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cucinadi Giovanni Messinese cinquantacinquenne, Giovanni ha da poco terminato un corso di scrittura creativa presso Giulio Perrone Editore e alcuni suoi racconti inediti sono stati pubblicati in diverse antologie. "La sfera affettiva è l'origine delle storie che scrivo, dove gli attori indossano le loro certezze fatte di debolezze, recitando sulla scena dei vizi capitali, nostre migliori virtù. Scrivo quello che ho subito nella vita, modificandolo con la fantasia, manipolandolo con la fantascienza, ustionandolo con il sesso, mortificandolo con l'horror, stressandolo con la psicologia". Per scrivere a Giovanni, cliccate qui. Buona lettura... La sera del tredici marzo ero di servizio in ospedale, controllavo le cartelle cliniche dei pazienti che avevo ricoverato in corsia, riscontro che eseguivo sempre prima di andarmi a sdraiare nella stanzetta. Mi vibra il cellulare nel taschino del camice, lo prendo, guardo il display: è lei. Dopo avermi fatto un resoconto della giornata lavorativa - e assicurato che il nostro bambino dormiva - Marina, mia moglie, mi augura una buona nottata. Una brava donna davvero, una ragazza sorprendente che credevo non riuscisse a fare tutto quello che è in grado benissimo di fare: cucinare, stirare, allattare, andare in piscina, in palestra, cucire, rammendare e altre attività che vedevo lontano da lei anni luce quando eravamo fidanzati. Le sue occupazioni prima del matrimonio erano lo studio e lo shopping, come chiama lei quell’attività, dispendiosa, molto esosa, di ricerca spasmodica di capi firmati. Io non sono così, ho imparato durante la naia a lavarmi calzini e mutande, spazzare, spolverare e lavare i pavimenti, stirare. Cucinare qualcosa l’ho appreso da mia madre e, per quanto riguarda l’abbigliamento, non ho mai preteso tanto, non ricerco assolutamente la firma, i marchi che invece lei preferisce e pretende. Finisco di leggere l’ultima cartella e faccio un giro in corsia, poi dico agli infermieri che mi apparto e m’incammino verso la stanzetta. Quando finalmente sono ben sdraiato, con il libro aperto e pronto a rilassarmi, sento il trillo del cellulare. Che palle, impreco e mi alzo col busto dal letto per tendermi col braccio verso il taschino del camice. Una voce di uomo artefatta, un suono canzonatorio, una frase tagliente e, per finire, un sogghigno beffardo, una ricca risata che fa più suggestione di quanto mi riferisce. In fretta mi alzo, mi rivesto, prendo la giacca ed esco dalla stanzetta. Corro in corsia, scendo le scale come un indemoniato. Guido come un folle in mezzo alla strada, attraverso la notte, la taglio di netto, spezzo il contatto con la ragione, motivato da un istinto furioso, furente per essere stato informato, inviperito per quanto apprendo. Scendo dall’automobile, non chiudo, non spengo il motore, guardo al terzo piano e la luce della cucina è accesa. "Sono lì quei bastardi". Apro il portone, l’ascensore, la porta di casa e mi lancio sull’orgia in cucina. Marina mi guarda atterrita, spaventata. Seduta in vestaglia, tiene in braccio il nostro bambino che poco prima dormiva, prima che io mi avventassi come un pazzo in quella cucina. Piange impaurito il piccolo, spaventato dal rumore che ho procurato lanciandomi sulla porta e sbattendola sul frigorifero. Un boato nella cucina, una bomba notturna. "Dio mio!". "Dio tuo cosa?", mi chiede lei con un filo di voce, con il volto turbato dal sonno, con gli occhi inumiditi e le braccia raccolte a proteggere il pargolo dalla mia irruenza. Mi siedo accanto a loro, le racconto la telefonata. "Uno scherzo di cattivo gusto", è il suo commento finale. La aiuto a rimettere il bambino nella culla e quindi le tiro su le coperte fino al collo, la bacio sulla tempia e torno al lavoro. Ritrovo l’automobile aperta, il motore acceso, guardo la finestra della cucina, la luce è spenta e, lento, mi riavvio verso l’ospedale. Rientro nella mia stanzetta, prendo il libro sul pavimento e lo riappoggio sulla brandina, mi svesto e mi rimetto coricato. Non posso vedere e nemmeno sapere che, nella cucina di casa mia, un uomo sta prendendosi un caffè assieme a Marina, che se la ride di quella corsa disperata. Lui, quell’uomo, aveva organizzato tutto: la telefonata, registrare il filmato della mia irruenta comparsa in cucina, quell’uomo che - se l'avessi visto in faccia - avrei riconosciuto. Una relazione fatta di sesso e di filmati, registrazioni, di scherzi al telefono, di mie prestazioni con Marina che venivano rivedute, commentate e rese ridicole. Nella mia stanzetta non potevo vedere Marina che si faceva amare da quel nostro caro amico d’università, si faceva sbattere violentemente come non avevo mai fatto e mai immaginato di fare. Non potevo sapere che era perversa al punto di piegarsi davanti al lavabo della cucina, mettere la testa sotto il rubinetto mentre quell’uomo la possedeva mangiando della frutta. Non potevo sentire i gemiti, i singhiozzi di Marina e le sue incessanti richieste... "Non fermarti...", "Continua...". Quando lui se ne andava da casa nostra, la baciava teneramente sulle labbra e poi usciva scendendo con cura le scale fino al primo piano ed entrava nel suo appartamento. Io non potevo saperlo quando, a volte, lo chiamavo per farmi dare una mano in casa per risolvere qualche problemino elettrico, idraulico, rimettere un vetro rotto. Non potevo immaginare che Marina preferiva fare l’amore in cucina anziché nel lettone, in quel grande letto che aveva lei scelto, il nostro nido d’amore, la nostra alcova. Cosa c’era in cucina che la eccitava così follemente? Mi svegliai di prima mattina e mi feci subito la barba, poi una doccia e quindi andai nella cucina della corsia dove trovai un profumo di caffè che mi ammaliò. C’era davanti a me l’infermiera che aveva fatto il turno di notte, una brava ragazza, anche carina, ma non avevo mai rivolto nei suoi riguardi niente che non fosse professionale. Davo del lei a tutti i paramedici, e loro a me, a differenza dei miei colleghi che non facevano eccezioni. Matteo, l’aiuto del primario, lo trovai una volta in particolari atteggiamenti con la capo sala, abbracciati nello stanzino delle scope. Entrai per caso e, in tutta fretta, uscii facendo finta di non vedere, di non aver guardato Elena con la gonna alzate. Né Matteo né Elena mi dissero mai niente, tanto meno io! Porgendomi la tazzina del caffè, l’infermiera di notte mi sfiorò la mano e io la guardai negli occhi con semplicità mentre i suoi ridevano, risplendevano. Aveva la camicetta leggermente sbottonata e potei ammirare in un attimo un bel seno turgido. Mi allontanai verso la finestra e guardai fuori il chiarore che ridava luce a quella notte vissuta in maniera anomala, singolare, alla telefonata, alla corsa spasmodica e spericolata, alla faccia di Marina sorpresa e preoccupata di quell’invasione in cucina. Alle otto in punto mi diedero il cambio e potevo tornarmene a casa e così pensavo di fare, mentre un campanello in corsia iniziò a suonare. Nessuno accorreva! Guardai il corridoio alla ricerca di qualche infermiere, del collega che aveva ricevuto il rapporto della nottata, ma non c’era nessuno. Mi precipitai nella stanza dove si accendeva la luce rossa e suonava il cicalino. Un uomo agitato nel letto reclamava assistenza, voleva un aiuto per andare in bagno, urgentemente. Mi precipitai nell’astanteria. Vuota! In cucina. Vuota! Dove erano finiti tutti? Aiutai quell’uomo ad alzarsi, lo accompagnai in bagno e attesi che avesse finito le urgenze e quindi lo riaccompagnai nella sua stanza, nel suo letto. Ritornai in astanteria. Vuota! Rientrai in cucina. Il collega e i due infermieri stavano bevendo un caffè e discutevano delle ferie da prendere a Natale. Dissi loro che avevo dato una mano al diciotto, il numero di letto del paziente, e mi guardarono appena. "Lei dov’era?", domandai innervosito all’infermiera che non fece in tempo a rispondere, preceduta dal mio collega che con calma rispose per lei, dicendomi che lo stava aiutando con il trentaquattro. Il trentaquattro aveva attacchi d’asma. Dissi che me ne andavo a casa. Un lieve saluto dai presenti, un gesto meccanico, distaccato del capo e ritornarono a dialogare sugli sci nuovi e la preferenza di Bormio a Madonna di Campiglio. Giunto a casa parcheggiai l’automobile nello spazio previsto ed entrai nell’edificio incontrando l’amico del primo piano che, in giacca e cravatta, mi saluta calorosamente inondandomi di profumo. Entro in casa avendo cura a non fare rumore. Vado dritto in camera e vedo i miei amori che riposano ancora. Marina come mai non è al lavoro? Ci dovrebbe essere la babysitter! Mi accosto al letto e la vedo, dorme. La sveglio con un bacio. "Carlo, amore, sono stanca, lasciami dormire". Mi drizzo di scatto. Lascio la camera e m’incammino in cucina. Appoggio la borsa sul tavolo. Lei mi raggiunge. "Buongiorno tesoro. Ci prepariamo il caffè?". La guardo. Ha il viso sconvolto, graffi sul collo, una ciocca di capelli appiccicati. Apro il frigorifero per prendere il latte e, tra le provviste, scorgo il suo perizoma nero. Lo prendo incurante del cartone di latte. Lo tengo ben esposto con due dita in modo da farlo notare anche a lei, a lei che per niente turbata allunga una mano per ripigliarlo. "Che ci fai con Carlo?". Marina mi guarda serena! "Mi hai chiamato Carlo poco fa". "Può darsi", mi risponde. "Ho intenzione di chiamarlo per la finestra del bagno che non si chiude bene". "Poco fa hai sussurrato 'Carlo, amore, sono stanca, lasciami dormire'". Marina mi guarda tranquilla! "Un lapsus freudiano, normal operation. Pensavo a lui e ho visto te. Un banale lapsus freudiano". "E il perizoma lasciato tra il barattolo della marmellata senza tappo e il burro?". Marina mi guarda imperturbabile! "Non è casuale, ma è quello che pensi tu". "Carlo è un desiderio continuo che, quando affiora e tu non ci sei, trova il mio soddisfacimento". La cucina cominciò a rotearmi intorno, il soffitto scendeva lento, le pareti si comprimevano su di noi, un freddo intenso m’investì da dentro le carni scuotendomi come un fuscello. La cucina era divenuta stretta, piccola, continuava a restringersi, come una pressa mi si accostava tutta intorno e Marina rimaneva impassibile a guardarmi, con un sorriso lieve sulle labbra, una fessura sarcastica, mentre la riduzione della stanza continuava e si affollavano delle immagini di satiri, demoni, di donne lascive nella mia mente e tremavo ancora di più. Nostro figlio si sveglia, un lamento che si trasforma in pianto. La cucina ritorna a essere com’è sempre stata, ampia, luminosa, accogliente. Lei mi continua a guardare. Fuori della finestra un sole opaco espande un chiarore giallastro su tutta la città, un mantello giallognolo che mi attira, mi attrae, mi chiama e mi tira a sé. Marina si alza ed esce dalla cucina. Vado verso la finestra e apro le imposte. Torno indietro fino alla parete opposta alla finestra e prendo una rincorsa veloce, liberatoria, e come faccio al mare d’estate salto nel vuoto, m’inarco nel nulla per poi ripiegarmi all’ingiù per tuffarmi. Volo ordinato come un gabbiano, plano come una foglia, una piuma sospinta e sorretta dall’aria e poi scendo, precipito, finisco. Non potevo vedere adesso il mio corpo conficcato sulla cancellata, Marina dietro il vetro in camera, sentire mio figlio singhiozzare, ridere i miei colleghi nella cucina del padiglione mentre scivolo nei loro commenti su di me. La finestra della cucina è rimasta aperta, qualcuno la chiuderà. |
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