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Parigi
IVdi Elisa G. Vuole giocare e io gioco ma, di sicuro, non sarò io a perdere. Il signor Jeris è immobile davanti al divano, è appoggiato allo schienale di quell'inferno rosso, il suo bicchiere di brandy tra le mani, il suo sguardo compiaciuto, felice, beffardo. Mi avvicino a lui come una gatta che vuole le coccole dal suo nuovo padrone, lenta, fiera ma fragile e impaurita dal nuovo contatto. Sono a pochi centimetri dalla sua bocca, il suo alito macchiato di alcool mi confonde il gusto e l'anima. La punta della mia lingua amara gli lecca le labbra, assaporo il suo forte sapore e, mentre lo guardo seria ma serena, prendo un cuscino bianco, lo poso ai suoi piedi, mi inginocchio, gli slaccio i pantaloni del completo gessato blu scuro e immediatamente lo prendo in bocca. Non è duro, non è eretto. Questo bastardo vuole un lavoro totale, ben fatto e io gli darò tutto quello che vorrà, nessun pensiero, nessun senso di colpa, perché la mia coscienza è morta tre minuti fa insieme al mio sciocco cuore innamorato dell'ennesimo uomo sbagliato. Il suo sapore vince sulla mia amara saliva. Lo sento, si sta indurendo, è bastata una carezza alle palle, una leccata sulla cappella gonfia e rosea e un movimento veloce avanti e indietro per farlo diventare duro come un pezzetto di marmo. E' imbarazzante ammetterlo ma è come piace a me, lungo, largo, duro e depilato, ha un bell'aspetto e il sapore non è così male anzi, è buono perché dopo un po' si confonde con il mio umore di donna ferita ma ancora vogliosa di essere posseduta. La sua durezza mi riempie la bocca, le sue mani raccolgono i miei lunghi capelli castani in una malconcia coda di cavallo, li stringe a ogni fremito di piacere intenso, guida il movimento, alle volte lo decido io, alle volte è lui che me lo spinge giù, fino in gola, quasi voglia mandarlo al mio stomaco vuoto. Soffoco, detesto fare quel brutto rumore di quando mi manca il respiro ma devo abituarmi al suo pene gonfio dentro di me. "Allarga bene la bocca", ordina con voce bassa. La spalanco così che lui, con tutta la sua virilità, mi penetra la gola, la fotte come se fosse il mio sesso bagnato e morbido. Sento la cappella premere le mie profondità, quando la tira fuori la guardo, è bianca, il sangue lentamente ritorna per renderla rossa e livida, bella, un colore vivo scappato da una tavolozza di colori troppo spenti. Mi alzo, gli prendo le mani, lo bacio sulle labbra lentamente, ho ancora il suo sapore, voglio mischiarlo alla sua saliva amara, voglio renderla dolce e pungente del suo umore e del mio falso pudore. Si libera i polsi dalla mia stretta, contraccambia il bacio, ritorna a essere frettoloso, a muovere quella lingua come un frullatore impazzito, dimentica però che io non voglio essere frullata ma amata. "Non sapevo che fossi così spudorata, Valentina". Ho gli occhi chiusi, sento le sue parole avvolgermi, non mi toccano, non ho coscienza, non mi sento in colpa, non mi vergogno di quello che sono perché per me l'importante è essere e non apparire, non fingo, io vivo e basta, vivo di attimi, emozioni, amore puro in ogni sua forma. Sento le sue mani bollenti ma con i polpastrelli ghiacciati accarezzarmi il collo, poi il seno coperto dal vestito, lo stringe, stuzzica i capezzoli duri, scende, mi tocca il ventre, l'ombelico e continua a baciarmi avidamente. Mi prende in braccio, mi aggrappo alle sue possenti spalle, annuso i suoi capelli brizzolati corti, profumano di menta e fumo, gli lecco il lobo dell'orecchio mentre con un dito gli socchiudo le labbra. Lo lecca, lo succhia e quando lo ritraggo lo assaggio io. Sorride mentre mi butta sul grande divano rosso, si spoglia completamente, io rimango seduta, vestita, con le mie scarpe dal tacco alto che mi stringono e incominciano ad appesantirmi le caviglie. Lo guardo, rimango incantata dal movimento dei suoi vestiti morti per terra, si inginocchia, mi apre le gambe, sollevo il bacino, mi sfila il perizoma nero, solleva l'abito da sera lungo fino all'inguine e solo ora percepisco il suo respiro nelle profondità più buie del mio frutto proibito. Soffia sui pochi peli che ho, mi accarezza le gambe, le sue grandi mani sono diventate fredde e lente, un dito si intrufola dentro di me, non entra ma percorre il mio sentiero come un boy scout esperto. Si lecca il polpastrello, si distende sopra di me per farlo leccare anche a me, lo prendo, lo succhio e estraggo il mio umore dalla sua carne ghiacciata. Lentamente mi lecca la linea del sentiero, con due dita la apre un po', l'osserva, la guarda, la bacia per poi soffermarsi con la punta della lingua al mio clitoride gonfio e sensibile. Lo lecca veloce, mi fa tremare, respiro a fatica, mi aggrappo ai pochi cuscini rimasti sul nostro inferno rosso, spalanco le gambe cosicché lui possa regalarmi il mio pezzo di paradiso terrestre. Muovo il bacino verso la sua bocca, alle volte così violentemente da farlo momentaneamente staccare da me. Il suo dito mi entra dentro velocemente, lasciandomi senza respiro, ne aggiunge un secondo e insieme a esso incomincia a muoverli insieme, lentamente, avanti e indietro mentre mi lecca ovunque. Suona il telefono. Il signor Jeris si alza e con delusione noto che la sua erezione è svanita, il suo pene è diventato molle come prima, la mia bocca l'ha rianimato ma non estasiato. "Pronto?". Silenzio. "Sì, certo, tra pochi minuti apro la porta, a dopo". Mi alzo, il vestito si disegna sul mio corpo coprendo il mio sesso bagnato, pulsante di piacere e affamato di riceverne ancora. "Chi era?". "Nessuno che possa interessarti". "Lorenzo?", domando speranzosa. "No. Il signor Gigli sarà nella sua stanza a masturbarsi o starà già dormendo". Si avvicina a me. Mi guarda e poi ride. "Godevi prima, eh?". "Sì". I miei occhi privi di vergogna sconvolgono i suoi, abbassa lo sguardo, mi guarda il seno, mi prende la mano e mi guida verso la camera da letto. Il letto ha un delizioso piumone bianco con dei disegni beige ai bordi, mi tolgo le scarpe, mi sfilo il vestito ma solo la parte sopra, osservo il suo viso desideroso di mangiarmi il seno, di divorarlo ma si limita a fissarmi. "Quanto sei bella Valentina". Sorrido. "Vieni da me...". Il signor Jeris si avvicina e solo ora noto con mia grande sorpresa che in mano ha un foulard blu. "Vuoi passare una notte di puro piacere, di pura estasi?". "Sì", rispondo immediatamente. "Bene... allora fatti bendare". Mi giro, gli do' la schiena, mi benda, sento il suo pene che ha ripreso vigore sbattere dolcemente sul mio sedere, mi aggiusto i capelli pizzicati dal nodo e mi siedo sul letto, attendo la mia sorte, aspetto quel pezzo di inferno che tanto voglio ma da cui vorrei tanto scappare. "Sei così bella che potrei farti mia ogni ora di questa lunga notte". "Accomodati Jeris", dico allargando le gambe. "Spogliati completamente e mettiti in ginocchio sul letto". Eseguo i suoi ordini con un tale trasporto e desiderio da sentirmi una bambina con il suo giocattolo preferito, nuovo, appena comprato da un parente lontano. Improvvisamente sento un leggero squilibrio nel materasso, il peso di Jeris è forte, lo sento avvicinarsi, si sistema dietro di me, mi bacia il collo, io inclino la testa indietro, l'appoggio alla sua spalla larga e, mentre le sue mani accarezzano dolcemente il mio seno sodo e morbido, gemo di piacere nel sentire i suoi polpastrelli bollenti stringermi con un pizzico i capezzoli turgidi. "Nessuna donna, in tutta la mia vita, si è accesa così...". Le sue parole si spengono sulla mia clavicola, spingo lentamente il sedere verso di lui, lo strofino, stuzzico il suo pene duro, lo chiamo, lo voglio ma lui resiste, mi prende le spalle e mi rimette in ginocchio. "Non è il momento. Non ancora".
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