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di Pauline Réage RomanzoES Editore, 1999 € 18,00 pp. 170 ISBN: 978-88-8653-498-7 "Se c'è una parola che mi pervade l'animo quando penso a O, questa è 'pudore'. Sarebbe troppo arduo motivarla. E' quel vento che corre incessante, che attraversa tutte le stanze. Così soffia anche in O uno spirito, non saprei dir quale, sempre puro e violento, senza tregua, senza ombre. Uno spirito decisivo, che nulla può turbare, né i sospiri né gli orrori, né l'estasi né la nausea. L'Histoire d'O, dall'inizio alla fine, procede come un'azione travolgente. Evoca un discorso più che una mera effusione: una lettera più che un diario intimo. Ma a chi è indirizzata la lettera? E chi vuole persuadere il discorso? A chi domandarlo? Non so neppure chi lei sia. Che lei sia una donna, non lo dubito minimamente. Non tanto per i particolari che si compiace di descrivere: le vesti di satin verde, i corsetti, le gonne arrotolate più volte, 'come un ricciolo su un bigodino'. Ma per il fatto che O, il giorno che René le infligge nuovi supplizi, mantiene una sufficiente presenza di spirito per osservare che le pantofole dell'amante sono sgualcite, bisognerà comperargliene di nuove. Ecco quel che mi sembra pressoché inconcepibile. Ecco quel che un uomo non avrebbe mai notato e, comunque, non avrebbe mai osato dire. Eppure O esprime, a suo modo, un ideale virile. Virile, o almeno mascolino. Finalmente una donna che lo confessa! Cosa confessa? Quel che le donne non hanno mai ammesso (oggi più che mai). Quello che gli uomini hanno sempre rimproverato loro: che sono schiave dei loro istinti; che in loro tutto è sesso, anche lo spirito. Che occorre nutrirle, lavarle e truccarle, batterle, senza stancarsi mai di farlo. Che hanno semplicemente bisogno di un buon padrone, di qualcuno che dubiti della propria bontà: poiché si servono, per farsi amare, dell'entusiasmo, della gioia, della naturalezza che traggono dalla nostra tenerezza, non appena viene loro dichiarata. In breve, dobbiamo andare da loro muniti di una frusta. Pochi sono gli uomini che non abbiano sognato di possedere una Justine. Ma una donna, che io sappia, non aveva mai sognato d'essere Justine. O comunque non l'aveva sognato ad alta voce, con questa fierezza dei lamenti e delle lacrime, questa violenza ammaliatrice, quest'avidità di sofferenza e questa volontà, tesa fino alla lacerazione e alla rottura. Donna, può darsi, ma con qualcosa del cavaliere e del crociato. Come se in lei ci fosse una duplice natura, o come se il destinatario della lettera le fosse così vicino, in ogni istante, da indurla ad assumere i suoi gusti e la sua voce. (Dallo scritto di Jean Paulhan) ESTRATTO: O aveva creduto, o voluto credere, per crearsi degli alibi, che Jacqueline le avrebbe resistito. Appena si decise ad aprire gli occhi, si ricredette. Gli atteggiamenti pudici che Jacqueline affettava, chiudendo la porta dello stanzino rivestito di specchi dove si vestiva e si spogliava, avevano il preciso scopo d'infiammare O, di far nascere in lei la voglia di forzare una porta che, anche qualora fosse stata spalancata, lei non avrebbe osato varcare. Che la decisione di O nascesse da un'autorità al di fuori di lei, e non fosse il risultato di quell'elementare strategia, Jacqueline era ben lungi dal sospettarlo. O dapprima ne fu divertita. Mentre aiutava Jacqueline a pettinarsi quando, ad esempio, dopo essersi tolta gli abiti con cui aveva posato, s'infilava il maglione a giro collo e si allacciava il collier di turchesi simili ai suoi occhi, O provava uno straordinario piacere all'idea che quella stessa sera Sir Stephen sarebbe venuto a conoscenza dei gesti di Jacqueline: se aveva permesso a O di cogliere, attraverso il maglione nero, quei suoi seni minuscoli e divaricati, se aveva abbassato sulle guance quelle sue palpebre dalle ciglia più chiare della pelle, se aveva gemuto di piacere. Quando O l'abbracciava, Jacqueline si faceva inerte, pesante, immobile, come in attesa fra le sue braccia, la bocca socchiusa e i capelli che le ricadevano all'indietro. O doveva aver sempre cura di appoggiarla allo stipite di una porta, o contro un tavolo, o di reggerla per le spalle. Altrimenti sarebbe scivolata a terra, gli occhi chiusi, senza un gemito. Non appena O la lasciava, tornava di brina e di ghiaccio, e ridente ed estranea diceva: "Mi ha lasciato del rossetto" e si puliva la bocca. Era quell'estranea che O amava tradire notando con attenzione - per non dimenticar nulla e riferire tutto - il lento rossore delle sue guance, l'odore di salvia del suo sudore. Che Jacqueline si difendesse o non si fidasse, non si poteva dirlo. Quando cedeva ai baci - e sino ad allora aveva accordato a O solo quelli, che accettava e non restituiva - cedeva improvvisamente, e si sarebbe detto totalmente, trasformandosi di colpo in un'altra, per alcuni secondi o per alcuni minuti. Per il resto era al tempo stesso provocante e sfuggente, incredibilmente abile a schivare un attacco, a non provocare, a non commettere mai sbagli nel concedere un solo gesto, una sola parola, un solo sguardo che permettesse di credere che era stata vinta, che fosse così facile impadronirsi della sua bocca. Il solo segno che avrebbe potuto tradirla, e forse far sospettare l'esistenza d'acque agitate sotto la calma superficie del suo sguardo, era talvolta come l'ombra involontaria di un sorriso, simile sul suo volto triangolare a quello di un gatto, ugualmente indeciso e fugace, ugualmente inquietante. |
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