Venezia IV

di Elisa G.


    
Sono seduta comodamente su una panchina, vedo il mare in lontananza, alle mie spalle piazza San Marco, Venezia è la città dell'amore, qui nacque Casanova e i più grandi amori, come Romeo e Giulietta a Verona, a due passi da dove sono io, il Veneto vive sotto il ritmo potente delle grandi emozioni del cuore.
     Lo sto aspettando, dovrebbe essere qui a momenti, ho le mani gelate, il corpo congelato dal prepotente freddo di dicembre, i capelli volano sotto il potere del vento marino e le guance sono bollenti, come se avessi appena bevuto un calice di vino.
     La gamba destra trema, sono nervosa, so che sto sbagliando a lasciarmi andare a questa folle passione ma mi sono sentita per tre anni malata, respiravo tutti i giorni la polvere della monotonia matrimoniale e ora che ho l'ossigeno puro, buono, fresco, non riesco più a pensare ad altro, voglio solo quello, lo pretendo.
     Non so dove la vita mi porterà o quale strana strada mi farà intraprendere, so solo che mi voglio godere questo attimo e racchiuderlo dentro di me come un ricordo indelebile, un fossile attaccato al mio peccato.
     "Sara... amore mio".
     Mi volto lentamente, la sua voce è come una mano invisibile che mi spinge a guardare la fonte di quel suono meraviglioso, i suoi occhi color del cielo implorano i miei marroni di amarlo. Mi alzo, i tacchi alti mi fanno tremare le gambe, sono emozionata e non riesco a stare in piedi, mi sento come una bambina che sta imparando a camminare.
     Alessio mi chiude tra le sue braccia, mi stringe così forte da sentirmi mancare quel poco respiro che ho nei polmoni, inspira forte, come un drogato la sua polverina candida.
     "Vieni, andiamo in albergo, ho prenotato una stanza dove si vede la laguna".
     Veloce, come due adolescenti, fuggiamo tra la nebbia e le correnti marine, l'unico rumore è il suono dei miei tacchi che corrono veloci e sbattono sull'asfalto bagnato.
     Abbiamo aspettato questo momento da anni, il mio legame con Pietro non poteva rovinare il mio piacere con Alessio, l'unico uomo che ho amato e che mi ha sempre fatto godere come la sua cortigiana preferita.
     Il portiere mi sorride, io non capisco più niente, l'ho guardo con la coda dell'occhio, il caldo dell'edificio mi pervade il corpo, mi scalda lentamente il sangue. Alessio prende la chiave, sorride e parla in dialetto con il ragazzo della hall mentre io mi guardo in giro.
     E' un posto carino, intimo, poca gente passeggia nel salone comune, un grande televisore al plasma è vivo grazie alla musica di un canale locale, alcuni uomini giocano a carte nei tavolini del bar, a fianco a me il barista mi fa l'occhiolino.
     Lentamente lascio la mano di Alessio e mi dirigo da lui, gli sorrido e mi siedo veloce anche se un po' impacciata sullo sgabello troppo alto per me.
     "Salve bella signorina, cosa le servo?".
     Accavallo le gambe, il lungo cappotto nero si sfalda e mi lascia scoperte le cosce mentre appoggio delicatamente il tacco sul piedistallo di ferro del bancone.
     "Una vodka con ghiaccio, grazie".
     Sorrido mentre mi copro la coscia destra col vestito che prima aveva lasciato scoperto il pizzo della mia calza autoreggente nera.
     Il barista, con gesto elegante, mi porge un bellissimo bicchiere di vetro blu, il liquido dentro è poco, i cubetti di ghiaccio sembrano tanti piccoli iceberg in quel piccolo mare trasparente. Bevo, ne prendo una lunga sorsata e mi sento subito l'alcool alla testa, ora capisco perché i Russi la bevono, ti scalda appena l'assapori intensamente.
     Il ragazzo mi fissa il seno lasciato un po' scoperto dalla mia sciarpa di seta rossa, lentamente, mentre gioco a far cantare tra loro i cubetti di ghiaccio mi chino leggermente in avanti per farglielo vedere meglio.
     Sorride.
     Mi piace sentirmi desiderata dagli uomini; una donna, se è bella nell'anima, è elegante e femminile anche con una semplice tuta addosso e con i capelli disordinati.
     "Sei molto bella".
     "Hai smesso di darmi del lei, bene, mi fa piacere".
     Gli faccio l'occhiolino mentre sento la mano di Alessio stringermi la spalla, come un segno maschile di appartenenza, di confine tra lui e quel ragazzo che non mi avrà mai.
     Poso il bicchiere sul bancone, mi alzo e lo saluto alzando la mano sinistra, un leggero cenno per ringraziarlo della sua gentilezza e del suo inconsapevole modo di farmi sentire una donna desiderata.
     Alessio rimane in silenzio fino a quando entriamo nella nostra stanza e si siede sul letto stringendosi le ginocchia con le mani.
     "Lo sai, tu sai bene che detesto il silenzio, parlami".
     "Sara, stavi flirtando con il barista, perché?", domanda serio senza guardarmi.
     "Sei geloso? Non lo sei mai stato e ora ti metti a fare il geloso? Cosa te ne frega di quel ragazzo, sono sposata, ieri sera facevo l'amore con mio marito e ti importa di quello?", dico acida mentre mi tolgo le scarpe e scendo nella mia attuale e bassa altezza.
     "Un detto dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Mi ha dato fastidio vederti in quel modo, sembravate in calore".
     Silenzio.
     Mi siedo accanto a lui.
     "Comunque, come dargli torto, sei bellissima, qualsiasi uomo ti vorrebbe scopare".
     Sorrido mentre libero i capelli dalla sciarpa rossa e la lascio cadere ai miei piedi, sul pavimento bianco, lucido.
     Appoggio le mie cosce sulle sue gambe, lui toglie le mani dalle sue ginocchia e le posa delicatamente su di me, le accarezza, me le scopre completamente dal vestito che le protegge, si vede il pizzo delle calze autoreggenti e lo strato della mia pelle nuda.
     "Ale, io voglio te, non un qualsiasi uomo. Ho sempre voluto te e sto morendo dalla voglia di averti, sogno questo momento da tre anni".
     Si volta verso di me, per la prima volta da quando siamo entrati in questo nido di lussuria mi guarda negli occhi, sono tristi ma allo stesso tempo dolci e spensierati.
     Gli accarezzo il viso, la sua pelle ruvida e ispida mi fa sussultare, adoro quando non si fa la barba, quei piccoli peli che spuntano come spilli, pagliacci del mio solletico.
     "Cosa c'è tesoro?", domando dolcemente.
     "Penso a domani, tu andrai via da me, ritornerai da lui, questo è un addio giusto?".
     Annuisco.
     "Vorrei che questo giorno non finisse mai, anzi, che ricominciasse domani e il giorno dopo ancora, per sempre".
     Vedo il suo pomo d'adamo deglutire velocemente ma con fatica, infilo la mia mano destra dentro al colletto della sua camicia bianca, sento quel potente calore della sua pelle innamorata di me.
     "Tu mi hai insegnato a non pensare al domani, di godermi il presente, e tu questi preziosi minuti li stai perdendo con le parole, abbiamo già parlato troppo".
     Mi avvicino a lui, spingo il sedere contro la sua coscia, le mie gambe sono lunghe sopra le sue, l'abbraccio e con entrambe le mani gli spingo il viso verso il mio per baciarlo. Lo bacio così intensamente da sentirmi avvolgere da quel dolce ma pungente desiderio di essere presa, sbattuta da lui.
     "Ti voglio", sussurro dentro al suo orecchio.
     Le sue braccia mi spingono in mezzo al grande letto con le lenzuola di raso blu.
     Si alza, comincia a spogliarsi, la camicia e il maglione sono ai suoi piedi, a petto nudo si dirige veloce alla porta, ci mette una sedia davanti perché il vento che passa sotto la fessura la fa leggermente ballare. Sorride mentre si avvicina a me, si toglie i jeans, i boxer, ora è nudo davanti al mio corpo affamato di noi, a gattoni, col suo pene duro si mette sopra di me.
     Con entrambe le mani mi sparge sul letto, sopra la nuca i miei lunghi capelli castani.
     "Sei così bella che mi manca il respiro".
     L'abbraccio forte, il suo corpo sopra il mio, quel peso sopra al mio cuore non mi fa male, mi fa sentire sua.


     1     2     3     4     5     6    






LASCIA IL TUO COMMENTO
Nome o nickname
Email
Lascia il tuo commento
 

Home
© Copyright mysecretdiary.it 6.0 Tutti i diritti riservati