Parigi V

di Elisa G.


    
Il foulard incomincia a darmi fastidio, mi sento pizzicare gli occhi, voglio aprirli, spalancarli, vedere il mio corpo vivo sotto l'assedio forte delle sue mani avide e curiose di me. Dentro alle mie pupille si formano strani cerchi arancioni, sintomo di una chiusura forzata, obbligata dai suoi giochi perversi ma eccitanti.
     Un fremito, un brivido mi percorre la schiena mentre sento un altro paio di mani sul mio ventre, mi spalanca le gambe e un viso si sposta velocemente sotto al mio sesso bagnato, sento il suo respiro entrarmi dentro, una lingua bollente si fa strada e apre il mio sentiero, mi lecca le grandi labbra, le succhia e, quando le lascia, si sente quel rumore di strappo che mi fa gemere violentemente.
     "Spero non ti dia fastidio se si è aggiunta un'altra persona".
     I baci, la lingua, le carezze non mi permettono di rispondere, sono scossa da mille piaceri, mille voglie, le mani di Jeris mi stuzzicano i capezzoli mentre la sua bocca mi lecca il lobo dell'orecchio. Sento le ginocchia barcollare, il respiro accelerare, il cuore scoppiare. Un terremoto di estasi sta facendo crollare tutte le mie inibizioni, le mie barriere. Tutto il mio essere donna si sta disintegrando lasciando scaturire in me un senso animale, istintivo, una folle voglia di godere e far godere fino allo svenimento dei sensi.
     Le mani dell'altra persona mi premono le cosce verso le sue labbra affamate, sono seduta sul suo viso, la sua lingua è entrata dentro al mio sesso, si muove lenta e, mentre la sua bocca si apre come se stesse mangiando qualcosa, urlo, gemo così forte da non sentire più il mio cuore battere. Percepisco, nonostante i miei sensi annebbiati dal piacere, che l'altra persona è un uomo, sento la barba incolta sulle labbra gonfie e umide della sua saliva e dei miei mille umori.
     "No", sussurro istintivamente mentre sento il piacere placare, il vuoto sotto di me.
     "Valentina, l'altra persona mi dice di volerti scopare... Gli dai il permesso?".
     "Sì, assolutamente sì".
     "Bene, allora io mi siedo sulla poltrona e vi lascio godere, ma non troppo, dopo ti voglio per me".
     Mi sculaccia il sedere, un suono acuto riempie la stanza silenziosa e, mentre il suo peso scompare dal letto, penso al mio perfetto sconosciuto, abile baciatore e adorabile fonte di piacere.
     Sono seduta sul grande letto, risento il suo calore sotto di me, le sue mani decise sono la sua invisibile voce, mi prende i polsi e mi fa distendere sopra di lui in un meraviglioso sessantanove, sento il suo pene durissimo sulle labbra, le mie mani lo cercano, lo trovano, lo accarezzano. Sento la sua cappella gonfia pulsare, è bagnata. Poso la bocca su di esso senza aprirla e percepisco i battiti del suo cuore, che accelerano al ritmo del piacere che tra poco gli darò.
     Lo prendo tutto in bocca, senza mezze misure, senza assaggiarlo prima, lo divoro, lo sento giù in gola, è un po' più lungo di quello del signor Jeris, mi fa soffocare più velocemente ma anniento la mia voglia di tirarlo fuori, lo voglio dentro le mie profondità più remote.
     Il suo corpo trema, geme e per la prima volta sento la vibrazione delle sue corde vocali, una voce bassa, profonda e un po' rauca dovuta forse, al piacere inebriante della mia bocca.
     Sono affamata, una fame incontrollabile, una voglia assassina di piacere, un'estasi che poche persone ti sanno donare e, quando incontri quelle giuste, ne approfitti come la migliore prostituta. Mi ritengo un'esperta donna del sesso, amo farlo e impazzisco nel dare piacere, adoro vedere negli occhi degli uomini quegli sprazzi di incoscienza che solo il loro uccello duro sanno donargli. Noi donne siamo cavie, giocattoli, tempo perso, avventure, molte volte penso che l'amore vero non esiste ma, quando incrocio per strada i vecchietti che si tengono ancora per mano, la mia anima si scioglie come neve al sole lasciando in me la consapevolezza della mia menzogna, non trovando l'altra metà della mia mela, mi autoconvincevo di una verità scomoda. Una bugia.
     Non ho ancora trovato il mio famoso principe azzurro, verde, rosso, giallo. Non ho ancora conosciuto un uomo vero, un uomo che ascolta il suo cuore e poi gli impulsi stupendi del suo corpo vivo da mille brividi terreni. Ho preso una decisione dall'ultima storia d'amore finita male, ho deciso di godermi la vita, di cogliere l'attimo fino a quando l'amore suona alla mia porta per riportare in vita le mie membra ferite da mille delusioni.
     Quando un cuore è ferito va in letargo, un riposo forzato da una società troppo frenetica e senza valori, si dimentica di respirare quell'aria pulita che solo l'amore gli sa donare, dimentica di capire il bene e il male di ogni situazione, dimentica cosa vuol dire voler bene davvero senza aver bisogno di vendere un sorriso per elemosinare una carezza finta.
     Non puoi comprare l'amore ma puoi obbligarlo a venire prima da te, aumentando i battiti del tuo cuore. Il tempo passa più in fretta e, così facendo, la solitudine muore e i secondi accelerano.
     Ogni volta che faccio sesso mi sento una bellissima bambola. Plastica, carne, stoffa, ghiaccio, non importa di cosa sia fatta, l'importante è funzionare, saper usare tutta l'alchimia e lo spirito di una vera donna per far volare il piacere sulle vette dei monti più alti.
     Mi sento ridicola. Ho questo assurdo foulard blu davanti agli occhi, ho la bocca sporca dagli umori di un uomo di cui non so il nome né conosco il suo viso. E' come se fossi una bambina con un cono gelato gigante ma con dei gusti che non ho chiesto.
     "Non fermarti proprio ora. Ti prego".
     La sua voce. Quel timbro malinconico ma solare, quel tocco invisibile che mi sfiorava il cuore, quel dito prepotente che mi toccava l'anima mentre dentro di lui sapeva già di dirmi addio.
     Ricordi. Aveva già tutto scritto, come un esperto scrittore sapeva già tutto ancora prima di lasciarmi, aveva compreso ancora quando mi diceva il suo amore che mi avrebbe lasciata andare via. Lo amavo, l'ho sempre amato ma ora mi faceva schifo, lo detestavo con ogni centimetro della mia pelle.
     Mi alzo, scendo gattonando dal letto. Mi tolgo la benda e sedendomi, dando la schiena a entrambi, sento un sorriso prepotente disegnarsi sul mio viso stanco.
     Nessuno sa che un semplice sorriso è il passaporto dell'anima, ci permette di scappare dal gelo di questa società, povera di valori ma ricca di falsità e freddezza. Io ora voglio scappare ma non ho le forze per farlo. Il mio corpo è scosso da tanti brividi di piacere, è come anestetizzato da una droga potente, ho voglia ancora della sua lingua, del calore sotto di me, del suo pene duro e gonfio, ho voglia ancora e ancora del nostro amore passato, dimenticato.
     "Valentina, questo è mio figlio Saverio".
     Mi volto verso il signor Jeris. Lo fisso cercando di capire attraverso il suo sguardo eccitato e perplesso se fa finta di non conoscermi o se il figlio non ha mai ammesso di aver avuto una fidanzata, un amore, una storia.
     Scoppio a ridere, una risata sana, grassa, liberatoria, voglio far sfuggire dalla mia bocca tutto quel marciume che ho assaggiato, leccato, baciato.
     Mi alzo, mi avvicino a Jeris, mi siedo sopra di lui, infilo velocemente, con un colpo preciso, senza mani, il suo pene duro dentro di me, lo cavalco, veloce, veloce, lento, veloce, veloce. Mi alzo lentamente, ho solo la sua cappella gonfia dentro di me, la faccio entrare ma lascio fuori tutto il resto, gioco con quella, lo voglio far venire in due secondi, voglio farlo impazzire, voglio succhiargli l'ultimo respiro per sputare quell'aria putrida in faccia a suo figlio.
     Non mi volto, non lo guardo, non lo sento. So che se i suoi occhi guardano i miei, sentirei la mia anima trafiggersi in mille pezzi, uno specchio bellissimo in mille frammenti diamantati. Ho soffocato il dolore della fine con un tappo di sughero rosa, ho drogato il mio cuore con la polvere sottile delle città, ho pianto sul cuscino ogni notte, lasciando come mille fossili le mie gocce salate. Sono stanca ma non mi arrendo, non voglio perdere questa volta, in questo gioco di falsità voglio vincere io, la piccola, fragile principessa delle favole sepolte.
     "Basta... Basta... Lascialo respirare".
     Sento le mani di Saverio cingermi la vita, mi prende in braccio, mi butta sul letto, guardo la faccia di Jeris pallida, le sue labbra tendenti al viola mi danno l'impressione di uno dei miei tanti rossetti.
     "Lo volevi ammazzare?", urla nudo contro di me.
     Velocemente si avvicina al padre, due uomini spogliati dai loro ipocriti costumi si guardano, si osservano. I loro peni duri, rigidi, lunghi, quasi si toccano quando Saverio gli massaggia il viso per donargli quel colore che è fuggito tra i mille respiri di estasi. Jeris mi fissa il seno, cerca di alzarsi, barcolla ma riesce a raggiungermi, mi prende i polsi, mi fa alzare e improvvisamente, mentre il suo pene accarezza il mio ventre, mi da' uno schiaffo così forte da farmi cadere all'indietro.
     "Puttana. Maledetta puttana!", urla.

 

     1     2     3     4     5    6    7    





LASCIA IL TUO COMMENTO
Nome o nickname
Email
Lascia il tuo commento
 

Home
© Copyright mysecretdiary.it 6.0 Tutti i diritti riservati