Un nuovo meraviglioso racconto di questo amplesso che diventa
poesia. Un racconto che non ha bisogno di presentazioni, perché
parla da sé. Buona lettura...
Per fortuna l'autobus è semivuoto, così posso
alzare un pochino le ginocchia e raddrizzare la schiena usando il
sedile accanto al mio. L'alzataccia si fa sentire, ma tornare nella
mia adorata Roma è ogni volta un onore che cancella qualsiasi
sacrificio. Il paesaggio mi offre pozze di papaveri riverse sulle
spighe ancora acerbe, solo qualche sparuto ranuncolo fa loro da
timido riflesso. Un'altra pagina del libro, il rullio dell'autobus
sulle dolci pendici che preludono a quelle aspre e irpine, e mi
sorprendo rapita da un leggero torpore.
C'è di più: le sue carezze di ieri sera sulla mia pelle
liscia di hammam vincono la doccia di stamani e i panni che indosso,
lo notavo anche prima mentre trascinavo il trolley, sembrava fossero
le sue mani a dirigere le culotte sui fianchi e i jeans sulle cosce
che, per tornite che siano, afferrate da lui sembrano tenere. A
pensarci meglio, mi basta che mi guardi perché mi senta d'incanto
sgretolare come un pugno di zucchero rigato dallo Shiraz.
All'improvviso il suo profumo si sprigiona da un angolo indefinito
attorno a me, dev'essere qualcuno che glielo ruba senza dignità o la
mia immaginazione che lascia che emani potente dal trench con cui mi
sono coperta o dalla borsa che ho appoggiato sotto la testa.
Poco a poco dal limbo del dormiveglia emerge quel nido
tra il Flaminio e i Parioli, uno degli angoli più eleganti del
Pianeta, una passeggiata su Viale delle Belle Arti, con il verde
ancora pregno della pioggia appena finita, salire le scale sul
cortiletto che sa di Ventennio, spogliarci piano supplicando che i
cavalli della notte corrano più lenti. Mi sovrasta finalmente, le
mie dita fuscelli tra le sue, i miei gemiti flebili sotto la sua
voce, ogni singolo fonema è maestà se suo, quasi mi dispiace
baciarlo per non poterlo ascoltare, i rumori delle lenzuola e della
mia pelle che accarezza la sua sono un'orchestra, dove adesso entra
lo schiocco umido del suo uccello nella mia bocca. Cerco di serrare
bene le labbra ad anello sentendo la perfetta durezza della punta e
dell'asta. Ogni movimento spinge il suo corpo un millimetro più giù
in gola sicché ne raccolga i desideri più profondi, che con tutta la
lingua provvedo vogliosa a spalmargli solleticandolo durante
l'affondo. Sono mesi che sogno mi prenda come donna, strano che una
missionaria possa rappresentare il proibito, ma quando il proibito è
il classico, quest'ultimo è anelato come la più torbida delle
fantasie. Geometria primaria questo mio anfratto che sembra nato per
accoglierlo, l'angolo è perfetto, posso adesso sentire me che
liquida lo avvolgo tutto, perfino la minima venatura del suo cazzo
mi è amplificata dentro e mi fa godere. Tramortita in ogni minima
parte del mio corpo mi arrendo a venire, le mie braccia che invece
che stringerlo dietro le clavicole riescono a malapena a reggersi a
lui perché mi sento smarrire in un magnifico baratro. Sono sfatta in
tutti i buchi, e mi giro per offrirgli ciò che la fretta ruba al
desiderio. Il suo uccello bacia la rosellina all'ingresso del culo
e, con un unico colpo sordido, mi lacera le viscere. Non potrei
sentirmi più sua di così.
L'autista frena bruscamente, il solito cretino in
autostrada. Non appena il rullio riprende indisturbato gli occhi mi
si richiudono come quelli di una gatta languida.
Ha un modo fantastico di restar duro immediatamente
dopo il suo orgasmo, per lasciare che le mie labbra gli coccolino
morbide l'uccello, che la mia bocca si lasci invadere da lui fino a
espandermi le guance con la punta, la mia faccia è impiastricciata
dell'abbondante sborra che inizia a seccarsi, dopo esser colata sui
capezzoli e sulle cosce. Rabbrividisce appena, un rewind and
play dell'ultima sua contrazione, stordita dal profumo di
sperma resterei per ore da brava a giocare col suo cazzo.
Sono praticamente sola nel cubicolo dei sedili accanto
a me. Il clitoride che si sprimaccia, minuscolo cuscino tra i
guanciali delle labbra, e i muscoli della mia fica che
istintivamente lo chiamano dentro di me sublimano ora colui che
vorrei fosse qui. Non c'è aggettivo adesso che possa toccarlo, è il
sogno che mi scopa, è lui, è niente di più, niente di meno
dell'assoluto. Il dolce torrente dell'orgasmo mi rapisce benché
apparentemente stia ancora sonnecchiando.
Mi stiracchio pigra sui sedili e mando un messaggino al
mio adorato compagno di viaggio.