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Parigi
VIIdi Elisa G. "Spostati Valentina". La voce di lui mi sveglia dai miei pensieri, improvvisamente capisco che non devo permettergli di commettere nessun errore, non deve macchiarsi l'anima per colpa mia, sono stata io a cacciarmi in questa situazione e io concluderò la mia battaglia con la mia dignità di donna. Per la prima volta, leggo il suo nome nel tesserino piccolo con una cornice dorata, attaccata al suo petto, proprio davanti al suo cuore. "Daniel ti prego, esci, aspettami al piano di sotto". "Non vado da nessuna parte se tu non vieni con me. Ho promesso alla suite a fianco che avrei rimediato al vostro caos". Daniel entra nella stanca con passo veloce, sembra un felino arrabbiato, il suo corpo snello ma possente si piazza tra me e Jeris, mentre Saverio osserva la scena dalla soglia della porta della camera da letto. "Ragazzino cosa vuoi fare? Non giocare col fuoco, ti bruci, non te l'ha detto la tua mamma?". Saverio ride alla battuta di suo padre, è una risata ironica e ricca di malignità e superficialità. "Mia madre mi ha insegnato molte cose, una tra queste è riconoscere i coglioni veri. Non so se sa che la madre dei cretini è sempre incinta. Il giorno che è nato lei poteva andare al cinema, di stronzi al mondo ce ne sono talmente tanti che la sua mancanza non l'avrei sentita". Ora ero io che ridevo, mi ha stupito perché anch'io pensavo la stessa cosa. "Daniel, è un'intera generazione, perché non solo la madre di Jeris ha messo al mondo un coglione, ma anche sua moglie si è data da fare per cagare un altro stronzo". Sorrideva, i suoi occhi erano ritornati gentili ma attenti, leggevo una lieve paura che non voleva lasciar trapelare, ma i suoi occhi verdi la facevano galleggiare come le farfalle colorate nei prati più profumati. "Ora basta! Non ho intenzione di farmi insultare da due poveracci, cosa volete?". Saverio avanza nella stanza, versa un po' d'acqua nel bicchiere di suo padre, il brandy è finito ma delle gocce che erano depositate sul fondo colorano il tutto di un color fango. "Bevi papà, non vogliono niente perché io ho filmato tutto". Le sue parole mi agghiacciarono il sangue, il cuore si fermò per tre secondi, non riuscivo a respirare, non potevo credere che ancora una volta era lui a vincere la mia partita. "Non è vero", disse deciso Daniel. "Ah no? Vuoi vedere? Vuoi guardare come la tua principessa mi succhiava il...". Non finì la frase che Daniel corse verso di lui, gli puntò il coltello alla gola, padre e figlio in fila, come due soldati, la lama appuntita viaggiava tra il collo di Saverio e quello di Jeris, i loro occhi terrorizzati e sorpresi mi diedero un piacere indescrivibile. "Basta. Dammi subito la videocamera e non vi farò niente". "Non avresti il coraggio di fare niente, moccioso!", disse Jeris. Saverio sorrise. Sapevo che prima o poi la pazienza di Daniel sarebbe finita, mi aspettavo un gesto estremo ma si limitò a sfregiare la guancia destra del mio ex fidanzato. Un taglio lungo come il mio mignolo, preciso, netto. Il sangue gocciolava sulle sue labbra, si asciugava tremante con l'asciugamano che teneva stretto alla vita, ora era nudo, il suo bel corpo muscoloso lo vedevo morto, sepolto dal peso del mio dolore. "Dammi quella fottuta videocamera. Ho incominciato con la faccia, questa volta scendo più in basso", urla minaccioso Daniel. Il coltello, lentamente, cammina in mezzo al petto di Saverio, gira intorno all'ombelico e, infine, la punta argentata si ferma dove iniziavano i peli del pube, ormai molle, flaccido come il mio desiderio per lui. "Va bene, va bene". Jeris sospirò rumorosamente, tossì mentre il figlio corse in camera e, quando tornò, stretta nelle mani teneva una videocamera nera con una lucina rossa lampeggiante. Daniel la prese immediatamente, la guardò e scoppiò a ridere. "Siete due ignoranti. Vi siete fregati da soli. Avete registrato tutto dall'inizio sapete? Tutto". "Davvero?", domandai con voce leggera, quasi sussurrata. Daniel si volta verso di me, si avvicina e mi abbraccia così forte da sentirmi i battiti del cuore pulsare nelle tempie. "Sì, davvero, e ora andiamo via". Velocemente Daniel si dirige verso l'ascensore, preme il pulsante e mi aspetta con il suo sguardo sereno e tenero. "Addio", dissi decisa e sbattei forte la porta. Corsi veloce dentro l'ascensore, le mani di Daniel tenevano le porte argentate di ferro per non farle chiudere, gli sorrisi quando premette il pulsante, mi sentivo come un agente in missione, avevo nel mio orgoglio la vittoria, la prova che mi scagionava e una persona stupenda da conoscere meglio. I cattivi erano morti e sepolti dalla mia mente e, finalmente, sarei vissuta allegramente. "Come hai potuto permettergli di farti questo?", domandò serio senza guardarmi. Mi specchiai e l'immagine che vidi mi fece rabbrividire, avevo un livido sull'occhio destro, dove Jeris mi aveva tirato lo schiaffo, il vestito era sporco di qualcosa di viscido e puzzava di alcool. Solo ora mi accorsi di essere scalza, di avere il trucco tutto sporco sul viso, sembravo una delle tante maschere tristi di Venezia, non ero io, io ero allegra, colorata, un arcobaleno di anime chiuse nei vari colori. Oggi la mia anima era nera. Nera come la notte, la pece, il carbone, ma sapevo che sotto quest'ombra c'era un sole così splendente da accecare chiunque lo guardasse. "Nella vita si sbaglia, io ho sbagliato così tante volte da non ricordare più cosa vuol dire non sbagliare". "Valentina il tuo corpo, la tua anima, il tuo cuore non devono essere usati o comprati. L'amore non si compra e non si vende, ti cercherà un giorno, non avere fretta". Sorrido, il suo accento francese mi fa stare bene, è buffo quando cerca di pronunciare bene le parole in italiano. "Lo so". Sorride, si volta verso di me e mi porge un fazzoletto bianco, enorme, quelli vecchi di stoffa che usava mio nonno, è pulito, profuma di marsiglia e di rinascita. "Allora, bella signorina, dove la porto stasera?". Faccio finta di pensarci, ma so benissimo dove voglio andare e con chi. "Daniel, portami via di qui, in un posto bellissimo e che mi faccia stare bene." Passarono tre mesi da quella sera. Il tempo volava, i giorni correvano, le notti dormivo serena come una bambina coccolata dall'ingenuità della notte, sorridevo, ridevo, vivevo. Ho cambiato lavoro, ho salutato la mia vecchia esistenza con una bellissima festa in ufficio, dovevo salutare bene i miei vecchi colleghi. Lorenzo, la sera del mio addio, mi trascinò con una scusa nel suo ufficio. Non so quante volte ho sognato di essere posseduta da lui, sulla sua scrivania lucida, sulla sua poltrona nera di pelle, sul pavimento di marmo bianco ma ora, adesso, volevo solo scappare e, quando le sue mani avide cominciarono maleducate a sbottonarmi la camicetta di seta rossa, gli diedi uno schiaffo così forte da sorprendermi da quanta forza nascosta avevo in corpo. Ora ho due case, una in Italia, a Torino, l'altra in Francia, in un paesino dal nome strano vicino a Parigi. Daniel è il mio principe, il mio uomo, il mio fidanzato. I tempi brutti sono passati e l'amore ha continuato a cercarmi, a volermi, a chiamarmi ma io ero sorda, non sentivo e scappavo da quel sentimento fino a quando, un bel giorno, mi ha catturato e come una debole preda vogliosa di essere rapita mi sono lasciata amare dalle braccia di Daniel e dal suo cuore candido come la neve, quella neve che luccica di notte in una romantica città degli innamorati.
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