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Venezia
IIIdi Elisa G. Busso forte alla porta, entrambe le mani racchiudono nei miei pugni duri come l'acciaio tutto il dolore che sento in questo momento. Le lacrime calde e rosse di un sangue troppo vigliacco per scorrere mi rigano il viso. "Apri subito questa maledetta porta". Tiro calci, urlo, mi inginocchio e, alla fine, mi siedo con la schiena contro il muro, mi tengo il viso tra le mani, i capelli appiccicati sulla fronte sudata, sintomo della maratona d'amore con Pietro, mi infastidiscono la pelle. Alla fine esce dal suo piccolo nascondiglio e, con passi lenti ma decisi, ritorna a letto, si siede e con entrambe le mani si massaggia le tempie. Io con passi veloci, mi arrampico sul materasso gattonando, l'abbraccio da dietro, le mie mani si stringono addosso al suo collo, sento il suo respiro nei miei polpastrelli freddi; alla fine, sospirando, scappa dalla mia gabbia dorata e si alza. "Sara devi risolvere questa tua ossessione", sussurra serio. "Non è un'ossessione". Pietro si siede sulla poltrona bianca davanti al letto, vicino alla finestra, mi fissa, è la prima volta che trova il coraggio di guardarmi davvero negli occhi, la sua espressione è la somma di tutte le mie operazioni calcolate male e vissute peggio. "E allora cos'è?". Deglutisco a fatica, non posso dire che è amore, non posso dire che non ho mai smesso di amarlo, di pensarlo, di volerlo, non posso permettermi di ferirlo ancora di più di quanto stia già soffrendo. "Sara cos'è? Amore? Sesso? Cosa?". "Non lo so". "Oh sì che lo sai, l'hai sempre saputo, anche quando mi hai sposato e io, scemo, ho accettato di averti come moglie ben sapendo che eri ancora innamorata di quello stronzo. Forse hai dimenticato quanto ti ha fatto male. Vuoi rinfrescarti la memoria vedendolo?". Mi siedo sul letto, le ginocchia incominciano a farmi male, ho perso completamente la sensibilità stando in quella posizione scomoda. Mi rendo conto che le sue parole mi danno fastidio ma allo stesso tempo mi fanno ricordare tanti attimi di vita dolorosi. "L'ho incontrato oggi pomeriggio". Il mio peggiore difetto: la sincerità. Non so se l'ho detto per chiudere definitivamente il mio matrimonio o per rendere più reale l'incontro che ho avuto con Alessio, mi sembra ancora un sogno averlo visto e aver respirato la stessa aria. "Sono senza parole, io ero qui come un coglione a preparare l'albero di Natale, a mettere la tua sciocca ghirlanda alla porta e tu eri con quel cretino. Ti sei bevuta il cervello o ti sei semplicemente dimenticata di essere mia moglie?", grida. Velocemente si alza, si fionda nel suo comodino, apre il primo cassetto, prende il suo vecchio pacchetto di sigarette e ritorna a sedersi. "Hai smesso", sussurro. "Cosa importa? Tanto è andato tutto a puttane, avevo smesso per noi ma vedo che non è servito a un cazzo!". Si accende una sigaretta, mi fissa dritto negli occhi mentre prende la prima boccata di fumo e la sputa via come una ciminiera impazzita. "Non devi rovinarti la vita per colpa mia". "Piantala di fare la santa! L'hai rovinata tu la mia vita, mentendo di amarmi, di volermi per tutta la vita. Sei una fottutissima stronza". Sono nuda sul letto, prendo un cuscino e mi nascondo il seno e il ventre dietro a esso, come per nascondere il mio corpo, la mia arma di donna colpevole. "Io ti ho amato e ti amo tutt'ora". "No, cara. Ora devi scegliere, o me o lui, scegli, ora, adesso, altrimenti me ne vado da questa casa e non mi vedrai mai più, mai più Sara. Pensaci bene". Sicurezza o passione. Amore o affetto. Vita o sopravvivenza. "Non lo so Pietro, vorrei darti una risposta ma non lo so. Non voglio mentirti scegliendo te e poi farti soffrire perché ho risposto troppo frettolosamente". "Bene, questa è la tua scelta. Io me ne vado". Si alza, apre l'armadio, prende la sua valigia, inizia a mettere freneticamente tre paia di boxer, tutte le camicie che trova appese e i suoi calzini monocromatici. "Non ho risposto!", urlo. Si ferma, si avvicina a me mettendosi carponi sul letto, il suo viso è vicinissimo al mio, il suo fiato inebria il mio cervello confuso. "Sì. Avere il dubbio di amarmi o meno è la risposta. Se ami non hai dubbi". Ricomincia a prepararsi la borsa per scappare via da me, da quella donna che gli sta spezzando il cuore lentamente. Mi alzo, lo fermo bloccandolo per i polsi con le mie mani gelate, lo guardo in volto, il viso è pallido, le sue labbra rosa stonano sul suo colorito chiaro, i suoi occhi scuri scrutano i miei ma io, timidamente, abbasso lo sguardo. "Non te ne andare, parliamo, sono tua moglie". "Ah, ora lo sei e oggi pomeriggio?". "L'ho solo incontrato, non è successo niente". "Non ancora. Sara, non starò a guardare che ti porterà a letto, perché, credimi, è quello che vuole davvero da te". Lo lascio andare e, mentre mi allontano, lui mi prende in braccio, mi butta sopra la sua valigia con la corazza dura e lucida e mi apre brutalmente le gambe, si toglie i pantaloni e, mentre io cerco di rialzarmi per massaggiarmi la schiena dolorante, mi chiude in un abbraccio soffocante mentre il suo pene grosso e duro mi penetra violentemente e senza nessuna protezione. Le sue braccia come ragnatele si infilano sotto il mio sedere come in una morsa di dolore e piacere, il suo viso è premuto e nascosto dalla mia spalla sinistra, il suo corpo schiacciato contro il mio mi pizzica le punte dei capelli. "Forse un figlio ti sveglierà da questa follia", sussurra. Si alza, mi lascia andare, mi prende le gambe, le solleva, mi stringe le caviglie nelle sue grandi mani, è in piedi davanti a me, senza staccarsi dal mio calore mi tira verso di lui e mi fa finire sul bordo del letto. Il suo movimento è senza sosta, come un martello pneumatico mi possiede sotto il ritmo della sua sofferenza, non ci sono attimi di rallentamento, di stanchezza, è deciso a farmi impazzire di piacere anche se l'uomo che vorrei ora non è lui. "Ti prego smettila", ansimo di estasi. "No! Sei mia ora!", urla tra un gemito e l'altro. Non prendo la pillola, l'ho presa una volta ma, quando ho avuto alcuni dei sintomi collaterali elencati, ho smesso di assumerla, lui ora è senza preservativo ed è deciso a venirmi dentro. E, sinceramente, l'ultima cosa che vorrei ora è un bambino, un figlio da lui, nato da un matrimonio infelice ma sicuro, frutto di un uomo geloso e con l'anima frantumata in mille pezzi. "Pietro smettila, pensa a quei bambini nati per sbaglio", dico con difficoltà, il piacere mi confonde i pensieri, mi fa tremare la voce. Non si ferma, la sua acuta razionalità di medico non funziona, i suoi movimenti aumentano, il ritmo è più veloce di quello precedente che era già fulmineo e deciso. Lo sento ingrossarsi dentro di me, premere la punta quasi contro il mio intestino, è tutto dentro, spinge, lo preme nel mio frutto bagnato ed estasiato. Alcune goccioline di sudore cadono dalla sua fronte e mi bagnano il collo scivolando tra i miei seni. Veloce come un fulmine si china sopra di me e mi lecca i capezzoli, lascia andare le mie caviglie, intravedo i segni bianchi vicino all'osso dovuti alla sua forte stretta, gli stringo la vita con le gambe mentre le mie mani gli massaggiano i capelli castani corti. La sua lingua mi lecca ovunque, seno, collo, labbra, io mi bagno così tanto quando lui entra ed esce dentro di me da sentire quel rumorino delizioso di mare. Pietro si alza, velocemente si toglie dal mio calore e mi viene sul ventre, il suo liquido caldo e gelatinoso mi riempie l'ombelico, lui geme e respira a fatica fino a quando esce l'ultima goccia del suo nettare d'amore. A passi svelti sparisce dalla stanza e io rimango immobile, nuda, sporca di quel rapporto che non volevo ma che mi ha donato tanto piacere. Mi alzo cercando di non sporcare il letto, velocemente apro il primo cassetto del mio comodino e prendo un fazzoletto dal piccolo pacchetto stropicciato. Prendo dal pavimento la camicia di Pietro, quella che mi fa da pigiama, mi vesto e lo raggiungo in bagno, ora la porta è aperta, lui è intento a pulirsi con l'asciugamano, ha appena fatto una fulminea doccia, incrocia il mio sguardo quando mi passa vicino per ritornare nella nostra stanza. Velocemente si veste, si mette i suoi pantaloni della tuta blu, quelli che usa per andare a correre la domenica mattina, quelli che gli stringono un po' la vita ma sono larghi nelle cosce, si mette un pullover nero, le scarpe da ginnastica che usa per andare a giocare a calcetto con i suoi amici d'università, sospira e si ferma, immobile, seduto sul letto, con la testa bassa e le gambe divaricate. "Sara io ti amo. Ti ho sempre amata, sei la donna dei miei sogni ma non voglio amarti solo io. Io ora me ne vado, tu cerca di risolvere questo tuo problema. Quando avrai le risposte, chiamami". La sua voce è chiara e bassa, ha le sue tonalità da medico; è protettivo, serio, razionale, mi parla come se stesse facendo la diagnosi del suo cuore e della nostra storia. "Non andartene, è anche casa tua, me ne vado io". "No. Preferisco così. La casa senza di te sarebbe vuota e deprimente. Arrivederci Sara". Si alza, si avvicina cauto al mio viso, mi dà un bacio sulla guancia destra, io intravedo una perla trasparente alla base del suo occhio sinistro, è una lacrima, una sola goccia del suo infinito mare di sofferenza. Non l'ho perso per sempre ma gli ho volutamente frantumato il cuore, sono stata un meteorite improvviso che gli ha spazzato via tutte le sue sicurezze e la sua casa, il nostro rifugio. La mia mente mi sussurra di fermarlo, di rassicurarlo, di dirgli che è lui la mia scelta ma il mio cuore urla a voce altissima - da spaccare i timpani - che vuole scappare, andarsene via da queste mura, fuggire con Alessio, l'uomo che ha sempre posseduto la mia anima. L'uomo che amo.
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