprire un po’ le gambe e di farsi guardare mentre il suo liquido esce dalle labbra chiuse e per me questo scarto mattutino è solo acqua, acqua di Hiri, e la sua fonte un fiore profumato, giovane, pieno di mistero. Mentre guardo la sua pipì lei sorride e con una mano si schiude la passerina perché sa che questo gesto mi ecciterà moltissimo facendomi diventare duro il mio membro nascosto tra le mutande, come se avessi preso una confezione intera di Viagra. Tutto orgoglioso della mia virilità mi spoglio e mi infilo nella doccia con lei: mi piace insaponare tutto il suo corpo mentre emette dei graziosi risolini aspettando qualcosa di più da me mentre gioca anche lei a lavarmi insaponando il mio pene eretto superbamente davanti a lei. Usciamo dalla doccia e mi dedico ad asciugarla tutta, a Hiri, per poi ribagnare con la mia saliva tutto il suo frutto pieno di nettare, il suo pistillo, i suoi petali schiusi. Lei all’inizio sorride e poi inizia a gemere e i suoi capezzoli diventano duri duri così se li strizza un po’, poi mi fa cenno di smettere e inizia a succhiarmi lei, facendomi salire il sangue al cervello e facendomi sentire un ventenne. Quando sente il mio membro turgido e impaziente nella sua bocca mi supplica di penetrarla e, mettendosi davanti a me e al mio uccello con le gambe tutte aperte, aspetta vogliosa. Qui però succede l’inevitabile per me. Qualcosa di innaturale forse per chiunque ma non per me e per come vivo la donna che mi ha stregato. E’ come se non volessi rompere quell’incanto e così, dopo averle sfiorato la fica con la cappella gonfia, le dico di girarsi e glielo infilo in mezzo al culo. Oppure la lascio così, prona, ma poi il mio uccello scivola giù in mezzo alla sua fica e la assaggia per poi scivolare ancora più sotto, tra l’apertura dei suoi glutei e così, sollevandole un poco le gambe, lei non fa in tempo a dire di no che io sono già entrato nel suo buco stretto, che si trattiene inizialmente per poi rilasciare intorno al mio uccello tutto il suo spasmo. La mia ossessione è quella di preservare la passerina della mia Hiri dalla violenza del mio sesso che entra dentro di lei. Ogni giorno voglio solo guardare le sue labbra attaccate, chiuse, mentre il suo culetto è aperto . Davanti chiusa, dietro aperta. L’ho scopata solo quando ci siamo sposati, per una settimana forse, nutrendomi del suo nettare come un vampiro per poi osservarla ogni volta dopo aver sfilato la mia banana dalla sua albicocca. Quello che vedevo era una cavità non più aperta ma ancora schiusa, forse ancora pronta a godere e a ricevere godimento. Così, già due anni fa iniziai a pensare che quella fica doveva restare chiusa solo per essere leccata, baciata, accarezzata e spiata. Da allora il mio estremo godimento mi portò a pensare che, ogni giorno, avrei voluto conservare le grandi e piccole labbra di Hiri e la sua apertura a goccia solo per me per poi concedermi solo quando avrei deciso io. Forse mi avrebbe desiderato così tanto da essermi stata sempre fedele. Forse. Quando si veste inizia il mio tormento e la sfida giornaliera con me stesso per controllare la mia gelosia e convincermi che veramente lei è solo mia. Che nessuno può prendersi il corpo della mia Hiri. Si mette le mutandine trasparenti, si mette il reggicalze, non porta il reggiseno sotto la camicetta bianca, si infila la gonna. Ma dove va vestita così? Cosa ci fa al lavoro vestita così? Mi sento male se immagino cosa potrebbe fare, perché so in fondo che è tutto vero, non è la mia immaginazione. Hiri non può essere solo mia. Mi sorride come per tranquillizzare i miei pensieri, poi mi accarezza il viso ed esce dalla camera tutta stretta nel suo cappottino nero sagomato. La penserò, penserò che domani devo smetterla e decidere di farlo, sì, domani le romperò la fica col mio cazzo, forse ho fatto male a non accontentarla, magari uno più giovane di me si prenderà oggi quello che io non mi sono voluto prendere. Domani sarà diverso. Sarò un altro. Devo farla godere di più. Deve uscire da qui con un’indigestione di sesso. Deve andare via con la passerina dolorante, sazia degli orgasmi che le ho regalato. Non le farò il culetto questa volta, solo la passerina. Prenderò il farmaco per evitare l’impotenza. Lo prenderò appena mi sveglio così sarò pronto ancor prima di vederla fare la pipì. Anzi, la stupirò. Non sarà la routine. La aspetterò sul letto col cazzo eretto come un ragazzo che ha ben riposato e che si sveglia al massimo della forma. Lei è mia. Hiri: "Buongiorno Dr. Carani". Dr. Carani: "Buongiorno. Venga nel mio studio". Hiri entra nella stanza grande e poco luminosa. Le porte in legno sono pesanti così come l’arredamento di quell’ufficio, classico ma un po’ troppo vecchio stile perché arredato dal padre anziano del suo giovane capo. Il tavolo in legno massiccio è pieno di cose d’argento inutili: cavallini, un candelabro a sei braccia senza candele, parecchi porta penne, svuota tasche pieni di monete e di ferma fogli. Una grande lampada con paralume in filigrana diffonde una luce gialla un po’ retrò. Il lampadario principale è grande e in cristallo, appeso al centro della sala come se questa, invece di un ufficio, fosse un salone antico delle feste. Il grande divano rosso in pelle sull’altro lato della stanza di fronte al tavolo è poggiato su una parete di specchi e invita a pensieri scorretti che ogni giorno attraversano la mente non solo di Hiri, ma anche di Luca Carani, che si eccita già ogni volta che lei varca la soglia di quella porta e che se la vede lì, in piedi, con la camicetta semiaperta e la gonna che le scivola aderente sul culo.
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