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Parigi
IIdi Elisa G. E' sera quando mi sveglio, sento bussare, la camera è buia ma la luce dei lampioni fuori dalla finestra dona una leggera penombra che mi permette di vedere dove metto i piedi e di aprire la porta. Appena la luce violenta del corridoio sfiora i miei occhi addormentati mi ritraggo come un vampiro scappa davanti a un raggio di sole. "Buonasera signorina". Lorenzo con un sorriso mi dona una rosa bianca, io la prendo con le mie mani fredde e l'annuso così intensamente da sentire i miei polmoni tossire di dolore. "Ti devi assolutamente vestire, andiamo a cena e incontriamo questo direttore dei miei stivali". Ammicca e, salutandomi con la mano, chiude la porta, mi fa segno di aspettare sotto nella Hall. Non so cosa mettermi, in questi casi noi donne diventiamo così insicure da rinunciare ai nostri migliori appuntamenti. Velocemente mi spoglio, vado in bagno, apro l'acqua calda della doccia, con la punta delle dita dei piedi sento il calore di quel liquido trasparente che con le sue piccole gocce mi coccola il corpo, i capelli, le labbra. Apro la bocca, l'acqua mi entra in gola, tossisco e mentre mi guardo i seni sodi e bianchi vedo i capezzoli così duri da sembrare due piccole caramelle alla fragola. La schiuma bianca crea alla base della doccia uno strano manto bianco, sembra neve e cotone insieme. Uscendo dalla doccia un freddo pungente mi avvolge il corpo in una morsa ghiacciata, prendo velocemente l'asciugamano rosso e, asciugandomi, immagino che il mio tocco leggero siano le mani audaci e sicure di Lorenzo. La mia mano sfiora i seni, gioca con i capezzoli, la pelle morbida, liscia, profumata; scendo, il mio ventre piatto e fertile, scendo nuovamente fino a sentire l'umore del mio frutto proibito che molti uomini vorrebbero ma che io voglio dare solo all'uomo che riesce ad accendere il corpo come il sole che luccica nel cielo d'agosto. Mi siedo sull'angolo del letto, nuda, l'asciugamano per terra, mi distendo, ansimo, è un gioco, un gioco pericoloso ma bellissimo, una partita a scacchi tra me e il piacere. Immagino le sue mani su di me, la sua bocca che mangia tutto quello che vuole, voglio essere la sua mela, il suo frutto del peccato, la sua donna e il suo giocattolo d'amore. La mia mano calda si fa spazio nel mio calore più profondo, gioca col clitoride gonfio pronto a essere baciato, accarezzato, leccato. Ho voglia di lui, questo desiderio mi sta affaticando, mi sta facendo impazzire di dolore, una sofferenza fisica difficile da spiegare e impossibile da comprendere. Guardo l'ora, non ho tempo per regalarmi minuti di estasi, devo vestirmi e alla fine, mentre decido di mettermi un vestito blu di seta, prendo l'intimo nero di pizzo e cotone, perizoma e reggiseno, autoreggenti e scarpe decolleté col tacco di undici centimetri, adoro i tacchi, rendono più femminile una donna e la trasformano, se li sa portare, in una regina di eleganza. Sorrido mentre mi vesto, penso a quanto siano ingenui alle volte i maschi, pensano che noi siamo ingenue bambine, stupide, ignoranti, ma quando capiscono che siamo noi a decidere tutto - con chi fare l'amore, chi conoscere, cosa dire, come agire - si sentono così scemi da scappare via al secondo appuntamento. Non siamo attrici e loro non sono marionette, noi siamo solo corpi con una testa e un cuore e come tali facciamo in modo di prenderci chi vogliamo e, se possibile, per sempre. L'uomo è uomo, i maschi ragionano con la testa che hanno in mezzo alle gambe e col cuore piccolo che batte nei loro villosi o depilati petti; se la donna è brava, li ama e loro amano lei, il cuore cresce e qualche volta riesce a ingannare e annientare la tentazione che gli dona la loro testa, il loro desiderio chiuso nella patta dei jeans. L'ascensore è accompagnato da un ragazzo in divina rossa, alto, magro, biondo e con uno sguardo malizioso e profondo. Gentilmente mi fa segno di accomodarmi e io, con passo svelto, mi siedo sul divanetto di velluto magenta dietro di lui. "Bonsoir mademoiselle". "Buonasera". Sorrido. Ride. "Piano?". "Piano terra, grazie". "Prego". Il suo sguardo dolce ma malizioso mi fa sorridere il cuore. E' un ragazzo giovane, forse ha la mia età, ventitré anni ma ne dimostra qualcuno in meno. Ha una luce negli occhi verdi che gli accende tutto il viso. "Parli la mia lingua, è bello quando un francese parla l'italiano, quell'accento è delizioso". Mi guarda serio. I suoi occhi si spengono creando una piccola smorfia agli angoli della bocca. "Sbaglia signorina, io sono un parigino, non un francese, e vorrei tanto che la sua compagnia stasera fosse tutta per me". Ora rido io, faccio una smorfia e, mentre l'ascensore si ferma e si aprono le due porte di ferro argentato, gli do' un bacio sulla guancia nell'esatto istante in cui Lorenzo mi guarda e si incammina verso di me. "Non ti posso lasciar sola, fai già strage di cuori". Mi fa l'occhiolino e, cingendomi il braccio alla vita, sorride al ragazzo dell'ascensore proprio come fanno i cani per marcare il loro territorio. Io sono sua e dentro di lui lo sa. "Sei bellissima". "Oh, anche lei". "Ti prego, siamo a Parigi, non darmi del lei, mi fa sentire vecchio... Per questa sera prendi la parte di mia moglie". Mi fermo, mi paralizzo e Lorenzo vedendo il mio atteggiamento mi sposta i capelli dagli occhi e mi da' un bacio sulla guancia. "Non te l'ho spiegato prima ma ho detto a questa persona che venivo con mia moglie, lei non è potuta venire quindi devi prendere le sue veci, devi comportarti come lei, agire come lei, fai tutto quello che ti senti di fare come se fossi mia moglie". Sorride. Lui mi sta chiedendo di comportarmi come se fossi la sua compagna di vita, mi sta dicendo di fare quello che ho sempre sognato di fare da quando lo conosco, non ci credo, all'improvviso mi sento sospesa da terra, spaventata ma elettrizzata. "Lo farò Lorenzo". Se devo essere sua moglie, ora lo bacerei. Lentamente mentre lui guarda il cameriere indicarci il nostro tavolo, mi avvicino al suo corpo, i tacchi mi consentono di arrivare alla sua bocca senza troppi problemi, gli assedio il collo con le mie lunghe e affusolate braccia e, mentre il mio seno sfiora il suo petto coperto da una bellissima camicia bianca, con la punta del naso faccio dei cerchi immaginari sulla sua guancia rasata ma ispida. Il suo viso ora osserva me, sicura mi avvicino ancora di più, gli bacio il labbro superiore, gli succhio il labbro inferiore e solo ora, lo bacio. La mia lingua entra nella sua calda bocca così velocemente da inebriarmi col suo sapore dolce di tabacco e whisky, lo sento tentennare, si irrigidisce e solo quando la mia mano gli sfiora i capelli sento la punta della sua lingua ballare insicura con la mia in un meraviglioso tango assassino. E' un bacio veloce, profondo ma ancora molto acerbo. "Signor Gigli, Signora Gigli". Lorenzo si stacca dalla mia presa, mi guarda, lo guardo e per la prima volta i nostri sguardi urlano la stessa cosa. Voglia, desiderio, passione, ardore. "Salve signor Jeris, le presento mia moglie Valentina". "Piacere di conoscerla". "Piacere mio, bella signora". La cena inizia bene, prosegue bene e, quando arriviamo al dolce e il signor Jeris si assenta per rispondere al telefono, lo guardo, ha lo sguardo basso, ha parlato per tutto il tempo di lavoro, non mi ha mai chiesto niente e se non fosse stato per Jeris io avrei fatto la bella statuina muta. "Mi dispiace Lorenzo". Accavallo le gambe, assaggio il dolce alla panna e ciliegia e continuo a osservarlo curiosa di una sua parola, di un suo gesto, di un segno di vita verso di me.
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