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Venezia
IIdi Elisa G. Non mi pento di quello che ho fatto, non mi pento di averlo incontrato e di aver sentito i nostri brividi, aver visto la nostra complicità mai morta ma solo addormentata, aver percepito la nostra alchimia, il nostro amore che sbucava come un pagliaccio dietro a ogni nostro sorriso. No, non riesco e non posso sentirmi in colpa. Oggi pomeriggio mi sono sentita viva, donna, amante - quello che ero con Alessio - non moglie e casalinga perfetta come sono con Pietro. Ero davvero io, Sara e non il mio fantasma nato dalla quotidianità di un amore debole. Sono rimasta fuori cinque ore a ridere, a scherzare, a vivere e, mentre parcheggio l'auto, noto il Babbo Natale appeso alla ringhiera del balcone. Sorrido. Luccica con le sue lucine bianche e rosse, ricordo ancora quando l'abbiamo preso su uno scaffale basso del supermercato, Pietro voleva prendere quello bello, pulito, sano. Io invece, mi ero soffermata a raccattare quello un po' sporco, l'ultimo della fila, i capelli bianchi spettinati ma con un sorriso disegnato stupendo. Alla fine, come sempre ho vinto io. Molte volte avrei voluto perdere, sentirmi un po' sottomessa, un po' metaforicamente presa per i capelli, lottare per ciò che volevo e non avere sempre la strada facile, un premio troppo scontato per essere goduto davvero. Quel pupazzo rosso era la coppa di un giorno felice della nostra vita quotidiana. Salgo le scale esterne dell'appartamento stringendomi il colletto del cappotto al collo, il freddo pungente mi entra dentro come mille spilli di neve, sorrido quando vedo la ghirlanda appesa sulla porta, si è ricordato di appenderla, ieri gli avevo riempito la testa, sapevo che con tutte le cose che ha da pensare poteva dimenticarsi e invece si era ricordato. Appena entro in casa, una leggera musica di canti natalizi mi circonda, il calore del termosifone acceso mi dona la classica sensazione di torpore e brividi freddi su tutto il corpo. "Amore mio". Pietro posa una gigantesca stella blu sul tavolo di vetro in mezzo al salotto e corre da me, rischia di inciampare sul tappeto persiano che ci ha regalato sua mamma dal suo ultimo viaggio in giro per il mondo. Mi abbraccia così forte da farmi dimenticare i miei tanti pensieri, li fa scappare via mentre le sue mani grandi mi strofinano la schiena per riscaldarmi, mi bacia il collo e il suo respiro caldo dietro l'orecchio mi dona quel brivido di piacere che adoro. "Come stai? E' andata bene la tua giornata?", domanda sorridente. "Sì, un po' stancante, e la tua?". Mi stacco da lui, mi sento in colpa anche se non ho fatto niente di male, l'ho solo incontrato, mi ha sfiorato il polso, non ha posseduto il mio corpo però mi ha confuso il cuore, l'unico organo in me che più conta. "Un bambino aveva la varicella, per fortuna io l'ho avuta all'età di tre anni, ho telefonato a tua madre assicurandomi che l'avessi fatta anche tu, solo per questo ti ho abbracciato se no dovevamo stare in quarantena. Non voglio che ti ammali per colpa mia". Pietro ama il suo lavoro, fare il pediatra è stato il suo sogno fin da quando era piccolo, i suoi occhi quando mi parlava delle sue avventure ospedaliere luccicavano talmente tanto da pensare di doverti mettere gli occhiali da sole, una luce così immensa da farmi invidiare la sua vocazione, la sua sicurezza. Speravo, per una frazione di secondo, che mia madre si fosse dimenticata della mia varicella, così potevo andare a dormire da loro, nel mio letto da adolescente, protetta da quelle lenzuola delle principesse Disney, col mio pupazzo di Hello Kitty regalatomi da mio padre un Natale di tanti anni fa. "Sei un tesoro, come sempre", sorrido anche se vorrei scappare. "Hai fame? Ho già cenato in ospedale ma se vuoi ti preparo qualcosa". E' quasi mezzanotte, sono uscita dal bar cinque ore fa, potevo venire subito a casa ma ho deciso di fare un giro in collina e restare ad ammirare le montagne innevate, non è stato per nulla rilassante visto che fuori dall'auto esisteva un silenzio innaturale ma dentro, insieme a me, i miei ricordi e i miei pensieri facevano così tanto rumore da sembrare una mandria scatenata. "No grazie, ora mi cambio e vado a letto". Scompaio veloce nel bagno, chiudo a chiave la porta e, scivolando lentamente, mi siedo per terra, mi rannicchio lì, mi faccio piccola mentre le ginocchia mi schiacciano il petto e inizio a piangere. Sono lacrime calde, salate, violente, corrono sul mio viso come tante gocce di rugiada. Mi alzo, mi strucco, mi metto la crema per le mani, è un vizio che mi ha passato mia madre, adoro sentire quel profumo sulla mia pelle, mi fa sentire donna, mi spoglio dei miei vestiti e mi metto una vecchia e larga camicia di Pietro che ogni notte mi fa da pigiama. "Tesoro, stai bene?", domanda serio. E' seduto sul letto, sotto le coperte, in mano tiene una dispensa, i suoi occhialini per leggere sono elegantemente posati sul mio cuscino. "Sto bene, sono solo molto stanca". "Ah, capisco". Lo so cosa vuole, ormai mi desidera da un mese e io, puntualmente, smonto il suo desiderio con la mia finta stanchezza. Mi sorprendo quando alzo le coperte nel vedere che gli manca il pezzo sotto del pigiama, è completamente nudo. Lo guardo seria anche se mi viene da sorridere, è così tenero e premuroso da volerlo abbracciare per ore. "Scusami, mi rivesto subito". Lentamente prende gli occhiali e, mentre si alza, gli blocco la mano, lo guardo, mi inginocchio davanti a lui, gli prendo il viso tra le mani e lo bacio. E' un bacio dolce, timido ma molto passionale. "Non voglio che ti vesti", sussurro dentro le sue labbra. Allargo le gambe, mi siedo sopra di lui, la trapunta gli copre le sue nudità ma ciò non mi impedisce di sentire il suo pene indurirsi. "Ti voglio così tanto Sara...". Al suono di quelle parole lo bacio con prepotenza, senza lasciarli un minimo di fiato, le sue labbra sono per me ossigeno puro per respirare l'aria che ho ma che, allo stesso tempo, mi manca. Le sue mani corrono veloci sulla mia schiena, sulle mie cosce per poi fermarsi sul mio collo, lo stringe così tanto da sentirmi svenire, la sua voglia di me è percepibile in ogni particella di polvere e di vita che circonda questo nostro nido d'amore. "Ti voglio", dico con la mia voce calda, carica di desiderio. Mi abbraccia, mi solleva e mi butta sul letto, il suo corpo sopra di me è così avvolgente, caldo da sentirmi in pace e vogliosa di essere posseduta da lui. Si inginocchia sopra di me, una coscia a destra, l'altra a sinistra, l'accarezzo mentre si toglie la maglia. Lo faccio avvicinare al mio viso, cammina in ginocchio verso di me, lo voglio tutto dentro la mia bocca vogliosa di essere riempita dal suo desiderio, dalla mia estasi. Lo lecco come se fosse il mio gelato preferito, in fondo lo è, ho sempre adorato il suo pene grande, non troppo lungo, giusto per me, per la mia pace dei sensi. La mia mano è premuta sulla sua pancia piatta e dura, sento ritmicamente il suo respiro che cambia, aumenta, corre verso quel traguardo che tanto sognava e voleva. I suoi occhi sono fissi nei miei, impazzisco di piacere mentre lo guardo dentro le sue pupille nere, leggo tutta l'estasi che gli sto volutamente donando. Timidamente avvicina un dito alla mia bocca, vuole che lo lecco insieme al suo pene duro, li assaporo entrambi e lui geme, ansima. "Basta!". Allontano la mia bocca dal suo cazzo, si distende nella sua parte del letto, mi vuole sopra di lui, velocemente lo raggiungo e senza aiutarmi con le mani, mentre lo bacio, entra lentamente dentro di me. Inizio un movimento lento, calmo, ritmato dal rumore del letto che scricchiola e che riempie la nostra camera di una dolce melodia. Non so se mi mancava di più fare l'amore con Pietro o il fatto di fare del puro e sano sesso. Le sue mani accompagnano il mio andamento tranquillo ma deciso, lo sento tutto dentro di me, dentro alla mia fica bagnata di mille umori e sapori colorati. "Oh Alessio...". Pietro si ferma, apre gli occhi, mi fissa, mi spinge via dolcemente e si alza, scompare in bagno rosso in viso, è imbarazzato, arrabbiato e io solo ora mi rendo conto del nome che mi è uscito come una saetta prepotente dalla bocca, un fulmine che è andato dritto dritto nel cuore di mio marito.
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