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Parigidi Elisa G. Torinese di 23 anni, per lei scrivere è come volare sulle ali della fantasia per andare in un mondo tutto suo. "Il mio sogno un giorno è pubblicare un romanzo. Difficile, ma non impossibile". Questa è la storia di una segretaria e del suo direttore che partono per un viaggio di lavoro a Parigi che, in questa città magica, diventerà qualcosa di più. Elisa è qui su My Secret Diary grazie a un amico che le ha presentato la strada... il racconto è dedicato a lui. Se volete scrivere all'autrice, potete farlo cliccando qui. Buona lettura... Il sole batte insistente tra i miei capelli, la mia nuca è bollente, le guance scottano così tanto da riscaldarmi le mani fredde, ghiacciate, ricche di emozione quando ogni volta lo vedo e incrocio il suo sguardo attraverso il vetro che ci separa. Mi alzo, le rotelline della sedia bianca raschiano il pavimento come un treno che frena sui binari morti, abbasso lievemente le veneziane, oscuro lo studio, la penombra mi è sempre piaciuta, mi sento protetta, sicura. Aggiustandomi la gonna grigia noto che, sulla coscia destra, la calza autoreggente nera si sta bucando, sospiro nel pensare a quanto vorrei essere nuda tra le sue braccia, spogliata da questi inutili indumenti, viva come solo so essere con lui, donna, amante, femmina. Sono stanca di lavorare, mancano ancora tre ore prima di scappare nel mio rifugio, nella mia piccola ma accogliente casa, una profonda tristezza mi accarezza gli occhi bagnandomeli di quella rugiada salata chiamata lacrima, non mi piace aprire la porta e sentire quel silenzio che avvolge quelle mura, nessuna parola, nessuna carezza, nessuno sguardo d'amore, di passione. Il mio ufficio lo divido con un'altra persona, la segretaria del signor Rossi, un signore anziano, rotondo, con una strana faccia da cotechino, guance rosse, quasi viola, labbra sottili e due occhi che sembrano due bottoni neri, senza nessuna luce, senza nessuna emozione ma con la sola espressione sporca di farsi tutte le donne che incontra. Anch'io sono caduta nella sua trappola, anch'io sono finita a letto con lui, anch'io mi sono fatta coinvolgere dalle sue parole ma per me, al contrario delle altre, l'essere andata a letto con lui significava fare un dispetto al mio più grande amante. Nessun coinvolgimento emotivo, nessuna parola, nessuno sguardo dolce, solo un'avventura selvaggia, violenta, animale; ricordo ancora le sue mani sudate sui miei fianchi mentre spingeva il mio sedere sul suo pene piccolo ma duro, ricordo il mio disgusto nel sentirlo dentro di me, ansimare con la sua pancia che mi sfiorava i glutei e il suono ripugnante delle sue palle contro la mia pelle liscia e arrossata. Ogni volta che mi vedeva in ufficio mi faceva quel terribile occhiolino, la punta della sua lingua asciugava - agli angoli della sua piccola bocca a ciabatta - una finta bava e quando si accorgeva della mia indifferenza alzava le spalle, apriva la porta del suo ufficio e tutto era finito, la sua speranza di riprovare quel momento era morto per sempre e non sarei stata di certo io a farlo resuscitare. Nella nostra vita incontriamo molte persone, molte di esse ci fanno del male e noi, alla fine, non fidandoci più di nessuno, tendiamo a scambiare le poche buone in cattive perché le nostre paure, nate da esperienze negative, ci annebbiamo la mente con la fuliggine delle nostre insicurezze. Purtroppo ne ho conosciute molte di persone arroganti e crudeli, una di queste è il signor Rossi, innocuo signore benestante ma con un cuore avido e assetato di un potere immortale che solo Dio possiede. Non mi lusingava ricevere le sue avance, non provavo nulla per lui, niente emozioni, niente amore, niente stima. Io volevo e amavo il signor Lorenzo Gigli. Il mio capo. Miliardi di pensieri e di fantasie giocavano con la mia mente quando vedevo il suo fisico snello ma muscoloso, maturo ma sportivo, i suoi due tatuaggi visibili, una scritta che partiva dal gomito e si estendeva fino al polso, ho sempre provato curiosità nel sapere cosa ci fosse scritto ma non sono mai riuscita a leggerla, impazzivo quando intravedevo tra i suoi capelli ricci, ribelli, il cuore tatuato dietro l'orecchio, tante volte ho sognato di baciarlo e sfiorarlo, adoravo i suoi occhi color cioccolato, la sua pelle abbronzata dall'ultima vacanza ai Caraibi con sua moglie e la sua bambina di tre anni. Lo amavo. Lo volevo. "Valentina devi disdire i miei impegni di domani e dopodomani. E devi disdire anche i tuoi". La sua voce mi sveglia dai miei desideri, lo guardo con uno sguardo assente, ma appena focalizzo la sua richiesta alzo il sopracciglio, lui sorride. "Sì, lo so, avrai tantissimi impegni ma dobbiamo partire per due giorni. Andiamo a Parigi, devo incontrarmi con un altro direttore, la conosci la rivista Vogue, vero?". Annuisco. Sento i miei muscoli atrofizzati, sono così contenta che non riesco a muovere nemmeno un dito della mano ma, dentro di me, il mio cuore e il mio corpo ballavano un tango assassino. "Ti prego di non portarti dietro mille valigie, lo so come siete voi donne, per voi niente è abbastanza, ma sono solo due giorni, quindi un piccolo bagaglio. Ti aspetto con i biglietti all'aeroporto, mi raccomando, abbiamo il volo alle dieci, arriva per le sette". Annuisco e, mentre sparisce nel suo studio, sorrido e gioco con una ciocca di capelli, sono così contenta, elettrizzata che potrei fare la maratona di New York in soli trenta secondi e per di più con i miei tacchi da dodici centimetri. "Vale non ci credo, ma ti rendi conto?". La voce di Sara mi risveglia dai miei sogni, oggi mi sento sulle nuvole, non so perché ma forse è la volta buona che il mio desiderio si trasformi in realtà. "Sì, sono così felice...". "Farei cambio volentieri con te, sono stufa del signor Rossi, parla sempre di te e mi tocca sempre il culo". Alzo le spalle, mi dispiace, so cosa vuole dire, è difficile lavorare per quel verme di uomo. "Spero che il suo atteggiamento con te migliori", dico sincera anche se, in cuor mio, so benissimo che se nasci tondo non puoi morire quadrato. "Già... Tu, invece, promettimi che quando torni mi racconti tutto, e quando dico tutto intendo davvero tutto". Mi fa l'occhiolino, io rido e chiudo gli occhi, sospiro e penso ai miei due giorni da sogno. La città eterna degli innamorati è oscurata da tanti nuvoloni grigi e neri che condensano il cielo in un'ampolla di vetro trasparente. A Parigi piove ma è così bella, romantica, affascinante che quelle piccole goccioline che si infrangono sul parabrezza dell'auto trasformano il tutto in pura poesia. Ogni volta che il mio sguardo incrocia un parigino o la Torre Eiffel o un negozio di moda, una parte di me ritorna bambina. Io e Lorenzo siamo seduti vicini in un taxi con un autista arabo, l'interno dell'auto sembra una moschea, immaginette sacre, le foto piccole delle torri gemelle disintegrate e uno strano rosario, in cui al posto di Gesù Cristo c'è un mitra in legno. L'odore di bagnato, di tabacco e di incenso donano un sapore acido e amaro ai miei timori e segreti più remoti. Ho paura, terrore di queste persone, di queste menti pazze e assetate di false giustizie e ipocrite religioni, sono esausta dell'ignoranza della gente così assatanata dal suo credo, dalla sua fede troppo profonda verso un Dio che, forse, non esiste. Lorenzo percepisce il mio stato d'animo perché sono già due volte che mi sorride e mi stringe la mano destra, ho i guanti di lana nera mentre la sua pelle calda annienta quella barriera, il suo calore mi entra dentro come un lampo spezza il cielo. Il suo contatto risveglia la voglia tremenda e intensa che ho di lui, della sua bocca, delle sue mani, del suo corpo, tutto su di me. L'albergo è il più prestigioso e il più costoso di Parigi. Appena entriamo io vengo rapita dalle sue luci e dall'eleganza che avvolge l'edificio. Lorenzo sta parlando in francese con il direttore di quel paradiso e quando parla con questo accento mi eccita profondamente. "Stanza 53 la mia e 56 la tua". Abbiamo entrambi la tessera magnetica per aprire le nostre porte, io tengo il trolley con la mano sinistra mentre la destra solleva la mia borsa di Gucci, lungo tutto il corridoio si sono create delle piccole gocce disegnate dal mio ombrello bagnato. "Trovata!". Si ferma, posa il suo borsone da calcio sgualcito e, serio, si appresta ad aiutarmi a trovare la mia stanza. "Eccola, è solo due porte più avanti alla mia, se hai bisogno bussa... per qualsiasi cosa Valentina". Annuisco e, mentre striscio nella fessura la tessera, spingo il trolley dentro la stanza, lentamente, buttando la mia borsetta sulla poltroncina bianca davanti a un bellissimo letto matrimoniale con un piumone rosso fuoco, mi ci tuffo dentro e chiudo gli occhi.
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