Vibrazioni
di Nessuno


     Si presenta così questo nuovo, misterioso autore di My Secret Diary, scovato dalla curiosità della nostra Rosaria: "Nacque in tempo di pace alla fine di una guerra, come tutti da una donna, visse in silenzio come molti, scrisse per sé più che per gli altri, intrise di poesia ciò che più d'intimo v'era, nessuno avrebbe creduto in lui eppure così era". Buona lettura...


    
Sparata sulla strada statale: 150/160/170 chilometri all’ora! Meccanico, indifferente scorre il tachimetro. Gli occhi sfiorano il cursore senza realizzare la visione.
     Occhi nocciola, dolenti come non mai, apparentemente rapiti dalla corsia d’asfalto, in effetti assorbiti dalla sua interiorità.
     In ritardo. Insoddisfatta, titubante. Fino all’ultimo aveva rimuginato sul da farsi, per giorni, senza giungere ad alcuna conclusione.
     Desiderava rivederlo! Forse troppo, o si sbagliava? Turbata solo al pensiero di incontrarlo.
     L’inquietudine la pervadeva fin dal momento della capziosa offerta. Aveva risposto di sì, in un attimo, forse per abitudine, quasi senza pensarci. Poteva ancora evitare l’appuntamento, saltarlo, volutamente fingere di dimenticarsene. Come poteva immaginare soltanto una cosa simile?
     Così, fino all’istante in cui era saltata in macchina, senza sapere che ore fossero. Sicura di essere irrimediabilmente al di là di qualsiasi soluzione. Dolorosamente curiosa di vedere la reazione dei convitati, degli attori di quella scena al riaprirsi del sipario, frettolosamente chiuso senza sapere se si sarebbe più sollevato. Sottoporsi nuovamente allo strazio che l’aveva dilaniata per quattro lunghissimi, dolcissimi, nevrotici anni. Masochismo il suo?
     Le ombre cupe riflettevano le vigili presenze degli alberi sul cristallo del parabrezza, sfilacciando le chiome che si aprivano su vani d’azzurro terso, in una sequenza rapida e pazzesca di luce e ombra.
     Sembravano urlare, riprovando la sua decisione. Accostavano i rami fin quasi a sfiorarle il volto, a volerla fermare, come su di uno schermo tridimensionale.
     Si avventavano su di lei per poi sfilarle d’accanto, inviperiti, correndo follemente, impazziti, a rami tesi nella campagna. Risvegliavano i suoi rimorsi. Macchie buie si alternavano a inquietanti sprazzi di sole, accaldato nella temperatura estiva, a concludere il giorno.
     Guardava oltre, lei, attratta dal buco nero da cui si srotolava il lungo serpente d’asfalto - ragno che dipana la tela, aprendola, allargandola a imbuto, pronto a balzare, con veemenza, sul cofano dell’auto non appena le fosse giunta a tiro, ad aprire le piccole, profonde fauci rosse a tenaglia per digerirla in un boccone. Il suo tormento.
     La sensazione di disagio l’accompagnava a ogni tentativo di scacciare le sue ansie, narcotizzando la coscienza. L’innervosiva. Procedeva sgommando al limite dell’aderenza sulle curve della statale, come un’ubriaca.
     Utilitaria, piccola e scattante, la sua.
     L’aveva cambiata da pochissimo. Molto più scomoda della precedente che si era macchiata della colpa di essere stata troppo accogliente, troppo accondiscendente, punita per eccesso di complicità nelle corse a cui si era sottoposta per assecondare le sue, anzi, le loro capricciose, incontenibili voglie; sempre disponibile, con i suoi comfort, a trasformarsi in alcova, a nascondersi in anfratti sperduti e solitari; sempre consenziente a sottoporsi a lavaggi purificatori per cancellare le prove della lussuria consumata e poi tornare apparentemente una tranquilla auto per bene, di famiglia.
     Aveva chiuso un occhio su tutto, lei: etica e morale.
     In fondo, che si pretende da una povera donna, ancora bella che accetta tutte le conseguenze di un non voluto, costante, osteggiato, combattuto, serrato corteggiamento galante da parte di un uomo maturo? Galante come sono tutti gli uomini in caccia, forse più sottilmente intrigante. Non bello, ma piacente, giovanile nella sua terza età appena iniziata. Già! Oggi ce ne sono quattro di età da considerare, se non cinque, in estremi casi, tutte egualmente squassate dalla tempesta d’amore, prima dell’irreversibilità della debilitazione senile.
     Come poteva evitare l’accaduto in quella difficile situazione in cui si sentiva in continuo tumulto, con i sensi sempre più scossi dal ciclone destato da quell’attempato Adone. L’aveva rinvigorita o, forse, le aveva fornito l’opportunità di realizzare quelle che aveva ritenuto fossero solo “innocue fantasie sessuali”. Della loro innocenza ebbe seri dubbi solo quando ormai tutto era irrimediabilmente avvenuto.
     Il rimorso le corrodeva l’anima (ora che tutto era finito poteva ammetterlo) fin dal primo istante.
     L’aveva sempre subito quel malore che la prendeva ripensando all’ignaro coniuge - diventato un paravento per la sua onorabilità - con cui si accompagnava nei giorni di riposo e di castità; a meno che lui non avesse insistito per un amplesso a volte concesso in maniera più intensa del solito, solo per soddisfarlo, per allontanare ogni sospetto; perché non avesse dubbi per un’eccessiva ritrosia di lei. In quelle occasioni si guardava bene dal mostrargli la troppa familiarità con le sconcezze a cui era stata addestrata dal suo amante. Una brava moglie non deve essere “licenziosa”, come sapeva essere lei fra le braccia dell’amante.
     No, non era partita in tronco, da matti. Non aveva perduto la testa. Annoiata dalla vita adagiata nella normalità, si poteva dire soddisfatta in tutto. Figli, marito, lavoro, amiche, livello sociale.
     L’ambiente di provincia, forse, aveva determinato l’inconsapevole rifiuto al forzato perbenismo che la soffocava. La routine giornaliera l’aveva lentamente trascinata in quel vortice che non voleva che si aprisse e che, pure, l’aveva attratta: sirena tentatrice di un Ulisse femminile. Ma lei non aveva corde per legarsi all’albero maestro e aveva ceduto con risultati tanto rovinosi da portarla a quella drammatica conclusione. Avrebbe dovuto sentire su di sé la colpa di essere “infedele”, ma non l’avvertiva per il tradimento perpetrato ai danni del padre dei suoi figli. Erano altri i suoi sentimenti.
     Sentirsi sempre in colpa, sì, per tutto il bene strappato, dilaniato a brani, a morsi sempre più selvaggi, sempre più ingordi senza mai esserne sazia, affamata di sensazioni nuove, sempre più spinte, al di là della normalità - esserne ingorda, consapevole soltanto che non avrebbe potuto goderne in eterno. “Licenzioso” quel rapporto durato quattro anni? Oltre ogni limite!
     Non sapeva più cosa fosse la normalità. Capiva solo che per la prima volta amava veramente, incondizionatamente, fino a sentirsene pregna; ebbra di lui, del suo essere, del suo modo di pensare, di agire, di prenderla, di amarla. Condivideva tutto con lui: gioie e dolori, preoccupazioni e fantasie. Quell’uomo sapeva essere il confidente, il consigliere, l’amico, il padre, il fratello, l’amante. La vezzeggiava come una bimba per poi farla sentire desiderabile, completamente donna!
     Troppi ricordi la soffocavano!
     Il tormento la attanagliava, le toglieva il respiro, tanto da rendere labile il contatto con la realtà. La vergogna di aver tradito si fronteggiava con il desiderio di continuare protervamente l’esperienza che l’aveva sconvolta.
     Ma non era più tempo, ormai.
     Dicono che il rimorso è più leggero del rimpianto. Ebbene lei non aveva rimpianti. Poteva dirsi fortunata?
     Spasmodicamente afferrata al volante, pilotava le immagini della sua “fantasia”, ripercorrendo nella mente le “meravigliose esperienze” degli ultimi anni. Non si rendeva più conto da quanto stesse vivendo in quel dormiveglia che non l’abbandonava mai. Tuffarsi nel ricordo recente con tanta voglia ancora, prima che fosse “passato definitivamente”.
     Si accavallavano flash di vita vissuta in comunione nell’esplosione dei sensi. I momenti di pura esaltazione la sospingevano nel baratro senza fondo della disperazione da cui non vedeva via di uscita. Si dibatteva ogni mattina al risveglio, appena prendeva coscienza della sua inutile condizione.
     Eppure, le ansie subite, tutte le paure provate, tutti i rimorsi, almeno iniziali, superati o momentaneamente dimenticati (sarebbero tornati più tardi?), tutte le realistiche scuse per liberarsi dagli impedimenti e correre dal suo amante, costretta a impiantarle di volta in volta... avrebbe voluto rivivere tutto...!
     La paura di essere scoperta, svergognata, dileggiata, forse ripudiata, l’afferrava ogni volta che sapeva di doverlo incontrare per l’indomabile spinta che avvertiva nel profondo dell’animo, stampato nella carne che bruciava di desiderio. L’adrenalina le sconvolgeva le reni finché non giungeva nelle sue braccia. E poi...
     Le scorribande fuori del paese, nelle vie di campagna, nei boschi, in cerca affannosa di sempre maggiore intimità. Negli alberghetti più distanti, dove entrambi non erano conosciuti, anonimi, squallidi, ma così esaltanti negli attimi di attesa che precedevano il loro ingresso. L’impiegato alla “reception” chiudeva un occhio per quell’ora o due in cui scomparivano dal mondo, senza identità, senza che nessuno li guardasse.
     Erano ore che parevano non finire mai, mentre le vivevano; attimi, non appena fossero state vissute. La soddisfazione dei sensi si tramutava lentamente in amarezza per l’abbandono, per poi, non appena si fossero lasciati, trasformarsi in desiderio affannoso e incontenibile di rivivere tutto al più presto.
     Troppo lontani l’uno dall’altra. Messaggi continui al cellulare, cifrati: “TVB” ,“ANMIA”. Una continua rincorsa, inframmezzata da mille impegni. Ufficio, casa, figli, marito e infine e sempre... lui a chiuderle gli occhi, a farla fremere di desiderio, di piacere. A farla urlare per il male che le procurava. No, non fisico, mai!
     Era una devastazione continua della sua moralità, della sua educazione, dei suoi principi. Di tutto quel mondo bacchettone e privo di sentimenti che le girava intorno e che l’aveva fatta crescere in un deserto fatto di “abitudine”.
     L’ultima comunicazione l’aveva sconvolta. Era scolpita nella mente con lettere di sangue (si pentiva di aver cancellato lo scritto in un attimo di furore).
     Il meschino tradimento o solo nausea di troppo amore? Quel sentimento di pienezza che ci fa dire: “Basta! E’ troppo!”.
     Amore puro, sincero gli aveva donato! Ricambiata amaramente, temeva, almeno in apparenza. Forse era inevitabile e forse era meglio così. Anche lei ne avvertiva la saturazione, ma non il senso, la ragione.
     Non distingueva più il reale dall’irreale, la menzogna dalla verità. Diventava tutto insostenibilmente intercambiabile. Cercava di giustificare il comportamento del suo amante incolpando la propria stupida gelosia, ma non vi riusciva. I dubbi l’arrovellavano.
     Non credeva più fossero veri i messaggi che lui riceveva, accusando il collega, il suo superiore, la collaboratrice, fino alla consorte lontana di essere invadenti, di impedire i loro incontri con impegni improvvisi o appuntamenti scordati. I loro incontri cancellati da ineluttabili esigenze. Accettava tutto, lei - l’amante di turno - ma non che si contrabbandasse il sesso con l’amore, con il suo Amore.
     Eppure lui era fatto così. Raccontava le sue avventure, a volte. Ne aveva una lunga esperienza (le aveva confessato con frivola bonomia, come se fossero ormai passate, lasciandola sempre nel dubbio della gelosia).
     Non sempre e non in continuazione, come uno stupido sciupa-femmine, orgoglioso delle sue “performances”, ma centellinando i racconti, man mano che gli capitava l’estro e l’occasione, con noncuranza. Collegava la storia al rapporto che viveva con lei, facendone un insieme malizioso, lascivo, irritante, ma stimolante.
     Aveva iniziato quella che lei riteneva “nuova tattica” molto più tardi dei loro primi incontri, quando, ormai, si erano già assuefatti l’uno all’altro e completamente amalgamati, intesi sessualmente, quasi per rinvigorire la tensione del loro rapporto con stimoli nuovi, a lui ben noti fino ai più sottili, intimi particolari. Era come fare l’amore in un’orgia continua insieme a fantasmi del passato. O erano ancora presenti?
     E infatti non bastava un rapporto, ma erano grappoli succosi, come uva matura, quell’uva che aveva testimoniato e consacrato i loro primi focosi accoppiamenti nella campagna.
     Non voleva pensarci. Tanto era determinata!
     Guardò al di là del vetro sulla strada le poche macchine che, in senso contrario, si dissolvevano di lato, scomparendo rapidamente alle spalle nel retrovisore.
     “Incontriamoci e potrò spiegarti, poi deciderai cosa fare…”, le ultime parole avevano un tono strano, conciliante, ma inquietante... e non aveva saputo dire di “no”, presa dalla foga di rivederlo, forse per l’ultima volta.
     L’angoscia l’aveva piegata per un tempo imprecisato. Che soluzione poteva avere quella che un estraneo avrebbe chiamato, prosasticamente, “storia”, ma che rappresentava la Sua esistenza?
     Senza rendersi conto di quel che faceva aveva fissato il luogo e il momento. Ormai per lei il tempo non esisteva più. Restavano solo i luoghi della memoria.
     E ne aveva scelto uno: quello in cui era stata amata nel modo più delicato, più profondo, più carnale fino a sentirsi male, con la paura di essere rimasta incinta.
     Lontano era il tempo degli accaldati scambi di tenerezze nell’abitacolo dell’auto, divenuto insufficiente a ospitare la vastità del loro sentimento. Allora si era nel punto più caldo, infuocato e doloroso del loro “amore”. Poteva dirsi tale? Sì, ne era sicura.
     Mentre guidava per raggiungere lo chalet sul promontorio dorato, al tramonto, sentiva le calde mani di lui accarezzarle il viso, la conca dei palmi comprimerle delicatamente le guance. Come fossero reliquie preziose, raso delicato, come sapeva fare lui e solo lui.
     La supplicava tacitamente avvicinando le labbra alla perplessa, dischiusa “boccuccia di rosa” (come le ripeteva sempre), donandole un tenero, appassionato bacio. E lei si sentiva partecipe dell’essere che gli si accostava e premeva le labbra sulle sue, prima di sconvolgerle il cavo orale con la sua carnosa, vibrante lingua. Gli accarezzava il viso rotondo di maschio ormai navigato, cercando di sfuggire alla sua presa, ma in effetti precipitando nel contatto più intimo - il fisico ancora perfetto.
     Avvertiva il tocco leggero scenderle sul collo, sui seni, sull’addome, giù, giù fino a farla rabbrividire di piacere. Gli occhi le si chiusero un secondo, concedendosi al suo desiderio.
     Il clacson le strepitò addosso, aggredendola di soprassalto e sfilandole di lato con evidente alterazione dell’omuncolo che lo azionava. Diminuendo di intensità si allontanò velocemente. “Vaffa", pensò, sapendo che l’altro aveva perfettamente ragione, "vecchio rimbambito!”, pentendosi di quel che aveva appena biascicato. Anche Lui non era giovane, ma era perfettamente uomo, uomo da monta. Anche Lui mandava al diavolo le guidatrici distratte, ma poteva farlo! Era come se mandasse al diavolo tutte le donne che non fossero con lui. E lei era lì, invece. Dolce, sensibile, mostruosamente delicato con lei, quanto era virilmente serio e distante con le altre, almeno in sua compagnia.
     Il cartello indicatore la distrasse dai suoi pensieri.
     L’incrocio era vicinissimo. Rallentò rapidamente innestando le marce inferiori per non passare oltre. Azionò la freccia. Il segnalatore luminoso la invitava a girare con il suo toc tac, toc tac; “Dolcecanto”, sillabava, indicando la località delle loro delizie.
     Era un promontorio sul mare. Poche case sparse immerse nel verde più verde che lei ricordasse con uccelli del “paradiso” che cantavano in continuazione sull’abisso di smeraldo del mare. La collina ombrosa ondeggiava lungo la strada che conduceva al loro nido d’amore. Lo era stato per due dei quattro anni dell’intensa avventura.
     Le era sembrata una reggia la prima volta che l’aveva vista.
     Su misura per loro. Una capanna di tronchi infissi su bassi muri perimetrali. Le finestrelle in massello non lasciavano passare lo sguardo all’interno se non verso la parte alta della stanza. Gelose, salvaguardavano la “privacy”. Le imposte avvolgevano perfettamente i due cuori che vi si riparavano.
     Due stanze: una piccola con la cucina a legna, un tavolo sghembo per due persone, comunicante con l’altra attraverso un arco, per non disperdere il calore della cucina; l’altra più ampia, occupata quasi completamente da un lettone dalla spalliera di ferro battuto, materassi di foglie di granone, soffici ma rumorosi, due comodini di legno grezzo, alti con lo sportello porta pitale, sormontato da due lumi elettrici a foglia.
     Era arrivata l’elettricità grazie a un generatore di corrente che loro azionavano nel caso ve ne fosse la necessità nelle precoci, poche ore di buio invernale in cui vi soggiornavano, sempre di corsa, per tornare in tempo, la sera, a casa!
     Si riebbe dallo smarrimento in cui affondava in continuazione, risvegliandosi sulla salita per i tornanti che diventavano sempre più stretti fino su, alla cima. In quel momento le sembrava che quella strada la portasse al macello.
     Scacciò il pensiero molesto, cercando di non distrarsi. Proseguiva più cauta, accarezzata dal luccichio del mare che, dabbasso, le correva dolcemente incontro per poi nascondersi nel folto della vegetazione a ogni curva.
     Le tempie le pulsavano rifiutandosi di accettare la consapevolezza che tutto il bene profondo che l’aveva appagata era ormai perso.
     La ben nota figura maschile le correva incontro, accattivante: il sorriso aperto; le membra perfette; le spalle larghe su cui appoggiarsi teneramente, dimenticando ogni problema. I pettorali ancora muscolosi e sodi si aprivano ad accogliere le turgide forme femminili offerte in olocausto d’amore. Gli addominali, in simmetriche arcate, le massaggiavano il morbido addome, sempre più prono ai desideri di lui. Il vigoroso nesso del loro amore li univa - sgomento ed estasi dei sensi. I caldi umori, i sapori... le confondevano la mente. Sapeva stringerla fra le sue braccia e farla sentire una piuma, prima che l’orgasmo le ottundesse la mente e il corpo iniziasse a vibrare, premere, spingere, accoglierlo nel suo ventre, in tutti gli anfratti che ora le dolevano per la rinunzia, che avvertiva, a quel contatto. Come le mancava!
     Quasi urlò, da sola, nella macchina vuota, come aveva gridato realmente la prima volta e poi, silenziosamente nella sua mente, ogni volta che si presentava ai suoi occhi Amore nelle più diverse sfaccettature che una dedizione assoluta soltanto poteva giustificare. Orgasmi veri, prepotenti che lo svuotavano entrambi e lasciavano lui barcollante, mentre lei, inesausta, a pretenderne altri e altri ancora, fino a stremarlo.
     Poteva perdonargli tutto, tutto, se avesse accettato di tornare definitivamente da lei... Fino a quando...?
     La curva stretta!
     Scalò la marcia più in fretta che poté.
     In quella frazione di tempo un numero di targa le balenò incontro.
     Impigliata sul moncone ritorto di un guard-rail sventrato, la targa le gridò sarcasticamente, irridendola con protervia: CB00XXST!
     Nooo! Il grido si perse nel guscio dell’abitacolo. Non c’era più nulla e nessuno ad attenderla!
     Il veicolo sbandò riprendendosi verso il centro della carreggiata, ma la stretta curva proseguiva privando dell’asfalto le ruote che, perdendo il naturale contatto col suolo, stridevano contratte nello sforzo di frenare la loro rincorsa. Il viso affondò sul volante... la mente svuotata da ogni volontà.
     A distanza, a chi avesse guardato verso l’alto, sarebbe sembrato che un giocattolo, un guscio d’uovo, una palla luminescente fosse stato gettato dalla mano di un bimbo cattivo e indifferente nell’ultimo sole. Cadeva con un volo lento, infinito, in un silenzio innaturale, fino ad andarsi a nascondere, molto più in basso, nel folto dei bossi che la ricoprirono con brevi strappi delle loro tenere braccia. In realtà planava rovinosamente, con fragore rotolandosi per decine di metri fino a essere inglobata dalla natura squarciata da tanta violenza.
     Lo splendore del tramonto l’accolse chiudendole gli occhi prima che il tuffo di terrore concludesse il volo d’angelo nell’atonia del momento. Intorno un irreale sconforto avvolse il mondo.
     I lecci, col fragore dei rami spezzati dall’impatto, protestarono, esprimendo il loro sgomento lungo il pendio, giusto il tempo per lasciare il passo al tragico, non voluto destino dell’auto impazzita. Guardavano in basso, stringendosi l’uno all’altro e compattando, per quanto possibile, l’insulto del rovinoso incidente, con l’intento di nascondere pietosamente l’orrore dell’accaduto.
     L’indifferente calma della distesa d’acqua si punteggiava di ultimi petulanti gabbiani, tingendo di amaranto il tremore del tramonto.
     Lo stupore del momento rinviava la speranza a un domani migliore.







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