Parigi III

di Elisa G.


    
"Non hai nulla da dispiacerti Valentina, anch'io ti ho baciato".
     "Ma se io non avessi cominciato...".
     "No ti prego, non incominciamo con i se... i se non esistono, una persona agisce, punto e basta. Mi spaventa questa attrazione che provo già da un po', sono diviso tra la mia famiglia, la mia fedeltà e la voglia, il desiderio per te".
     Senza farlo apposta una gocciolina di panna mi cade sul seno, lui per la prima volta in tutta la serata si volta verso di me, guarda la sala e, solo quando vede che nessuno ci guarda, si china per leccarmela e baciarmi. Mi bacia così violentemente da sentire la sua lingua nello stomaco, nell'angolo più remoto della mia anima. Improvvisamente si stacca facendomi rimanere ancora affamata di lui, con la bocca socchiusa, con la mia voglia prepotente.
     "Il problema è che tu sei una brava persona, non sembri quelle ragazze che scopano col capo per far successo, sembri una bambina con un corpo da donna e, sottolineo, un bellissimo, straordinario, incantevole corpo da donna".
     Sorrido.
     "Quando ti ho visto con quel ragazzo sono stato geloso di qualcosa che tra noi non è mai successo o, forse, mai nato da parte tua".
     Il signor Jeris si siede, si scusa per l'assenza e mi bacia la mano, è già la quarta volta che mi sfiora, cerca un contatto e io sempre a sorridere gentile mentre l'unico tocco che vorrei è quello di Lorenzo.
     "Ha una bellissima moglie, signor Gigli".
     "Lo so".
     "Sembra Demi More in Proposta indecente, solo i capelli lunghi castani la differenziano".
     Lorenzo si volta, si avvicina, mi sfiora il collo con le labbra, mi bacia, mi fa male, sento pizzicare la pelle e solo ora capisco che domani mattina, su quel piccolo strato di pelle chiara, nascerà un succhiotto viola. Un fiore scuro nel mio prato color avorio.
     "Posso sapere da quanto siete sposati?", domanda mentre sorseggia il suo champagne.
     "Tre anni", rispondo sorridendo e massaggiandomi il collo.
     Lorenzo mi guarda intensamente, leggo nel suo sguardo sorpresa e intrigo, non sapeva che io fossi al corrente di tutto, io so tutto di lui e della sua vita coniugale.
     "Liti? Incomprensioni? Tradimenti?".
     Il signor Jeris posa il suo calice di cristallo vuoto, la mano leggermente tremante fa sussultare il bicchiere dell'acqua. Sorrido nel vedere il suo viso contratto da mille rughe, gli appesantiscono gli occhi regalandogli dieci anni di più, i suoi sottili occhi azzurri sono spenti da anni di carriera impagabili per aver sottratto dalla sua vita attimi di pazzia. La nostra esistenza è ricca di istanti folli e d'amore e io stasera ho voglia di mangiare uno di questi frammenti d'aria viva.
     "No, niente di tutto ciò, forse qualche lite ma banale, subdola".
     "Amore, mi hai tradito con la tua segretaria ricordi?", domando seria.
     Gioco.
     Lorenzo si volta, mi guarda, mi scruta, vuole viaggiare nei miei occhi, entrarci e capire cosa mi passa per la testa, ma fino a ora nessun uomo c'è mai riuscito. Ho una frontiera troppo forte, protettiva per far passare un essere umano che può annientare tutte le mie deboli difese.
     "No, non è vero, quella sera ho resistito e sono ritornato da te superando quella tentazione".
     Il signor Jeris si alza e, baciandomi nuovamente la mano, mi spinge fra le sue braccia, ha una presa forte, decisa, ferma.
     "Signora Gigli, vorrei farle una proposta in privato".
     Lorenzo, che prima era seduto rigidamente sulla poltroncina bianca, ora si rilassa, il cameriere gli versa lo champagne, accavalla elegantemente le lunghe gambe e, con un cenno della mano, fa capire al direttore di potermi rapire. E' agitato, si vede, si percepisce, oppure è solo la mia insulsa paranoia, non lo capisco, lo conosco da due anni e sto rinunciando a comprenderlo.
     Il signor Jeris mi cinge la vita con il suo braccio forte e possente, mi stringe a sé e quella decisione mi fa venire un leggero brivido per la schiena, così potente da tremare per pochi secondi, una scossa, un'elettricità intensa e incontrollabile.
     Ci avviciniamo all'ascensore, preme il pulsante il quale da trasparente diventa di colore verde. Le porte si aprono, il ragazzo di prima appena mi vede sorride, leggo nei suoi occhi la stanchezza di vedere solo gente ricca e anziana, è normale che sia felice di rivedermi ma il suo dolce sorriso svanisce quando mi vede in compagnia del solito signore benestante e deciso a portami a letto.
     "Piano?", domanda rauco.
     "Suite".
     Tasto ottavo. Non è difficile da dire eppure non lo dice, e non dice nemmeno grazie, niente, tutto gli è dovuto e guai a contraddirlo, il suo sguardo ti annienta e pensare che, sotto le lenzuola, nessuno ha un titolo, un soldo, una dignità. Tutti vogliono una cosa sola e che sia la loro moglie o una prostituta a dargliela non importa, l'importante è saziare la loro folle voglia di sesso. Le porte si riaprono, noi usciamo, il ragazzo dolce rimane dentro, mi osserva per l'ultima volta, lo guardo, gli sorrido ma lui abbassa lo sguardo. Sono triste, la serata non si sta svolgendo come sognavo.
Il signor Jeris mi fa accomodare dentro la sua bellissima suite, mobili bianchi, specchi, cestini di frutta fresca ovunque e un enorme divano ad angolo rosso in centro alla sala. E' tutto magnifico ma in questo lusso non mi riconosco, mi osservo ma è come se fossi trasparente, non mi vedo eppure ci sono o, forse, solo il mio corpo è qui e la mia anima è rimasta in Italia, nel mio piccolo ma caldo appartamento in centro Torino.
     "Valentina... appena l'ho vista si è acceso in me un desiderio assopito da anni".
     Con la coda dell'occhio mi sistemo il rossetto rosa leggermente sbavato all'angolo destro delle labbra. Il signor Jeris prima di sedermi mi offre un bicchiere ovale, bombato, con un liquido marroncino chiaro all'interno, titubante, decido di prenderlo e berne un sorso. Tossisco.
     "Lo so, è un po' forte ma è un brandy buonissimo".
     Sorride e solo ora vedo un lampo di umanità nei suoi occhi avidi di denaro e privi di emozioni.
     Si siede vicino a me, lentamente prende dalle mie mani il bicchiere freddo, posa anche il suo sul tavolino di vetro davanti a noi e con movimenti decisi mi denuda completamente la spalla dalla piccola bretellina nera del vestito.
     Mi bacia, le sue labbra secche ma dolci percorrono la clavicola, arrivano alla gola, al mento e infine alle labbra; insistente infila la sua lingua lunga dentro di me, possiede la mia, la fa ballare, muovere così freneticamente da staccarmi da lui e alzarmi da quel pezzo di inferno rosso.
     Mi manca l'aria.
     "Non posso, amo Lorenzo".
     Il signor Jeris si alza, prende il telefono, compone un numero e mi passa la cornetta.
     "Pronto?".
     "Lorenzo ti prego, vienimi a prendere, sono alla suite numero 73".
     "Valentina calmati, andrà tutto bene".
     "No, non andrà tutto bene, non voglio stare qui. Vieni a prendermi per favore".
     Silenzio. Sento il suo incantevole respiro agitarsi. Forse mi ama anche lui.
     "Ma... secondo te, perché non ho portato veramente mia moglie?".
     La sua voce è dura, sicura, prepotente.
     "Perché non poteva venire, l'hai detto tu prima di iniziare la cena, ricordi?".
     "No, ho mentito. Non ho portato mia moglie perché sapevo del debole del signor Jeris per le consorti degli altri uomini d'affari. Tu sei il mio contratto di lavoro per ottenere l'affare della mia vita, se non mi aiuti da domani sei licenziata e con nessuna referenza".
     "Ma...".
     Non faccio in tempo a continuare la frase che sento il classico rumore della telefonata chiusa dall'altro lato della cornetta. Mi sento gelare il sangue, sono stata ingannata, illusa e tra un po' anche usata. Sono un misero contratto di lavoro, un passatempo, un gioco di sesso tra due direttori di due famose riviste di moda.
     Sento le lacrime calde che mi rigano il viso, violente, vive, percorrono quel breve tratto dagli occhi alla bocca con una velocità così rapida da berle con la punta della lingua.
     "Valentina, sapevo che suo marito mi avrebbe donato una notte con lei, l'avevamo pattuito una settimana prima di questo incontro".
     "Io sapevo tutto", mento.
     Mi asciugo le lacrime. Mi specchio, prendo un fazzolettino di carta dal pacchetto di cartone affianco al cesto di frutta e, mentre asciugo il mascara colato sulla mia faccia d'attrice, rido.

 

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