Lo specchio dei desideri
di Pier Luigi


     Pier Luigi è un nuovo autore di My Secret Diary. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie come "Donne, un universo infinito, poesie e..." e "Frammenti di cielo". Sta lavorando a una terza raccolta di poesie dal titolo "Stelle gialle - il martirio del popolo di David", un suo piccolo contributo per non dimenticare quello che è stato l'Olocausto. Se volete scrivere all'autore, potete farlo qui. Buona lettura...


    
Sabrina si versò ancora del vino, ne bevve un sorso e poi, in silenzio, con indifferenza, come se Maurizio non ci fosse per niente, si tolse la camicetta. Rimase in gonna e reggiseno. Poi posò su di lui un lungo sguardo.
     Quello sguardo mise Maurizio in imbarazzo perché non ne capiva il senso. Lo sguardo che lei aveva posato su di lui era uno sguardo non di amante, ma di domande interiori. Lei si tolse la gonna. Prese la mano di Maurizio e lo fece girare verso un grande specchio, senza lasciargli la mano continuò a guardare nello specchio ora se stessa ora lui, senza parlare. Vicino allo specchio, c'era un tavolino su cui era posata una maschera di raso nera. Lei si chinò a prenderla e se la mise.
L'immagine mutò di colpo, ora nello specchio si rifletteva non più Sabrina, ma una donna in mutandine e reggiseno, bella, inaccessibile, indifferente, sensuale. Quella donna nuda teneva per mano un uomo, non più Maurizio. Lei non si era spogliata per invitarlo a fare l'amore, stava solo giocando quella farsa, un uomo, una donna nuda in procinto di fare l'amore. Lei rimase ancora un lungo e interminabile momento immobile a guardarsi nello specchio. Lui la coprì di baci. Non le chiese di fare l'amore, lui non capiva quel gioco raffinato che lei gli stava chiedendo. Dopo un po', stanco di quella scena che non capiva, la salutò e si apprestò a uscire dalla camera.
     Sabrina era rimasta sola, dopo averlo accompagnato alla porta, ritornò davanti allo specchio. Era sempre in mutandine e reggiseno, si vedeva con le gambe nude, con le mutandine sottili, trasparenti, attraverso le quali s'intravvedeva il triangolo scuro del suo sesso. La biancheria intima rilevava la sua grazia femminile, quella mascherina la sensualità nascosta, anonima, ma che era in lei prepotente. Se la tolse e di colpo la scena cambiò, adesso lo specchio rimandava l'immagine di Sabrina in mutande e reggiseno, quel gioco sottile non c'era più e si vide solo donna. Si rivestì per andare in ufficio.
 
     Sabrina e Maurizio stavano cenando in un ristorante fuori Praga e bevevano un ottimo vino rosso. Lei era taciturna.
     "Davvero non sei arrabbiata?", le chiese Maurizio.
     Lei lo rassicurò. Era ancora confusa e non sapeva se doveva essere contenta oppure no. Pensava al loro incontro nel vagone letto per Praga. Allora sarebbe voluta cadere in ginocchio davanti a lui e supplicarlo di tenerla con sé, di non mandarla via. Come voleva che quella strada piena di tradimenti da parte sua potesse un giorno o l'altro finire, ma ora che lui le aveva chiesto di sposarlo, non sapeva cosa fare, non era certa di amarlo fino al punto di condividere il suo futuro insieme a lui. Anche perché in fondo era Enrico che ancora amava anche se era già quasi un anno che non aveva notizie di lui. Avrebbe voluto fermarsi, azzerare tutto e ritornare alla partenza di quel viaggio. Non gli aveva dato una risposta e non contava ancora di dargliene.
     Finirono di cenare e uscirono dal ristorante. Tornarono a piedi all'albergo. Coppie di fidanzati, approfittando dell'aria mite, si scambiavano tenerezze agli angoli delle strade. Arrivarono all'albergo di lei, il portiere la salutò con un largo sorriso. Salirono subito in camera. Poi Sabrina rimase a lungo in bagno a lavarsi mentre Maurizio la aspettava a letto sotto le coperte. Come sempre la lampada del comodino era accesa. Lei, quando faceva l'amore, voleva vedere il suo uomo, carpire i suoi attimi di piacere; per questo teneva sempre accesa la lampada. Invece Maurizio teneva gli occhi chiusi nell'amore e per Sabrina questo era la negazione del piacere. Quando tornò dal bagno, Sabrina spense la luce, era la prima volta che lo faceva. Proprio a causa di quegli occhi chiusi quella sera Sabrina aveva spento la luce. Quando Maurizio si dimenava su di lei con gli occhi serrati, per Sabrina era un corpo senza anima, senza sessualità, gli occhi erano lo specchio del desiderio e vi potevi vedere in quell'attimo il tumulto intenso della passione. Lei non voleva vedere più quelle palpebre abbassate.
     Quella notte fece l'amore con lui con più impeto che qualsiasi altra volta, eccitata dalla consapevolezza che sarebbe stata l'ultima. Aveva già preso la sua decisione. Stava facendo l'amore con lui ed era già lontana altrove. Com'era pure lontano il tempo in cui lei, dopo l'abbandono di Enrico, aveva deciso di lasciare l'Italia, per un lungo periodo, decisa a dare una svolta definitiva alla sua vita. Per questo aveva accettato quell'incarico alla succursale della sua ditta a Praga. Allora era fermamente decisa di non ritornare mai più in Italia, Enrico l'aveva fatta soffrire troppo. Adesso non era più così fermamente convinta della scelta che aveva fatto, sì il lavoro le piaceva, Praga era una città bellissima, e nei primi tempi Maurizio le sembrava l'uomo ideale. Con lui aveva vissuto dei momenti veramente unici fatti di passione e di tenerezze, ma adesso aveva scoperto una nuova Sabrina che non conosceva e che non pensava neanche esistesse in lei. La sensualità, il raffinato piacere del sesso che Enrico aveva saputo risvegliare in lei ai tempi della loro relazione era poi proseguito con l'incontro con Maurizio. Sabrina sempre più spesso si fermava adesso a pensare all'amore, decisa fino in fondo ad assaporarne le sue mille sfaccettature.
     Aveva deciso di lasciare Maurizio non perché lui la tradisse, lo lasciava perché lui non riusciva più a coinvolgerla nella sua sessualità. E poi aveva conosciuto Angelica, la nuova direttrice della filiale della sua ditta a Praga. Una donna bellissima, sensuale, intrigante, con cui aveva subito instaurato un'intesa profonda che andava ben oltre il buon rapporto di lavoro. Subito era nata quell'amicizia fatta di sguardi intensi e di frasi velate di complicità. Sabrina la mattina non aspettava altro che il momento per precipitarsi da lei e parlarle, gli riusciva a trasmettere una carica sensuale insolita, con la sua voce dolce e roca. Più di una volta era stata presa dal desiderio di stringerla a sé dietro un impulso nuovo e inspiegabile. Quando poi in ufficio iniziarono a circolare con sempre più insistenza quelle voci sulla sua sessualità diversa, ancora di più si era sentita attratta da Angelica, da quella sua aria così particolare. Brividi, le attraversarono il corpo quando capitava che involontariamente si sfiorassero.
     Dopo quella sera Sabrina aveva lasciato Maurizio, lui non ne aveva capito il perché e non le aveva chiesto tante spiegazioni, aveva solo preso atto che lei era uscita dalla sua vita e che questo non lo faceva soffrire più di tanto. Era stato un periodo molto piacevole ma ora era finito. Sabrina si trovò nuovamente sola ma la cosa non le dispiacque, presa com'era nella scoperta di questa nuova emozione che la stava coinvolgendo sempre di più. Arrivò presto in ufficio, quella mattina. Voleva essere lì quando Angelica sarebbe arrivata, voleva parlare un po' del lavoro ma soprattutto ritagliarsi un attimo di tempo per scambiare con lei i propri pensieri. Arrivò che invece Angelica era già alla sua scrivania, non c'erano ancora molti impiegati in ufficio per cui si diresse subito verso il suo ufficio.
     "Buongiorno Angelica, ti disturbo?", chiese Sabrina affacciandosi alla porta.
     Angelica alzò lo sguardo dalle carte che erano sulla sua scrivania e lo posò dolcemente su Sabrina.
     "No! Vieni pure, ti stavo aspettando".
     "Stavi aspettando me?", chiese Sabrina meravigliata.
     "Sì, sai, volevo chiederti se ti andava domani di accompagnarmi a Varsavia, devo incontrare dei clienti e non mi va di fare il viaggio da sola in macchina con tutta questa neve", disse Angelica tutto d'un fiato tenendo quei suoi occhi verdi puntati su di lei. "Poi, se vuoi, potremmo fermarci un giorno o due nella mia casa vicino Varsavia. Mi farebbe piacere farti vedere i posti dove sono nata".
     "Se tu me lo chiedi, non vedo come potrei non accettare", disse Sabrina.
     "Non vorrei interferire con i tuoi impegni, anche perché dovremmo star fuori fino a domenica, visto che domani è già venerdì", disse ancora Angelica.
     “Non ho impegni, né altri programmi per il fine settimana”, rispose prontamente Sabrina.
     Intanto Angelica si era alzata dalla scrivania e, facendo un largo giro, si era avvicinata a lei a poca distanza dal suo viso. Sabrina non poté non notare quei lineamenti perfetti del suo volto e quegli occhi verdi, intensi, che Angelica teneva continuamente puntati nei suoi. Era così vicina che poteva sentirne il respiro lento e il calore che il suo corpo emanava, nuovamente ebbe quell’impulso di abbracciarla lì, all’istante, tanta era la carica sensuale che lei trasmetteva. Angelica sembrò accorgersi dello stato d’animo di Sabrina, le sue labbra carnose si aprirono a un tenue sorriso, alzò una mano, le accarezzò il volto dolcemente facendo finire la sua carezza sotto i capelli, dietro la nuca. In quell’attimo qualcuno bussò alla porta dell’ufficio.
     “Avanti”, disse Angelica ritornando verso la scrivania.
     “Sono arrivati quei clienti che lei aspettava, posso farli accomodare?”, disse Margherita, la responsabile dell’ufficio acquisti, gettando allo stesso tempo un’occhiata incredula e maliziosa a Sabrina, meravigliata di vederla lì a quell’ora.
     Intanto Sabrina, come pietrificata da quel tumulto di sensazioni, non trovava la forza di andarsene né di parlare. Fu Angelica che, ritornata fredda e impassibile, parlò per prima.
     “Allora ci vediamo domattina, passo a prenderti al tuo albergo alle otto, va bene?”, chiese gettandole uno sguardo di complicità.
     “Sì certo”, rispose Sabrina.
     Uscì dalla stanza con ancora il cuore in tumulto. Mai prima le era capitato di pensare a una donna e a qualcosa di più che di un rapporto di amicizia. Ora per la prima volta sentiva attrazione fisica verso un'altra donna. Stava già pensando a quel viaggio. Per tre giorni avrebbe condiviso con lei tutto quanto e la cosa la eccitava enormemente. Cercò di concentrarsi sul lavoro, non ci riuscì, troppi pensieri le ronzavano in testa. Non rivide Angelica per tutta la giornata, sperava che nella pausa pranzo si facesse vedere, voleva parlare con lei del viaggio ma questo non avvenne, per cui nel pomeriggio, finito il lavoro, rientrò in albergo.
     Il telefono verso le otto di sera squillò insistentemente mentre Sabrina era in bagno sotto la doccia. Riuscì comunque a prendere la comunicazione, dall’altro capo una voce femminile, inconfondibile.
     “Pronto Sabrina sono Angelica, ti disturbo?”, disse la voce al telefono.
     “No! Perché dovresti disturbarmi, stavo preparando la valigia per il viaggio di domani”, disse Sabrina mentendo mentre s’infilava un accappatoio. “Volevi qualche cosa Angelica?”.
     “Semplicemente sentirti perché per tutta la giornata non ci siamo più viste, veramente non ti secca di accompagnarmi in questo viaggio?”, gli chiese lei senza convinzione con il tono della voce basso e sensuale.
     “Ti ripeto che non mi crea nessun problema, non ho impegni e non c’è nessuno che mi aspetta a cui debba rendere conto di quello che faccio”, aggiunse Sabrina.
     “Perfetto, domattina alle otto sono da te, buonanotte”, disse Angelica chiudendo la conversazione al telefono.
      Alle otto Sabrina scese giù nella hall dell’albergo per attendere Angelica, ma la trovò già lì che la stava aspettando. Le andò incontro abbracciandola come una vecchia e cara amica. Sabrina non poté non notare, mentre sprofondava nelle sue braccia, il suo abbigliamento: indossava degli attillati jeans verde acquamarina e un caldo maglione di cachemire azzurro intenso che faceva risaltare quel suo fisico perfetto e atletico. E poi aveva quel profumo cosi avvolgente e caldo. Si staccò da lei a malincuore ma dovevano andare, Angelica indossò il pesante cappotto e uscirono dall’albergo. Il viaggio verso Varsavia fu piacevole nonostante la grande quantità di neve sulle strade che però erano sgombre e pulite in modo perfetto. Lungo il viaggio parlarono a lungo, soprattutto fu Angelica a raccontare molto della sua vita, della sua casa a Morton, dove sperava di condurla una volta libere dagli impegni di lavoro. In quella casa era nata e lì era iniziata e cresciuta la sua diversità di donna, di cui lei sicuramente sapeva o si era accorta. Le spiegò di come fin da bambina avesse sempre preferito la compagnia e i giochi maschili a quelli che le bambine facevano con bambole e carrozzine. Il padre, un grosso professore, un luminare della medicina rimasto vedovo quando Angelica aveva appena sei anni aveva - dopo un primo periodo di sconcerto - accettato di buon grado quella diversità della figlia, che preferiva montare a cavallo e scorrazzare per prati e colline invece di rimanere con bambole e bambolotti a giocare accanto alla governante. Angelica le confessò di quanto quella sua diversità le avesse pesato all’inizio e di come poi crescendo, con i primi innamoramenti per le coetanee, avesse conosciuto la gioia di corresponsioni di affetto, ma anche tante delusioni e cattiverie, e di come esistessero tanti pregiudizi nei confronti delle donne come lei, soprattutto nella sua nazione, la Polonia. Poi le disse di quando, compiuti i diciotto anni, avesse convinto il padre a mandarla a studiare prima a Parigi e dopo a Oxford. A Parigi, in quella città cosmopolita e aperta, aveva finalmente iniziato a vivere la sua diversità alla luce del sole, legandosi a una sua coetanea e vivendo con lei liberamente quella relazione che molti al suo paese ancora non capivano e condannavano. Poi quell’amore era finito. Le disse che altri amori erano arrivati a sostituirlo, amori più o meno lunghi, più o meno intensi. Dopo gli studi a Parigi erano seguiti i master a Oxford e poi era iniziata la sua carriera lavorativa, salendo in fretta i gradini di una rapida carriera all’interno di quella multinazionale, fino all’incarico nella filiale di Praga. Lì aveva conosciuto lei, Sabrina, e le era subito piaciuta, con quella sua aria pensierosa e triste. Aveva notato che anche lei non le era indifferente. Le disse apertamente che le piaceva e che si stava innamorando di lei ogni giorno di più, perché sentiva che anche lei stava provando attrazione per lei.
     Angelica, con la più completa naturalezza, le chiese infine che cosa lei provasse nei suoi confronti e se avesse mai avuto o pensato a una relazione con un’altra donna, se tutto quello che le aveva raccontato avesse cambiato l'opinione che aveva di lei. Sabrina non rispose subito, per tutto il tempo era stata ad ascoltarla, troppo presa a capire le nuove sensazioni, che lei sentiva pressarle dentro, poi facendosi coraggio le disse: “Angelica, non ho mai vissuto una situazione così. Tu sei molto bella, anzi lo sei fin troppo, ma non riesco a pensare a te come a un’amante, non so cosa voglia dire amare una donna… Però è vero che anch’io mi sento attratta da te, ma allo stesso tempo sono anche spaventata Angelica”, disse Sabrina girandosi verso di lei arretrando un po’ sul sedile della macchina. E continuò: “Sono spaventata per questa cosa che non conosco, mi spaventano le emozioni che sento dentro di me, mi spaventa la determinazione che mostri verso questo tuo modo di amare in maniera diversa, la forza che metti nell’amore e il modo che hai di confessarmelo”, aggiunse Sabrina. "Io sono molto confusa Angelica, aiutami a capire il tuo amore… lo desidero veramente”.
     Angelica fermò la macchina sul lato sicuro della strada in uno spiazzo libero da neve facendo un lungo sospiro e si protese verso il volto di Sabrina per darle un bacio. Quel gesto sorprese Sabrina, che arretrò ancora di più sul sedile della macchina e girò il volto in modo istintivo, riuscendo solo a dire: “No, così non voglio Angelica, non sono pronta a questo, cerca di capire”.
     “Sì, scusami Sabrina, sono stata una sciocca”, disse Angelica con la voce tornata bassa e calda, allungando una mano verso il suo volto per forzarla delicatamente a girarsi verso di lei.
     Sabrina si girò e vide a pochi centimetri dal suo volto il viso perfetto di Angelica, quei suoi occhi verdi smeraldo diventati ancora più brillanti del solito che la stavano scrutando intensamente. Vide le sue labbra, belle e carnose, ed ebbe l’impulso di baciarla, ma non lo fece, stupita dai suoi stessi pensieri, rimanendo in silenzio senza muoversi.
     Angelica, riacquistata la calma necessaria, si allontanò da lei riprendendo il suo posto alla guida della macchina; mentre ripartiva, le disse dolcemente: “Non volevo ferire i tuoi sentimenti Sabrina, non succederà più se non sarai tu a volerlo e ti chiedo nuovamente scusa”, e ripresero il viaggio.
     Non ci furono altre parole fra loro, prese ciascuna a sondare i propri pensieri che volevano risposte.
     Arrivarono a Varsavia nel primo pomeriggio e subito incontrarono i clienti per cui erano venute. Sabrina ebbe subito l’impressione che Angelica nel trattare si comportasse in modo molto professionale, e che volesse concludere l’affare in fretta e velocemente. La firma arrivò presto a siglare un buon contratto, grazie alla bravura di Angelica e alla buona introduzione di Sabrina. La conclusione liberò cosi tutte e due dai loro impegni di lavoro; ora potevano concedersi quasi due giorni di completo riposo e relax.
 
     Nella splendida serata che volgeva al termine Angelica portò Sabrina a Morton, la casa dove era nata, in quel piccolo paese alle porte di Varsavia. A Praga, Angelica era stata combattuta fra l’opportunità di coltivare quell’amicizia nuova con Sabrina e quella di rilegarla al solo rapporto di lavoro. Adesso era libera di mostrare Morton a Sabrina, Angelica lo fece con gravità, come se vi fosse qualcosa di sacro in quel primo contatto della sua amica con casa sua, come se Morton stessa potesse comprendere che la venuta di quella piccola ragazza castana era in qualche modo di grande importanza per lei. La casa, una bella villa costruita nei primi anni cinquanta alla periferia del paese con un giardino immenso e grosse piante che con gli anni l’avevano reso un bel bosco fitto e buio, più che una casa era una fattoria con tanto di stalla e tanta terra coltivata intorno, una piccola tenuta. Visitarono la casa; alla fine entrarono perfino nel vecchio studio del padre, un luogo sacro per lei. Dalla casa proseguirono verso le stalle piene di cavalli, e tutta seria Angelica le parlò di Edrik, il fattore, che con la famiglia accudiva la tenuta durante le sue assenze. Sabrina ascoltava, ostentando un interesse che era ben lungi da provare: i cavalli le facevano paura, ma le piaceva sentire la voce piuttosto roca della ragazza, un tono così candidamente giovane; ne era affascinata. Quando un cavallo la annusò e poi soffiò attraverso le narici come in segno di disapprovazione, Sabrina si spaventò terribilmente e balzò indietro con un grido acuto, tanto che Angelica dovette dare una pacca all’animale sulla sua lucente spalla mora.
     “Smettila, Lampo, suvvia!”.
     E Lampo disgustato, andò a soffiare sulla sua avena per esprimere la propria indignazione verso la nuova arrivata.
     Angelica e Sabrina lo lasciarono e presero a vagare per il grande giardino coperto da una coltre di neve candida e immacolata. Angelica pensò che Sabrina somigliasse a quel manto, era così candida e pallida che Angelica le disse con voce soave: “Sembri appartenere a Morton".
     Sabrina sorrise di un sorriso lento, interrogativo.
     “Lo pensi davvero, Angelica?” .
     E Angelica rispose: “Sì, perche Morton e io siamo una cosa sola”.  
     Sabrina comprendendo il senso di quelle parole, si affrettò a dire: “Oh, io non appartengo a nessun posto… Hai dimenticato che sono straniera”.
     “Io so solo che tu sei tu adesso”, ribattè Angelica.
     Camminarono in silenzio, mentre la luce cambiava e si affievoliva, sempre più dorata e tuttavia più elusiva. Gli uccelli che amavano quella strana luce cantavano ora soli poi tutti insieme. Volgendosi a Sabrina, Angelica rispose a voce alta al canto degli uccelli: “La tua presenza, qui, mi rende molto felice”.
     “Se davvero è così, allora perché sei cosi restia a chiamarmi per nome?”, chiese Sabrina.
     “Sabrina…“, mormorò Angelica e disse: “Sono poco più di tre settimane che ci conosciamo… Com’è sgorgata in fretta la nostra amicizia. Immagino che fosse scritta nel destino. Eri terribilmente spaventata quel primo giorno al Lowel quando ci hanno presentato; perché eri così spaventata?”.
     “Sono spaventata anche adesso… Ho paura di te”, rispose lentamente Sabrina.
     “Eppure sei più forte di me”, disse Angelica.
     “Sì, ed è proprio per questo che ho paura, mi fai sentire così forte… lo fai apposta Angelica?”.
     “Bé… forse, sei così fuori dal comune, Sabrina”.
     “Davvero?”.
     “Certo, non lo sapevi? Diamine sei completamente diversa da tutte le altre persone”.
     Angelica tremò un poco: “Ti dispiace?”, balbettò.
     “So solo che tu sei tu adesso”, la prese in giro Angelica, sorridendole di nuovo, ma si protese ad afferrarle la mano.
     Qualcosa nella forza vitale di quella mano la inquietò nel profondo, tanto che Angelica strinse le dita.
     “Chi sei, esattamente, Angelica?”, mormorò Sabrina.
     “Non lo so. Continua a tenermi la mano così… stringila ancora di più, mi piace il contatto delle tue dita”, le disse Angelica con voce tremante dall’emozione.
     “Angelica, non essere assurda!”.
     “Continua a tenermi la mano, voglio sentire forte il contatto con le tue dita”, disse lei con il respiro più veloce.
     “Angelica, mi fai male, mi schiacci gli anelli!”, lei allentò la stretta.
     Adesso erano sotto gli alberi del parco da cui si vedevano i due laghi della tenuta, i loro piedi calpestavano la neve fresca che scricchiolava al loro passaggio. Mano nella mano, s’inoltrarono in quel luogo di profonda pace, una quiete che solo il loro respiro affannoso disturbò per un momento. Sabrina aveva il cuore che le stava scoppiando in seno, troppo forte quella nuova emozione che ancora non capiva, ma che voleva continuasse.
     “Guarda”, disse Angelica, e indicò un cervo che passava lontano nel bianco riflesso. “Guarda”, disse, “questa è Morton, dove tutto scorre in pace. E tutta questa bellezza, tutta questa pace è per te, perche adesso con me tu fai parte di Morton”.
     “Non ho mai conosciuto la pace, non è da me… non penso che potrei trovarla qui, Angelica”.
     E, mentre parlava, lasciò cadere la mano della giovane, scostandosi un po’ da lei.
     Angelica continuò a parlare appassionatamente ma in modo gentile. La sua voce pareva quasi quella di una che stesse sognando.
     “E’ adorabile la nostra Morton. Nelle sere d’inverno questi laghi sono quasi ghiacciati e il ghiaccio al tramonto li fa sembrare coperti di lastre d’oro. Ti porterò ancora a vederli, se vuoi. E al ritorno potremo sentire l’aroma dei ceppi di legno sul fuoco molto prima di vederli, e ameremo quel buon odore perché significa casa, la nostra casa a Morton, saremo pieni della pace di questo posto”.
     “Angelica… no!”, disse Sabrina vedendo Angelica così trasformata, che intanto fissava i laghi in lontananza come in trance. Angelica continuò: “Siamo parte unica di Morton, perché ci amiamo cosi profondamente tu e io, perché siamo così perfette, una cosa compiuta, non due persone distinte, ma una sola. E il nostro amore splende come una grande fiamma, tanto che non dovremmo più avere paura del buio, potremo scaldarci al nostro amore, distenderci insieme, e le mie braccia ti cingeranno…”.
     S’interruppe di colpo e si fissarono a vicenda, capì di essersi spinta troppo oltre, stava correndo il rischio di sconcertare Sabrina.
     “Ti rendi conto di quello che stai dicendo?”, sussurrò Sabrina, stupita nel conoscere una donna totalmente diversa.
     E Angelica rispose: ”So solo che ti amo, e che nient’altro al mondo conta più per me”.  
     Poi, forse perché quella sera incantevole nel gelo frizzante della notte che si stava apprestando, era impregnata di un bizzarro, immateriale spirito di avventura e stimolava un senso di strana, pervasiva dolcezza, Sabrina si avvicinò di un passo ad Angelica, poi di un altro, finché le loro mani si trovarono a contatto. E tutto quello che Sabrina era, che era stata, che sarebbe stata, forse l’indomani stesso, si fuse in quel momento in un impulso possente, un bisogno imperioso, e quel bisogno era Angelica. Il bisogno di Angelica era adesso il suo stesso, sospinta com’era dalla sua cieca e incosciente volontà di appagamento. Allora Angelica prese Sabrina fra le sue braccia e la baciò con ardore sulle labbra, come un amante. Sabrina cedette a quel bacio nuovo per lei, lo trovo dolce e delicato, diverso dai baci maschili che fino allora aveva avuto. Per un attimo le fecero ricordare i baci di Enrico, lui baciava così, in modo delicato. Angelica la baciava senza forzare la sua bocca, quasi temesse di essere troppo audace. Fu Sabrina che aprì la sua bocca travolta da quella passione nuova e diversa. Persero ogni cognizione del tempo, ogni senso della ragione, ogni altra cosa tranne la consapevolezza ognuna dell’altra, nella morsa inesorabile della passione.
     “Bambina”, ansimò, “mi puoi capire?… O sì, tu puoi capirmi, e io ti amo!”.
     E adesso lei aveva la ragazza tra le braccia, le baciava gli occhi e la bocca mentre le sussurrava piano: “Sabrina… Sabrina…”.
     Tutto passò in fretta sotto gli occhi di Sabrina, come attraverso la moviola di un film, vide lei e Angelica che rientravano nella grande casa, dove mani esperte e discrete avevano acceso il fuoco nel caminetto della grande sala, e adesso vi regnava un delizioso tepore; vide Angelica che la stava spogliando con gesti lentissimi, mentre continuava a baciarla. Vide le sue mani che stavano spogliando Angelica, copiando gli stessi suoi gesti, vide loro nude l’una di fronte all’altra avvolte solo dalla luce della fiamma del cammino che adesso ardeva scoppiettando. Poi Angelica per un attimo allontanò da lei Sabrina per ammirare quel suo nuovo amore nella sua splendida nudità, ma subito la attrasse a sé in un lungo ardente abbraccio vinta da tanta bellezza e sopraffatta dal desiderio, riprese a coprirla di baci su tutto il corpo. Sabrina sopraffatta chiuse gli occhi lasciandosi cadere di peso sul grande divano; quando gli riaprì, vide sopra di lei il volto di Angelica trasformato in una maschera di piacere e i suoi bellissimi occhi verdi erano diventati delle fessure sottili allungate come quelle di un magnifico felino pronto a ghermire la sua preda. I baci di Angelica si fecero sempre più audaci toccando tutti gli angoli più segreti del suo corpo, la sua bocca non risparmiò un centimetro della sua pelle e le sue labbra e i suoi baci furono caldi e dolci insiemi, la lingua poi un dardo infuocato, un pungiglione pronto a succhiare il nettare d’ambrosia che inevitabilmente prese a sgorgare da lei copiosamente.
     Fu l’estasi più completa, il godimento più alto, al culmine Sabrina sotto la lingua impazzita di Angelica lanciò nell’aria il suo grido di dolore ed estasi: “Oh, Angelica, amore mio continua… sto impazzendo, non voglio che tu smetta mai”.
     Mentre il corpo, era ancora scosso dai sussulti del piacere con voce roca, disse: “Dammi la tua bocca Angelica, fammi sentire sulle tue labbra il sapore del mio godimento”, poi calmatasi un po’, proseguì: “Staremo sempre insieme vero Angelica?”.
     “Con te ho trovato il piacere che cercavo, e poi ti amo”.
     Angelica non rispose, l’attirò a sé e la baciò. Fu un bacio dolce e appassionato, e altri ne seguirono...







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